Norvegia, il complotto delle nuove SS. Breivik soldato di una “organizzazione”

di Lucio Fero
Pubblicato il 25 Luglio 2011 17:25 | Ultimo aggiornamento: 25 Luglio 2011 19:16
Anders Breivik

Anders Breivik (Lapresse)

ROMA – Il nazismo è tornato e uccide in mezzo a noi: Anders Breivik non è un pazzo e nemmeno una isolata scheggia impazzita. Non è un pazzo il massacratore di Utoya: i pazzi non impiegano tre anni e accumulano trecentomila euro per programmare e finanziare una strage. Il suo progetto di strage è stato lucido e metodico: l’acquisto delle armi, la meditata scelta di travestirsi da poliziotto, il dotarsi di documenti falsi, la studiata conoscenza dei luoghi e, soprattutto, il dispiegarsi della strage in più fasi, l’ultima e più importante a cadaveri freddi.

Prima fase: il “diversivo” di Oslo, cioè l’esplosione nel centro della capitale norvegese. Senza di questa non c’è, non ci può essere il macello di ragazzi sull’isola. Far esplodere una bomba nel centro della città serve ad attirare tutta la polizia lì e solo lì, ritardarne i “riflessi” quando arriverà l’allarme dall’isola dei ragazzi prescelti come vittime. Serve a dare a se stesso la “chiave” per sbarcare lì, nell’isola e chiamare a raccolta i primi da massacrare. Breivik vestito da poliziotto sbarca e annuncia di essere di essere venuto a “dare informazioni sull’attentato”, per questo i primi trenta destinati alla morte accorrono intorno a lui che morte impartisce. Il diversivo di Oslo è pensato, calibrato, funzionale alla strage maggiore. E messo in atto con coerenza e rigore cronologico, qualcuno ha steso una “mappa” della giornata di sangue. Breivik da solo? Improbabile, anche a volersi limitare all’esame del solo attentato nella capitale. Occorre procurarsi l’esplosivo, saperlo assemblare, farlo detonare, stabilire una logistica. Perché coordinati devono essere i movimenti del massacratore, deve arrivare sull’isola a tempo giusto e con la certezza che il diversivo abbia ottenuto tutti i suoi effetti.

Seconda fase: il mattatoio. Uccidere novanta persone non è facile, neanche con un’arma automatica. Sull’isola sono in più di seicento. Anche se disarmati e terrorizzati, possono reagire. Con un fucile mitragliatore i primi, dieci, venti, trenta si colpiscono in fretta, ma poi gli altri fuggono, si disperdono. Per continuare a macellarli bisogna stanarli uno a uno, dar loro la caccia. Può farlo un uomo solo anche se ha a disposizione circa novanta minuti prima di essere fermato? Può farlo un uomo solo con tanta metodicità ed efficacia? Quando si spara su una folla anche se inerme per ogni ucciso ci sono almeno cinque, dieci feriti. Ad Utoya i feriti risulteranno pochissimi e comunque nettamente inferiori per numero agli uccisi. Chi li macella dà, infligge il colpo mortale e definitivo, quasi sempre, quasi a tutti. Può farlo un uomo da solo? Novanta minuti per novanta morti sono un minuto a cadavere. Un minuto per scovarlo, inseguirlo, colpirlo, finirlo. E senza mai fermarsi. L’orologio dice che per un uomo solo la “performance” è al limite dell’impossibile.

Terza fase: il farsi catturare. Da solo e lui solo. Scelta messa in bilancio e in programma prima, nella pianificazione della strage. Scelta funzionale alla fuga di altri che forse erano lì. E scelta lucida perché Breivik continua e perfeziona la strage dopo la cattura: appena ha finito di sparare inizia a parlare, a far propaganda. Fa di se stesso un “manifesto”, stende un suo “Mein Kampf”. La “missione” di “pulire” l’Europa, il “dovere” di uccidere perché i veri europei abbiano il loro “spazio vitale”.

Fase quattro: il processo. Fare dell’interrogatorio subito e del processo che verrà dopo una tribuna, una campagna di proselitismo e raccolta, una chiamata e chi deve “salvare l’Europa”. Breivik soldato del nuovo nazismo è ancora in missione mentre parla al suo primo giudice. Dice quel che ha deciso di dire al momento che deve aver stabilito, non prima e non dopo. Dice che c’è “una organizzazione” articolata in “cellule”, almeno due. Non sta confessando, sta attuando una fase del piano. Una “organizzazione” che ha fornito almeno supporto logistico e con la quale sono state pianificate le diverse fasi della strage, “cellule” che si sono divise i compiti. Organizzazione  e cellule che hanno in comune non solo la strategia di un giorno di sangue, ma l’idea di uccidere e sterminare all’ingrosso. Per terrorizzare i complici della corruzione della razza e coloro che si piegano all’invasione dei “sotto uomini”? Non solo e non tanto: per demolire, attaccare, scuotere, svellere. Quel che fa un esercito, piccolo ma feroce, sparuto ma pur sempre un esercito quando attacca una postazione nemica. L’Europa ha di nuovo le sue SS, praticamente la stessa divisa, la stessa cultura, la stessa missione: “il popolo e la terra”. E, quel che è peggio, lo stesso retro terra di brava e normale gente, di brava gente spaventata dalle “razze aliene” e dall’economia incerta. Le nuove SS, feroci ma sparute, possono essere battute, incarcerate, stroncate e spezzate. Le democrazie questo sanno farlo, si può stare sicuri. Ma è il retro terra che va diserbato senza indulgenza e drasticamente. E questo le democrazie spesso, troppo spesso esitano a farlo: fino a che possono, e talvolta anche oltre, il retro terra non sanno vederlo, non vogliono vederlo. In Europa c’è una piccola piantina di nazismo: non va solo estirpata, va spezzato il vaso. O la pianta crescerà e il complotto di Oslo sarà solo il primo ramo.