Caso Orlandi: appello contro l’omertà del Vaticano? In ritardo di 30 anni

di Pino Nicotri
Pubblicato il 15 Dicembre 2011 20:46 | Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre 2011 20:46
I manifesti di Emanuela Orlandi sparita

foto Lapresse

CITTA’ DEL VATICANO – L’iniziativa è senza dubbio interessante, ma un po’ troppo tardiva e caratterizzata da una fiducia verso l’interlocutore che appare francamente quanto meno azzardata. Dopo avere raccolto via Internet oltre 40 mila firme a un appello che chiede la fine dell’omertà del Vaticano sulla scomparsa di sua sorella Emanuela, sparita a quasi 16 anni nel giugno del 1983, Pietro Orlandi ha dato appuntamento a tutti i firmatari per domenica prossima, 18 dicembre, direttamente in piazza S. Pietro.

Un gesto in apparenza talmente dirompente da apparire provocatorio. Fatto però con un ritardo di quasi 30 anni. Non ho mai capito – o forse l’ho capito fin troppo bene – perché neppure i radicali di Marco Pannella abbiano mai organizzato una simile clamorosa richiesta di chiarezza vaticana, nonostante io l’abbia più volte proposta quanto meno all’onorevole Maurizio Turco quando era un europarlamentare, prima cioè che diventasse un deputato del parlamento italiano quale è oggi.

Dopo la pubblicazione, avvenuta nel 2003, del primo dei miei due libri dedicati alla scomparsa di Emanuela Orlandi, Pannella mi invitò a tenere una relazione sull’argomento in occasione di un convegno del partito radicale come al solito decisamente anticlericale. Il convegno si svolse nella stessa aula dove a suo tempo venne interrogato dall’Inquisizione Galileo Galilei e vi partecipò, tra gli altri, il saggista spagnolo Pepe Rodriguez, autore di vari libri esplicitamente anticlericali fin dal titolo, come per esempio “Dio è nato donna”.

Ben venga dunque la pur tardiva iniziativa di Pietro per domenica 18. Ma ci sono vari punti deboli, che lasciano pensare che da parte vaticana o non ci sarà nessuna risposta, come da 28 anni ad oggi, oppure ci sarà una risposta di comodo, fors’anche preconfezionata ad hoc. Pietro infatti si rivolge all’attuale pontefice, papa Ratzinger, con una fiducia enorme, che non trova nessuna giustificazione nella ormai quasi trentennale omertà.

Questo infatti il testo del suo appello, firmato fino ad oggi da oltre 40 mila aderenti, me compreso tra i primissimi se on il primo in assoluto: “Santità, mi rivolgo a lei nella sua duplice veste di capo di Stato e di rappresentante di Cristo in terra per chiederle di porre in essere tutto ciò che è umanamente possibile per accertare la verità sulla sorte della Sua connazionale Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983. Il sequestro di una ragazzina è offesa gravissima ai valori religiosi e della convivenza civile: a Emanuela è stata fatta l’ingiustizia più grande, le è stata negata la possibilità di scegliere della propria vita. Confido in un Suo forte e ispirato intervento perché, dopo 28 anni, gli organi preposti all’accertamento della verità (interni ed esterni allo Stato Vaticano) mettano in atto ogni azione e deliberazione utili a fare chiarezza sull’accaduto. Un gesto così cristiano non farebbe che dare luce al Suo altissimo magistero, liberando la famiglia di Emanuela e i tanti che le hanno voluto bene dalla straziante condanna a un’attesa perenne”.

Come si vede, tono e sostanza molto dimessi e rispettosi, tali da apparire subalterni. Pepe Rodriguez nel convegno radicale spiegò che “per un cattolico mettersi contro la Chiesa è una cosa molto ardua, di fatto impossibile, perfino quando si tratta di avere subito casi di pedofilia da parte di membri del clero”.

Pietro Orlandi inoltre – se non lo è tuttora – è stato cittadino e inquilino del Vaticano come l’intera sua famiglia nonché dipendente della banca vaticana IOR come la sua consorte. C’è però un motivo preciso che rende intrinsecamente debole l’appello, anche se ovviamente spero anch’io che possa avere successo. Pietro chiede infatti a Ratzinger “di porre in essere tutto ciò che è umanamente possibile per accertare la verità”.

Il problema è che il predecessore di Ratzinger, cioè papa Wojtyla, ha più volte dichiarato pubblicamente che per capire cosa fosse successo a Emanuela stava facendo e stava facendo fare “tutto ciò che è umanamente possibile”. Dichiarazione che ho riportato in entrambi i miei libri (il secondo è stato edito nel 2008) a riprova della linea menzognera tenuta fin dall’inizio dal Vaticano e in particolare dalla sua Segreteria di Stato. Che la Segreteria di Stato sappia cosa è successo a Emanuela è assolutamente certo, perché risulta da una serie di atti giudiziari. Mi limito a riportare le prove più gravi.

