Matteo Renzi: via europea al socialismo: parole ma non dà risultati

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 8 settembre 2014 10:43 | Ultimo aggiornamento: 8 settembre 2014 10:43
Matteo Renzi: via europea al socialismo: parole ma non dà risultati

Matteo Renzi, socialismo new age

È messo proprio male il socialismo europeo se come suo riferimento politico ha scelto Matteo Renzi.

Facendogli corona alla manifestazione conclusiva della Festa dell’Unità (senza Unità) di Bologna, i leader del Pse hanno testimoniato una consonanza d’intenti con il segretario-premier italiano davvero stupefacente.

È come se avessero voluto dimostrare che le politiche renziane sono le loro politiche e che tutti i “progressisti” non possono che riconoscersi nei risultati e nelle prospettive che dal palco della kermesse Pd Matteo Renzi ha rilanciato, non lesinando qualche dolorosa bacchettata alla minoranza interna del partito che ne contesta soprattutto i metodi.

A Valls e compagni, insomma, gli annunci del collega italiano sono più che sufficienti a colmare il vuoto di un progetto politico sul quale sono state appiccicate le fragili toppe del bonus di 80 euro e la riforma del Senato (per ora al primo stadio): un po’ poco per riscattare l’Italia dalla disastrosa situazione in cui versa ed innestarla nel processo di ricostruzione (ma quale?) europea cui dovrebbe essere interessata anche la Germania dove ci si comincia a rendere conto che difficilmente potrà sottrarsi agli effetti dell’onda d’urto della deflazione che sta dilagando nell’eurozona.

Renzi, che preferisce i rubinettifici ai workshop dei soliti noti dell’alta finanza e della tecnocrazia (furbescamente incrociando così un vasto sentimento popolare), non ha ancora detto una parola su come intende ridurre il divario tra le esigenze quotidiane degli italiani e l’immane debito pubblico che rischia di dilatarsi ancora di più e per sostenerlo non basterà davvero il fiscal compact, misura che contribuirà all’ulteriore impoverimento della gente.

E si è pure dimenticato di farci sapere come intende arginare la spesa pubblica, a parte il blocco delle retribuzioni degli statali (una goccia nel mare) che, tanto per non guastarsi la presunta “luna di miele” con l’opinione pubblica, l’ha fatto comunicare dal ministro Marianna Madia.

I motivi di apprensione non mancano: disoccupazione alle stelle e produzione industriale ai minimi termini. La recessione può soltanto crescere, mentre ci sarebbe da agire sulla spesa pubblica e sulla pressione fiscale.

Renzi non ha però nessuna intenzione di sbaraccare le migliaia di consigli di amministrazione che assorbono cifre da capogiro, né di mettere mano ad una seria riforma (sarebbe meglio l’abolizione) delle Regioni i cui sperperi, soprattutto nel comparto sanitario, pregiudicano qualsivoglia politica di risparmio.

Insomma, se vuole cambiare il Paese, come va dicendo, Renzi deve mettere mano a ciò che crea disagio pubblico e vuoto nelle tasche dei cittadini.

E tra questo rientra il “prelievo forzoso” (come altro chiamarlo?) dai redditi degli italiani, sotto forma di tasse che, dicono le statistiche, è tra i più alti d’Europa, ma non corrisponde né alle ricchezze che altrove vengono prodotte, né ai servizi che vengono offerti.

Per di più, con le addizionali Irpef comunali e regionali (del tutto ingiustificate) la pressione fiscale decisamente diventa insopportabile tanto da far parlare apertamente (ed autorevolmente) di uno “Stato nemico” che si accanisce sui “sudditi” i quali si sentono taglieggiati e per di più vessati da una burocrazia francamente inadeguata.

Il prezzo della “crisi” (ma non è riduttivo definire così la decadenza economica – e non solo – della nazione) lo pagano tanto le fasce alte quanto quelle basse.

Le prime diminuendo la produzione, chiudendo gli esercizi, delocalizzando (nella migliore delle ipotesi) e creando oggettivamente disoccupazione.

Le seconde diminuendo i consumi fino a ridursi all’indigenza non sono beneficiarie, come si potrebbe immaginare, della deflazione, cioè dell’abbassamento dei prezzi perché questi sono il frutto di salari inferiori e limitati a pochi fortunati che riescono a conservare il posti di lavoro; gli altri, i licenziati, quando ci riescono per un breve periodo devono essere sostenuti dalla comunità nazionale attraverso i cosiddetti ammortizzatori sociali.

Dunque, le tasse, che tutti, indistintamente pagano, servono anche a colmare il vuoto derivante dai processi di deflazione.

La sinistra europea valuta davvero positivi i risultati ottenuti fin qui da Renzi al punto di omaggiarlo alla Festa dell’Unità come se fosse il capofila di una vera e propria rivoluzione continentale nel nome del socialismo (proprio lui che socialista non è e non è mai stato)?

Sarebbe improprio chiedere a Valls e compagnia bella che cosa ne pensa della riforma del mercato del lavoro ferma in Parlamento; della ristrutturazione della spesa pubblica più volte annunciata, ma sempre rimandata; del riordino equo del fisco sbandierato alle primarie ma poi perdutasi nelle nebbie del Nazareno e di Palazzo Chigi.

Restano bandiere svolazzanti intorno ad uno strano governo che neppure di fronte ad una delle più gravi crisi internazionali riesce ad assumere una posizione realista e si adegua, come sempre, alle decisioni prese altrove.

Speriamo di non trovarci la guerra in casa che non sarà mai quella convenzionale della quale Renzi forse sa qualcosa, ma quella “asimmetrica” che da circa vent’anni tiene l’Occidente sotto schiaffo.

Ma neppure di questo sembra che i leader del socialismo europeo siano particolarmente preoccupati.

Sinceramente le Feste dell’Unità le preferivamo con le bandiere rosse e qualche parola d’ordine d’antan che ci facesse capire da che parte stava quel popolo, il popolo della sinistra.

Purtroppo tutto cambiò un giorno degli anni Novanta quando un governo guidato da un ex-comunista appoggiò il bombardamento di Belgrado. Renzi all’epoca era ancora un boy scout.