Forza Italia è implosa: un partito berlusconiano senza identità berlusconiana

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 14 Aprile 2014 12:12 | Ultimo aggiornamento: 14 Aprile 2014 12:14

Forza Italia è implosa: un partito berlusconiano senza identità berlusconianaROMA – Forza Italia è implosa. Le cause della lenta agonia potrete trovarle descritte puntualmente nei numerosi articoli pubblicati da blitzquotidiano.it negli ultimi cinque anni. Lo ricordo per dire che il disfacimento del partito berlusconiano, accentuatosi quando si è trasformato in quel mostruoso ircocervo chiamato Pdl, non è incominciato con la condanna definitiva comminata all’ex-Cavaliere il primo agosto dell’anno passato, ma quando ha mostrato segni evidenti di irresolutezza politica dovuti alla mancanza di una linea chiara, definita, visibile ed allo smantellamento di quell’embrione di classe dirigente colta, prudente, volitiva, capace di elaborare strategie e di sottrarsi all’appiattimento sulle contingenze che alle origini dell’avventura di Forza Italia e del Polo delle libertà faceva presagire una evoluzione del centrodestra ben diversa da quella che è stata.

Poi è cominciato il declino con una sequenza di errori culminati nel quinquennio 2008-2013 anche per responsabilità personali di Berlusconi che ha evitato accuratamente di democratizzare il partito, divenuto nel frattempo (impropriamente e frettolosamente) Popolo della libertà attraverso una discutibile operazione di fusione per annessione la cui vittima sacrificale e consapevole è stata soprattutto Alleanza nazionale. Questo partito, che portò in dote a Berlusconi il 15,8% dei voti nel 1996 e mai meno del 12% nelle consultazioni elettorali successive, suicidatosi quasi allegramente nell’abbraccio mortale, è stato letteralmente asfaltato, oltre che per responsabilità propria, soprattutto da coloro che nel Pdl lo consideravano un rottame, un ingombro, un fastidio nella migliore delle ipotesi.

Finita l’alleanza è andato in frantumi in centrodestra. Le vicende giudiziarie di Berlusconi c’entrano poco. C’entra, invece, moltissimo l’incapacità di non aver dato allo schieramento una coerente, lungimirante, appassionata prospettiva politica. Il “personalismo”, insito nella costituzione di Forza Italia, si è sovrapposto, nel corso del tempo, a tutte le formazioni politiche che costituivano quel fronte unitario chiamato (ma non ho mai capito perché) dei “moderati”, rappresentando comunque l’Italia non di sinistra impregnata di valori che avrebbero dovuto essere tradotti politicamente.

Uno sguardo ai fenomeni sociali e culturali meno provinciale e distratto forse avrebbe prodotto risultati migliori se unito alla definizione di una classe dirigente periferica e locale effettivamente rappresentativa. Non è andata così. Uno alla volta i sodali del 1994 si sono dispersi, guardandosi prima con diffidenza, poi con inimicizia. È restato Berlusconi le cui giravolte, intrecciate con le sue disavventure personali, nessuno più ha capito, né quando si è proposto come rifondatore della Repubblica, né quando ha tentato senza riuscirci di far cadere il governo che lui stesso aveva promosso, né quando ha stretto un patto con Renzi sulle riforme salvo accorgersi che lo statista di Pontassieve lo avrebbe stritolato.

In queste convulse fasi, si è prodotta la seconda scissione che ha dato il. Olio di grazia al leader di Forza Italia, nel frattempo riesumata più per difendersi dagli “infedeli” che per rilanciare lo “spirito del ’94”. Se Fini, infatti, gli aveva fatto male, Alfano gli ha fatto peggio. Contando coloro che lo hanno abbandonato dall’inizio della sua avventura si potrebbe mettere insieme un partito che agevolmente conquisterebbe la maggioranza relativa.

Adesso gli smottamenti si susseguo come gli sciami sismici dopo un devastante terremoto. Se ne vanno i fedelissimi, rifiutano candidature al Parlamento europeo esponenti che mai si sarebbero tirati indietro, nei privati conversari deputati e senatori confessano di aspettare il 25 maggio per mollare gli ormeggi. Intanto si litiga: i rapporti umani all’interno di Forza Italia sono ai minimi termini. È la fine di una storia.

Ne può cominciare una nuova? È difficile in questa fase. Se Forza Italia dovesse diventare una forza residuale, le diverse componenti di quello che è stato il centrodestra potrebbero tentare una federazione intorno ad un programma condiviso senza equivoci. Ma come si fa a mettere insieme europeisti, eurocritici ed euroscettici; parlamentaristi, presidenzialisti e agnostici; popolari, liberali, socialisti e destristi che oltretutto si guardano in cagnesco; sviluppisti, ecologisti, isteroliberisti?

Ecco a cosa doveva servire il partito unico: amalgamare culture, affinare sensibilità, darsi una fisionomia politica unitaria, interpretare valori come l’identità, la sovranità, il diritto dei popoli ed il dominio della finanza sui destini delle nazioni alla stessa maniera. Niente è stato fatto. Nessuno, se non qualche illuso inascoltato, se n’è curato. E ci si è ritrovati con il cuore gonfio di rimpianti, amarezze, dolori che hanno segnato rapporti che sembrano inossidabili.

A ben vedere la fine del centrodestra coincidente con il tramonto di Berlusconi, è un dramma politico ed antropologico allo stesso tempo. Perché tra le tante cose non fatte ce ne doveva essere almeno una prioritaria che non si poteva evitare: costruire una comunità umana fondata sulla dignità e sulla libertà del confronto allo scopo di formulare nuove sintesi. Fantascienza per molti che oggi vivono come un thriller un sogno malamente soffocato.

Eppure di un’area rappresentativa nella quale si possano riconoscere milioni di italiani è impossibile che non ci sia. È una necessità civile e democratica mettere insieme un movimento che dia cittadinanza all’Italia profonda, ad una certa idea dell’Italia che non coincide con quella di Renzi e di Grillo. Una Costituente nazionale,popolare, conservatrice insomma, è almeno pensabile?