Dall’aborto alla eutanasia, uccidere in nome della vita

di Marco Benedetto
Pubblicato il 10 Gennaio 2011 2:11 | Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio 2011 2:11

Strage è la parola chiave d’inizio anno, tanto che un semplice omicidio non fa più notizia, si devono raggruppare perché trovino spazio in pagina.

L’odio ideologico e religioso sembra essere alla base delle uccisioni in massa e individuali di cristiani nel mondo orientale e anche della sparatoria che aveva per obiettivo una donna politica americana pro abortista. Che si uccida in nome del dio vero è assurdo ma negli ultimi duemila anni la diffusione del monoteismo ha portato con sé l’intolleranza e i secoli si contendono il primato dei morti sull’altare della fede o della non fede che sempre una forma di fede è.

Che si uccida in nome della vita, come sembra essere accaduto in Arizona, è invece paradossale, una tragica contraddizione. Tuttavia bisogna notare con amarezza che in nome della vita non solo ci sono dei pazzi che uccidono, ma ci sono delle persone serie e responsabili che antepongono il valore assoluto della Vita con la V maiuscola a qualsiasi altro valore, come se la vita o la Vita, che è la forza primaria che spinge l’universo, non fosse capace da sola di regolarsi e di vincere.

Allora assistiamo alla trasformazione di un dibattito che dovrebbe essere serio profondo confronto sul diritto alla morte, in una rissa politica che spesso ha odore di spudorata ipocrisia. Il diritto alla morte non ha seguito un percorso rettilineo nella storia umana, se pensiamo che i presunti maestri di civiltà romani consideravano la vita quello che oggi si direbbe una commodity e che nel medio evo un essere umano valeva meno di un cavallo.

Poi c’è stata la appropriazione da parte dello Stato di quel diritto: io cittadino no, ma lo stato può disporre della vita di singoli e collettività, la condanna a morte del presunto colpevole e l’esecuzione in massa attraverso la guerra. Questo equivoco ha permesso al Papa di Roma, per tutto il tempo in cui è stato capo di Stato, quindi fino al 20 settembre 1870, di fare guerra ai vicini, di chiamare stranieri a fare guerra in Italia e di far uccidere i rei. Questi ultimi, per la salvezza della loro anima, erano costretti a confessare prima dell’esecuzione e se non volevano capirlo si provvedeva con la tortura.

Solo nel novecento l’orrore delle carneficine delle due mondiali ha provocato in singoli cattolici il rifiuto di dare la morte. C’era chi si ritagliava dei ruoli di supporto che non riducevano il rischio (un portaferito della 15-18, mio padre, passò il resto della sua vita a estrarsi schegge di shrapnel dalle gambe) ma escludevano l’uso delle armi. C’era chi affrontava il carcere e il plotone d’esecuzione. Un film che ha segnato la mia generazione va ricordato con gratitudine: “Non uccidere”, di Claude Autant Lara.

Ma oggi l’orizzonte si è spostato dal diritto a dare la morte al diritto alla vita e anche questo è un grande tema ma anche qui tutto è inquinato dagli assoluti, che in casi estremi portano alla strage di Tucson, ma nella pratica quotidiana portano gli ospedali a spingere la barriera della nascita a limiti, che in parte la scienza e la pratica medica, sostengono ma che sono imposti senza la minima considerazione della vita futura della creatura, per la quale elevato può essere il rischio di confermare la catastrofica visione di Leopardi che “è funesto a chi nasce il dì natale”. Sono imposti senza una adeguata formazione dei genitori e senza una adeguata conoscenza dei rischi, in nome di una fede e di una ideologia che scarica sugli altri le conseguenze della propria ispirazione e senza chiedersi quale dei due peccati sia il più mortale: fare vivere o non fare vivere.

C’è un altro riflesso che la strage di Tucson può avere sull’Italia, quello di buttare sulla politica la responsabilità del delitto. Che l’azione si possa ricondurre al clima di odio alimentato negli ultimi mesi in america da parte degli estremisti di destra del Tea party ispirati da Sarah Palin è certo, ma qualsiasi ulteriore criminalizzazione della lotta politica appare insensata e anche ridicola come il tentativo di Berlusconi di trasformare in martirio alimentato dalla sinistra e dai giornali di sinistra italiani il gesto scemo della statuetta in testa a lui.

La politica è lotta ed è anche e soprattutto lotta di classe, è uno dei modi in cui la si combatte ed è meglio così che con l’occupazione del Palazzo d’Inverno. La lotta si alimenta anche con l’invidia, che è un brutto sentimento, così connaturato in noi che ci fa agire senza che ce ne accorgiamo, ma che spesso. essendo frutto del desiderio di avere quel che non si ha,  è anche il motore della crescita, che è alla base del progresso occidentale.