Prova numero 1: nelle stesse ore in cui inspiegabilmente e senza nessun motivo, perfino a insaputa degli Orlandi, Wojtyla lanciò per primo l’appello che adombrava un rapimento, monsignor Giovambattista Re, dirigente della sezione Affari Italiani della Segreteria di Stato, rifiutava l’offerta di monsignor Francesco Salerno di attivare le proprie conoscenze per capire cosa fosse successo alla ragazza.

“No, grazie, è meglio lasciare le cose come stanno”, è stata la sbalorditiva risposta di Re.  Lo stesso Salerno, interrogato dai magistrati italiani, dopo avere rivelato il gravissimo “No!” di Re ha aggiunto che gli risulta l’esistenza presso la Segreteria di Stato “di un dossier probabilmente risolutivo su caso Orlandi”.

Il giorno prima di essere interrogato come testimone, il vice capo della Vigilanza, oggi Sicurezza, del Vaticano, ingegner Raul Bonarelli, è stato raggiunto in auto da una telefonata partita dal Vaticano. A chiamarlo era monsignor Bertani, “cappellano di Sua santità”, che gli ordinava esplicitamente di mentire ai magistrati: “Non dire che la Segreteria ha indagato. Dì che non ne sappiamo nulla perché il caso è di competenza della magistratura italiana, non nostra”.

Da notare, oltre alla gravità dell’ordine impartito, il fatto che molto stranamente, ma significativamente, monsignor Bertani sa che Emanuela è sparita in territorio italiano, anziché in quello vaticano come sarebbe pur stato possibile almeno in linea teorica. L’avvocato di Bonarelli è il noto e molto potente avvocato romano Luigi Fischetti, che ha sempre accuratamente vietato al suo cliente qualunque contatto con la stampa e qualunque dichiarazione pubblica.

Prova numero 2: il Vaticano ha risposto “no!” a tutte le richiesta dei magistrati italiani di interrogare alcuni cardinali della Segreteria. E quando s’è deciso a consegnare almeno i nastri delle registrazioni delle telefonate di chi telefonava alla Segreteria spacciandosi per portavoce dei “rapitori” di Emanuela s’è scoperto che i nastri erano vuoti: smagnetizzati per cancellarne il contenuto.

Prova numero 3: la persona che in quanto capo dell’Ufficio Legale del parlamento italiano inviava in Vaticano le richieste dei nostri magistrati, in gergo “rogatorie internazionali”, era la stessa persona, Gianluigi Marrone, che dal Vaticano in veste di suo Giudice Unico si auto rispondeva “No!”. Quando nel 2002-2003 ho scoperto questo incredibile particolare e gli ho parlato, Marrone, deceduto poco più di un anno fa, è stato esplicito: “Io potevo solo firmare quello che il Vaticano mi diceva di firmare: Se lei mi chiede se il Vaticano ha detto tutto quello che sa io le rispondo negativamente”.

Chissà la sofferenza di Natalina Orlandi, la più grande delle sorelle di Emanuela: Natalina infatti, altro particolare incredibile che ho scoperto a suo tempo, era la segretaria di Marrone nell’Ufficio Legale del parlamento italiano. Insomma, Pietro Orlandi di ragioni e motivi ne ha da vendere. Proprio per questo però la sua iniziativa, meritoria, appare debole perché si limita a una supplica evitando accuratamente ogni accusa tra le molte che potrebbe muovere e che nel lontano passato ha almeno in parte mosso in alcune interviste.

Può essere però che la scelta del profilo basso sia stata dettata saggiamente dal voler raccogliere quante più adesioni possibile e portare in piazza S. Pietro quanta più gente possibile, anche se a mio parere le persone che protestano perfino in piazza S. Pietro è difficile che siano davvero molte. Ma la nota più stonata, tra le altre su cui sorvoliamo, è l’insistere – nei comunicati su Facebook – per “l’apertura della tomba del boss”, ovviamente della Banda della Magliana, alias Enrico De Pedis, nella basilica di S. Apollinare. A parte il fatto che la magistratura romana ha già chiarito la vicenda di tale sepoltura fin dal 1995, resta un fatto ben preciso: Emanuela è sparita nell’83, e secondo una “supertestimone” (!) sarebbe stata uccisa in quello stesso anno, mentre De Pedis è stato ucciso nel 1990.

Credere che le spoglie di Emanuela possano essere state nascoste in una tomba creata 7 anni dopo è più adatto a dei visionari da romanzo o a dei depistatori di fatto anziché a chi è davvero animato dalla sete di verità. “Sono talmente esasperata da questa storia senza né capo né coda che non vedo l’ora la aprano la tomba di mio marito, così questa indecorosa e demenziale montatura di lungo corso finalmente finisce”, è il commento della vedova Carla De Pedis. Speriamo comunque che l’iniziativa di domenica abbia successo, io farò di tutto per esserci, e auguriamo agli Orlandi di riuscire finalmente a sapere la verità. Anche se sperare che a dirla sia il Vaticano equivale a credere che i miracoli li possa fare anche un papa ancora in vita e perciò non ancora “santo subito!” o non subito.