Quei genitori piccoli piccoli, chiocce di una rivolta senza etica

di Lucio Fero
Pubblicato il 20 Ottobre 2011 13:33 | Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre 2011 14:58

ROMA – Una generazione fa, diciamo un quarto di secolo, se tiravi una molotov, ti scontravi con la polizia, forzavi cordoni e “zone rosse” e poi finivi fermato in Questura o addirittura in cella per qualche giorno, allora i genitori ti riempivano di rimproveri, sdegno e idealmente anche di botte. Oppure i genitori erano in piazza e al corteo insieme a te, in carne e ossa o almeno in idea. In Questura ti portavano la solidarietà civile e politica, oppure minacciavano di cacciarti di casa. Entrambe queste “specie” di genitori, la moderata/spaventata e la impegnata/militante sono sparite, domina invece la specie del genitore piccolo-piccolo, quella del “non toccatemi il pupo” e “giù le mani, e le leggi, dalla mia prole”.

L’estinzione della specie del genitore civile a vantaggio della specie del genitore tribale (la tribù è la famiglia) comincia e si perfeziona quando il “familismo amorale” invade e colonizza anche il concetto di cittadinanza, perfino quello di rivolta e rivoluzione. Comincia e si perfeziona quando chi sfida uno Stato che ritiene ingiusto e oppressivo, chi va scontrarsi con la polizia che ritiene a guardia del privilegio e dei poteri autoritari pretende salvacondotto preventivo e susseguente. Se in un corteo, in una manifestazione, in un’azione di protesta e rivolta di piazza decidevi per motivi che ritenevi nobili e fondati di andare contro la legge, allora non ti aspettavi che i difensori di quella legge che tu violavi fossero dolci e rispettosi, garantissero addirittura la serena incolumità della tua rivolta. Ma era un quarto di secolo fa. Allora il militante, il rivoluzionario, perfino l’eversore o semplicemente il manifestante mettevano nel conto la carica della polizia, il lacrimogeno, il manganello e forse il fermo, l’arresto, il processo. Erano tutte parti del giusto prezzo da pagare. Prezzo ritenuto giusto, anzi ovvio, perché uno Stato non si “abbatte” gratis. Invece oggi chi si appresta ad assalire un cantiere, bloccare una strada, sfondare un muro di poliziotti pretende sia dichiarata e riconosciuta “legale” dallo Stato la sua rivolta contro quello stesso Stato che lui ritiene “illegale”.

C’era un’etica nel ribellarsi. Una assunzione di responsabilità. Una rivendicazione orgogliosa di dignità del proprio gesto di rivolta. Invece oggi assistiamo all’esibizione in tv della gamba fasciata di un manifestante che lamenta un blindato della polizia lo abbia toccato nella sua corsa, il blindato contro cui il manifestante si lanciava e lanciava… Smarrita e dispersa è la dignità etica della rivolta: se rivendico e pratico la giustizia e l’azione della mia ribellione, poi è mortificante e poco dignitoso che pianga sul danno personale che posso subire. Se lancio, sia pure pensando che sia necessario e giustificato, una bottiglia incendiaria, allora non piango se la polizia mi tira un lacrimogeno o cerca di mettermi le manetta. Ma ciò che era logico, ovvio e pure dignitoso un quarto di secolo fa ora non lo è più.

E lo dimostrano quei genitori piccoli-piccoli, evoluzione neanche tanto evoluta del “borghese piccolo-piccolo” contro cui i ribelli di una generazione fa si ribellano in casa e in piazza. Quei piccoli-piccoli che altro universo ideale e civile non avevano che la tribù-famiglia. Da chi “Er Pelliccia” avrà tratto ispirazione per il suo “alibi”? Quello in cui dichiara: “Con l’estintore volevo spegnere l’incendio”? Chi gli avrà insegnato che il primo comandamento dell’etica della sopravvivenza astuta è fuggire la responsabilità, negare l’evidenza, sempre salmodiare: chi, io? Forte è il sospetto che la cattedra prima di tanta etica sia stata in casa, quella di mamma e papà. Forte è il sospetto che questi ribelli, ribelli forse anche per giusta causa, siano figli di un dio minore, del civismo e della dignità.

“Perché proprio mia figlia?” grida un padre di una arrestata. La domanda presuppone già la risposta: se arrestato qualcun altro, allora nessun problema. Altri genitori sibilano: “Ci avete sputtanato per bene, il mio è un ragazzo e questa gogna peserà sul suo futuro”. Non lo sanno, evangelicamente non sanno quel che dicono, ma è lo stesso argomento del tangestita “beccato” dalla cronaca: il problema è “lo sputtanamento e la gogna”, non quel che si è fatto o non fatto. Fatto qualcosa? No, per i genitori i figli sono tutti “innocenti” e la prova inconfutabile dell’innocenza è che sono figli di chi innocenza proclama. Poliziotti, magistrati e altri cittadini si facciano i “fatti loro”, come osano violare il territorio della tribù-famiglia? “Se adesso si lasciano andare le cure chi le paga?”. E qui il corto circuito dell’etica piccola-piccola fa grande e incendiaria scintilla: il genitore arriva a un passo dalla richiesta di risarcimento per il suo pargolo danneggiato. Danneggiato dal dover rispondere di quel che ha in coscienza e volontà deciso di fare.

Sono per i genitori tutti “capri espiatori”, la formuletta regna sovrana. Evoluzione neanche tanto evoluta di quando i borghesi piccoli-piccoli invocavano le “cattive compagnie”. Ma qui siamo un passo più in là, qui c’è la latente denuncia del complotto degli altri, di tutti gli altri, a danno della famiglia-tribù. Non lo sanno, non sanno di esserlo ma questi genitori sono chiocce di una rivolta senza “attributi” etici e civili. Ribellarsi contro la legge che c’è talvolta nella storia, e spesso nella vita, può essere gesto dovuto o almeno giustificato. Ma comporta coraggio e dignità, almeno se è ribellione politica. Lanciare il sasso e nascondere la mano è gesto meschino e codardo, affidare poi a mamma e papà la pietra perché la nascondano è coscienza imberbe e antagonismo implume. Forse quei figli saranno anche innocenti del reato di devastazione e violenza, di certo quei genitori piccoli-piccoli sono colpevoli di sequestro della dignità politica e civile, la loro e quella dei loro figli. E di vilipendio alle ragioni della rivolta, soprattutto se e quando la rivolta ha delle ragioni.