Italia con poche speranze, la nostra regressione è cronica e strutturale

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 12 Dicembre 2019 7:04 | Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre 2019 1:23
Italia con poche speranze, la nostra regressione è cronica e strutturale

Italia con poche speranze, la nostra regressione è cronica e strutturale (foto di repertorio)

ROMA – Nessuna illusione: l’Italia è dentro una fase di regressione che durerà anni.

Il dibattito politico s’infiamma per il Mes, che è un po’ come lo Spread, nel senso che, ad esclusione degli addetti ai lavori, la stragrande maggioranza dei cittadini comuni ne ignorava l’esistenza, almeno finché non se lo sono ritrovato, all’improvviso, condito nei piatti, per pranzo e per cena. Ed esattamente come per lo Spread, c’è chi te lo spiega in un modo e chi in un altro. La confusione è tanta.

Però, nel mentre, come se il crudele destino volesse rammentare chi siamo, sono spuntati alcuni dati che certificano, qualora ce ne fosse stato bisogno, il declino del Paese verso l’irrilevanza. Utilizzando una similitudine calcistica – tanto in Italia siamo tutti allenatori – potremmo dire che la Champions League per parecchi anni ce la scordiamo; mestamente dovremmo abituarci a galleggiare nella parte bassa della classifica, costantemente a rischio retrocessione.

Che in Italia si leggesse poco lo si sapeva da tempo, ma ciò che ci dice un recente report dell’Ocse è cosa ben peggiore: solo il 5% dei quindicenni italiani è capace di capire un testo. Non volevo crederci e speravo che fosse una fake; ed invece è tutto vero. Mentre uno dei requisiti per essere competitivi nel mondo globale è la capacità di cogliere e comprendere la complessità, i nostri giovani, futuro del paese, incontrano queste difficoltà, ho pensato preoccupato.

Nemmeno il tempo di riprendersi dallo sconforto, che subito arriva un’altra doccia fredda. Questa volta è la Ong GermanWatch a portare cattive notizie: siamo tra i paesi con più vittime – esattamente 19.947 – causate dal clima malato, negli anni che vanno dal 1999 al 2018. Oddio, che non fossimo messi bene l’avevamo capito anche da soli, ma addirittura sesti al mondo sorprende ed infervora, perché ciò sta a significare che poco, pochissimo, si è fatto per la protezione ambientale. E la sensazione che questo nodo, con il passare del tempo tenda a stringersi, è forte. Viva Greta, abbasso Greta, boh, chissà, tant’è che oggi un acquazzone allarma quanto una bolla speculativa in economia.

Chi pensava poi che zio Paperone fosse diventato uno spendaccione si dovrà ricredere: le multinazionali non sono ammortizzatori sociali ed il disastro dell’ex Ilva la dice lunga sulle difficoltà che il Paese incontra quando si tratta di muoversi nelle dinamiche che caratterizzano la globalizzazione, in particolare questa globalizzazione.

È poi di questi giorni, tanto per rimanere in tema, l’annuncio di Unicredit: un taglio di 8000 dipendenti e 500 filiali; altre vite sul lastrico e tanto Maalox – nel migliore dei casi – da buttare giù per molti. Appare retorico doverlo evidenziare, ma anche Alitalia è ancora lì, quasi alla frutta, nessuno la vuole; e con la Whirlpool che si fa? Da brividi sulla pelle. E di criticità ce ne sarebbero, in svariati settori, ma affondare il coltello nella piaga è inutile, anche perché il Paese lo viviamo tutti, e non c’è da aggiungere molto a ciò che vediamo nella quotidianità.

Non è questione di gufi – tra l’altro animale affascinante, che si dice porti fortuna, il gufo, al contrario di comprare casa, che sembrerebbe, a questo punto, scelta portatrice di sventura, da evitare come la peste per chi fa o ambisce alla politica – Quindi nessuna iettatura; semmai, correndo il rischio di abbracciare un’ovvietà, diciamo che una percezione esatta della realtà aiuterebbe. Invece, ci gingilliamo a rifarci il trucco ogni volta per apparire più belli di quel che siamo. Ed intanto il Paese tracolla. La storia è diventata un’opzione polverosa, tirata in ballo solo per accusare il presente di essere culla di nuovi potenziali fascismi e/o comunismi, il passato a strumento di propaganda politica. Sarà pure un azzardo affermarlo, ma forse, almeno per certe questioni, siamo ancora dentro al Risorgimento. Figuriamoci.

Intanto il 5G, ovvero la rete per le telecomunicazioni di quinta generazione, è ormai alle porte. Una nuova rivoluzione sta per rimescolare le carte in tavola e trasformare il mondo che ci circonda. Infrastrutture, edifici, cicli produttivi, mobilità, sociale, cultura e molto altro ancora subirà nei prossimi anni profonde trasformazioni che cambieranno il nostro modo di vivere. E noi, in questo nuovo ordine mondiale, dove siamo? A verificare la stabilità dei piloni delle autostrade, potremmo rispondere con una battuta, ma c’è poco da scherzare.

Occupiamo il tempo a ragionare di “patti sociali” tra Governo, Sindacato e Imprese, quando invece dovremmo cogliere la crescente distanza tra quel che siamo e quel che invece dovremmo essere per diventare competitivi e da lì ripartire. Affettando i pensieri con l’accetta ci potremmo domandare come pensiamo di combattere la deindustrializzazione, quando non siamo stati nemmeno capaci di difendere Venezia dall’acqua alta.

Siamo sempre in ritardo su tutto. Conte preannuncia per gennaio una verifica di governo e l’elaborazione di un cronoprogramma fino al 2023. Visto l’incastro impossibile tra le forze politiche che appoggiano il suo Governo, immaginiamo che questa annunciata fase, se andrà a buon fine, partorirà un accordo a ribasso. Sono troppe le differenze in campo, e minime le qualità disponibili per assottigliarle.

Poi ci sono le Sardine a ravvivare il dibattito. Fatte le dovute distinzioni, si potrebbe affermare che lo erano un po’ anche i Girotondini a Piazza San Giovanni il 14 Settembre 2002. “Amore che vieni, amore cha vai” ci verrebbe da dire: la Sinistra che non smette mai di fare i conti con sé stessa. Tuttavia, la sospensione momentanea del giudizio, ci appare oggi come la soluzione più saggia. Occorrerà aspettare per capire se queste piazze avranno la forza di innescare cambiamenti importanti: dall’Oceano Atlantico alle macerie di un paese il passo non è breve.

Se per incanto, da domani mattina, iniziasse un ciclo virtuoso di radicale cambiamento nei molteplici settori nei quali arranchiamo, forse, tra quindici anni si potrebbero vedere alcuni risultati. Ma “lasciate fuori ogni speranza o voi ch’entrate”, perché l’alternativa a questo Governo è un centrodestra con Berlusconi, Meloni e Salvini, tutta gente che ha già governato il Paese e grazie ai quali ancora ci lecchiamo le ferite. In alto i cuori e si salvi chi può.