Paga Imu, scuola cattolica chiude? Incassa multa europea e 8 per mille

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 27 Febbraio 2012 16:04 | Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2012 17:56

Foto Lapresse

ROMA – E’ antipatico far di conto quando di mezzo ci sono la fede religiosa e le azioni di solidarietà e assistenza sociale. Sa di piccolo e meschino far di conto, il “conto della serva”, quando si tratta di istruzione, salute e carità. Però i primi a far di conto sono stati i Salesiani e poi il quotidiano cattolico l’Avvenire e poi tutti i politici cattolici che ovviamente sono in tutti i partiti. Hanno fatto di conto e hanno decretato, anzi conteggiato: se le scuole cattoliche pagano l’Imu, oppure Ici che dir si voglia, niente meno “chiudono”.

Singolare assonanza e circostanza: ogni volta che qualcuno è chiamato a pagare una tassa in questo paese subito “chiude”. E quanto sarà mai questa Imu, peraltro limitata ai locali e alle attività da cui si ricava un guadagno? Mettiamo pure, con molta fede e poca scienza, che il pianto corrisponda a un conto reale, mettiamo che qualche migliaio di euro l’anno porti l gran parte delle quasi diecimila scuole cattoliche niente meno che a “chiudere”. Nessuno lo vuole, non succederà, non chiuderanno. Prima perché non pagheranno se davvero non ci guadagnano o se ci guadagnano pochissimo. Secondo perché la sacrosanta e utilissima attività sociale della Chiesa cattolica in Italia è aiutata, favorita e finanziata da altre fonti di denaro pubblico che non sia l’esenzione di massa vigente e appena abolita dall’Imu/Ici.

Facciamoli questi conti: con l’introduzione dell’Imu/Ici per le attività “commerciali” della Chiesa cattolica in Italia la stessa Chiesa cattolica si mette e viene messa al riparo da una multa europea per danno alla concorrenza che daterebbe dal 2005. Qualche centinaio di milioni l’anno per sette anni. Con questa legge probabilmente l’Europa “abbuona” la multa che già stava emettendo. Una “miliardata” che avrebbe pagato lo Stato italiano? Sempre soldi pubblici sono, dato che a pagare sarebbe stata tenuta la Chiesa, anche se lo Stato sarebbe probabilmente subentrato. Ma della multa, ragione non ultima della nuova legge, nessuno parla.

Vogliamo fare i conti sull’otto per mille? Ogni contribuente italiano indica o dovrebbe indicare in sede di dichiarazione dei redditi a chi vuole sia versato l’otto per mille del “suo” reddito. Allo Stato, alla Chiesa cattolica, ad altre confessioni religiose…La gran parte dei cittadini non indica, la maggioranza di quelli che indicano dicono: alla Chiesa cattolica. Così che la Chiesa raccoglie una percentuale di adesioni e sottoscrizioni, quasi due terzi, ma solo della metà che esprimono la scelta. Quindi a rigor di logica e matematica alla Chiesa andrebbe, dovrebbero andare i due terzi della metà dell’otto per mille: diciamo quasi il quaranta per cento. Ma alla Chiesa va anche la quota parte dell’otto per mille di coloro che non indicano la scelta. Anche questi sono conti.

Vogliamo poi conteggiare anche le centinaia di milioni che i governi locali, soprattutto le Regioni, destinano alle scuole cattoliche? Sono conti e soldi anche questi. E soldi pubblici sono anche quelli con cui vengono pagati gli insegnanti di religione nella scuola pubblica assunti di fatto dalla Chiesa. Contando contando, viene il fondato dubbio che alla Chiesa cattolica non convenga fare tutti i conti e fino in fondo. Conti che sono meschini e imbarazzanti, conti che è antipatico fare. Meglio stare ai principi: una scuola cattolica che rispetta i programmi di istruzione scolastica, paga regolarmente i suoi dipendenti e non trae profitto da questa sua attività o reinveste in istruzione gli eventuali profitti merita di non pagare l’Imu/Ici come accade alle scuole pubbliche. Ma provare a forzare questo principio per arrivare al “tana libera tutti”, cioè al nessuna Imu per nessuna scuola cattolica, magari piangendo preventiva miseria, è un invito a farli tutti e davvero i conti, anche se sono “della serva”. Guardino bene nei loro conti, con occhio attento, di pagliuzze e travi dovrebbero essere esperti.