Social, perché la gente si informa con le bugie. Facebook? No, filosofia tedesca

di Lucio Fero
Pubblicato il 28 dicembre 2016 10:51 | Ultimo aggiornamento: 28 dicembre 2016 11:08
Social, perché la gente si informa con le bugie. Facebook? No, filosofia tedesca

Social, perché la gente si informa con le bugie. Facebook? No, filosofia tedesca

ROMA – Social network e quel che la gente viene a sapere sempre più tendono a coincidere. Sempre più “gente” (cioè cittadini, lavoratori, opinioni pubblica, elettori, famiglie) “sa” quel che apprende dai social, conosce quel che trova sui social e a sua volta immette e ritrasmette sui social quello di cui ha avuto esperienza e nozione appunto sui social. Nessun problema, anzi meraviglia per la tecnologia della comunicazione che ha dell’onnipotente e dell’universale. Il guaio, il difetto, il danno per nulla collaterale stanno nell’incontrovertibile fatto che i “fatti” sui social sono spesso, molto spesso, bugie.

Bugie, invenzioni, ossessioni viaggiano abbondanti e comode sui social network. Come si ogni altra piattaforma di comunicazione, da quella orale a quella scritta o stampata o radiofonica o televisiva? No, di più, parecchio di più. Di più, più bugie, invenzioni, ossessioni e fandonie sui social che su ogni altra piattaforma comunicativa perché le altre un qualche rapporto e ancoraggio con l’esperienza empirica lo conservavano. I social network invece ne sono totalmente svincolati ed esentati.

L’esperienza empirica, il conoscere direttamente attraverso i cinque sensi. In una comunità arcaica l’esperienza empirica (il vedere, sentire, toccare, assaggiare di persona) copre un’alta percentuale del sapere, cioè delle conoscenze degli individui singoli e della “gente” tutta. Progressivamente nel corso della storia umana questa percentuale di sapere legata alla conoscenza empirica si è ridotta fino ad essere decisamente minuscola nella società contemporanea. La stragrande maggioranza delle cose, dei fatti, delle nozioni, insomma del nostro sapere non è oggi legata ad alcuna esperienza empirica.

Sappiamo quel che sappiamo perché lo abbiamo letto sui libri (magari quelli di scuola e poi mai più), visto al cinema o in tv, ascoltato alla radio, orecchiato al tg, intravisto sul giornale e sempre più se non soltanto postato e cliccato sul social network. Lo smartphone è sempre più il luogo dove apprendiamo del resto del mondo e del resto degli umani.

Quindi letteralmente ci informiamo (meno consciamente ci formiamo) sui e con i social. Fin qui tutto bene. Ma perché con tanta naturalezza e quasi passione ci informiamo con le bugie che stanno sui social? Il perché sta in un fenomeno antico, molto antico, che caratterizza il rapporto tra l’umano e l’altro da sé, il rapporto tra la mente, le sue categorie concettuali (insomma il come funziona) e l’ambiente esterno, naturale o sociale che sia. Il fenomeno si chiama “reificazione”.

Reificazione, qualcuno vi riconoscerà l’etimo “res”, cioè cosa. Reificazione, letteralmente “cosa prodotta”. Più specificamente, produzione di una esistenza, produzione e attestazione di un fatto. Produzione e attestazione di un fatto in quanto tale che avviene attraverso un meccanismo che fissa, materializza, fa materia fissa di ciò che prima non lo era. Che vuol dire? Vuol dire che se te lo dice il tuo vicino di casa che c’è la multa se non hai messo in regola i termosifoni, ci “credi” fino a un certo punto. Se te lo dice il Tg1 la sera, allora ci “credi” di più.

Fissato, diventato materia su qualsiasi piattaforma o supporto altro da sé dell’umano che lo annuncia o di quello che lo ascolta il fatto, l’evento diventa “cosa”, oggetto appunto materiale. Succede anche ai giornalisti per i quali sono “fatti” quelli che si “reificano” sui lanci di agenzia stampa. Scritti là, “valgono”, sono “cose”. Riferiti altrimenti, anche da umani con relativa esperienza empirica dello stesso fatto, hanno minor valore di fatto. Insomma i fatti sono davvero accaduti quando agenzie dicono, come rigore è quando arbitro fischia.

I fatti, le cose vere…ogni giorno sul pianeta sono fatti e cose vere ad esempio decine (centinaia?) di migliaia di incidenti stradali. Tutti veri, tutti accaduti davvero. Ma di ciascuno hanno esperienza empirica diretta poche decine al massimo di umani. Di altri, che si fissano, diventano materia e cosa sui mezzi e circuiti di comunicazione di massa hanno conoscenza milioni di persone. Sono fatti concreti tutti gli incidenti stradali di un giorno ma diventano conoscenza umana solo quelli comunicati. E fatti comunicati lo si può diventare solo se passati attraverso un processo di reificazione su una piattaforma che trasformi alle categorie della conoscenza umana il soggettivo in oggettivo.

Non è facebook che si è inventato la reificazione, è stata la filosofia classica tedesca a definire il come e il quando del fenomeno e prima ancora la reificazione era nelle intuizioni della filosofia greca. La mente umana accetta volentieri come fatto reale, come cosa e materia quel che è inciso su pietra, carta, o lampeggia sullo schermo di un pc o risponde all’impulso di un touch apparendo su tablet o smartphone. E’ l’incisione su pietra, papiro, carta, marmo o l’apparizione in sonoro video radio tv o l’esistenza in Rete che conferiscono la sostanza e la qualità ontologica di fatto, realtà.

E allora cosa c’è di nuovo? Gli umani credevano anche alle bugie e fandonie dei cantastorie, degli aruspici e poi a quelle dei pulpiti e a quelle via carta stampata e a quelle via radio e televisione…cosa è, sarebbe cambiato? E’ cambiato, radicalmente cambiato, che cantastorie, aruspici, pulpiti, carta stampata e perfino televisione erano e sono soggetti talvolta e con fatica ma soggetti a verifiche di congruità con il reale. E che tutti, dai narratori di favole fino alle tv del pomeriggio, hanno finora esercitato una qualche forma (anche minima e comunque decrescente) di filtro non fosse altro che di plausibilità.

I social non hanno di questi scrupoli e impacci. Nessun filtro di plausibilità, nessun termine medio e tanto meno nessuna competenza intermedia tra il soggetto che immette nel social e il social che trasforma in oggetto, nessuna verifica neanche ipotizzabile al di fuori dell’unica realtà conosciuta, appunto il social stesso.

Non è questione di bufale o fake, di mele marce nel grande cesto della comunicazione libera. E neanche di buona e credibile professionalità giornalistica da ritrovare e ricoltivare in modo da produrre buona merce informativa e non solo scimmiottamento paludato di ciò che “va” sui social.

E’ una rivoluzione dei processi della conoscenza umana, delle modalità della formazione del suo sapere. E’ come se dopo millenni in cui nessuno andava a scuola se non a quella dei vecchi di famiglia o del saggio del villaggio, dopo secoli in cui la scuola fu negata ai più e riservata solo ai pochissimi e poi, faticosamente, aperta ai pochi, dopo non moltissimi decenni in cui la scuola fu aperta (almeno in teoria) a tutti, ecco che oggi per i molti e sempre più c’è una scuola sempre aperta dove si apprende un sapere falso e il sapere vero ridiventa pian piano per pochi, privilegio e anche rischio il sapere. Perché i più hanno trovato un meraviglioso strumento dove ogni bugia, ossessione, fandonia, invenzione e perfino superstizione o fobia diventano cosa e materia. E’ la grande rivincita, via social, del pensiero magico sul pensiero scientifico.

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