Emanuela Orlandi nella tomba di De Pedis? Entro maggio forse la verità

di giuseppe nicotri
Pubblicato il 2 Maggio 2012 12:42 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2012 12:42

Il mese di maggio potrebbe riservare due novità nella vicenda che si sviluppa ormai da anni sul mistero che avvolge la fine di Emanuela Orlandi, sparita senza lasciare traccia all’età di 15 anni il 23 giugno 1983 a Roma. Sulla sua scomparsa si sono intrecciate teorie molto diverse, da quella, inizialmente accreditata anche dal Papa, del rapimento, a quella che viva più o meno nascosta con il fratello Pietro.

Le novità di maggio potrebbero essere la riapertura della tomba del boss della banda della Magliana Enrico “Renatino Dandy” De Pedis, nella basilica romana di Sant’Apollinare a Roma per vedere se gli occupanti del loculo sono uno o due; e lo spostamento dei resti di De Pedis in un cimitero fuori porta. Si incrociano le decisioni di due potenze: la Procura della Repubblica di Roma, titolare dell’inchiesta sulla scomparsa della Orlandi e le alte gerarchie del Vaticano, proprietario della chiesa e della sottostante cripta dove è la tomba. In mezzo i fratelli e la vedova di De Pedis, Carla, che non hanno molto da contrapporre ma puntano i piedi, tramite avvocati, per dignità.

Legata alla teoria del rapimento e dell’uccisione, c’è la convinzione di molti che i resti di Emanuela siano stati occultati nella tomba in cui è sepolto De Pedis, mentre l’idea assai poco cristiana dell’indegnità della sepoltura in chiesa di un criminale proclamato, sempre assolto ma morto ammazzato in strada come un cane si è fatta strada negli ultimi tempi anche grazie alla spinta del politico post comunista Walter Veltroni.

Negli ultimi giorni il turbinio di voci e indiscrezioni sulla possibile evoluzione del caso, pian piano è diventato una fastidiosa pulce nell’orecchio, fino a creare un po’ di malumore tra i magistrati della Procura della Repubblica di Roma che si occupano del caso Orlandi. C’è anche chi, nelle segrete stanze del Palazzo di Giustizia, alla luce di come sono state raccolte a suo tempo in tutta Europa le enormi somme necessarie a costruire la stessa basilica di S. Pietro, si meravigliano che destino così tanto scandalo le offerte di De Pedis alla basilica di S. Apollinare, in Roma, all’origine, almeno fino a prova del contrario, della benevolenza dei preti verso il de cuius. In quella chiesa, peraltro, dopo la sua conversione in carcere, De Pedis andava a messa ogni domenica, lì si è sposato prima di essere infine sepolto in quei sotterranei. Se vogliamo, la motivazione di De Pedis, come dei milioni di fedeli dei secoli passati, è stata sempre la stessa, ottenere con poco o tanto denaro la pulizia della fedina penale dell’Aldilà.

La cronaca di questi giorni. Da circa un mese Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ha lanciato su Facebook l’idea di una manifestazione “Per la verità e la giustizia nel nostro Paese”, sorvolando sul fatto che il suo Paese non è l’Italia, ma il Vaticano, del quale ha tuttora la cittadinanza, con annessi privilegi, dai prezzi scontati per chi fa il pieno dal benzinaio e la spesa al supermercato fino alle tasse dimezzate per ogni acquisto, alle cure dentarie gratuite.

La data fissata da Pietro per la manifestazione, alla quale, se non avrà ripensamenti, parteciperò anche Walter Veltroni, è domenica 27 maggio. Guarda caso, l’improvvisa decisione vaticana di traslocare la salma di De Pedis, dalla centralissima basilica di S. Apollinare al periferico cimitero comunale di Prima Porta, forza la mano alla Procura della Repubblica di Roma, non solo nella direzione di ispezionare la bara, ma anche di ispezionarla prima di quella data.

Qualcuno a palazzo di giustizia comincia a sospettare che il Vaticano intenda dare come un trofeo le spoglie di De Pedis alla manifestazione del 27, così che Pietro Orlandi possa gridare vittoria e ben disporsi ad accettare qualunque eventuale successiva “rivelazione” decisa da papa Ratzinger su cosa è successo a sua sorella. In cosa possa consistere la “rivelazione” pontificia nessuno è in grado di immaginarlo. Quel che appare certo è che Gesù Cristo, che sfidava gli ipocriti sedendo alla tavola di prostitute e pubblicani, avrebbe qualcosa da eccepire nella poco cristiana petizione  lanciata da Pietro Orlandi tramite Facebook e “Chi l’ha visto?”, per la quale sono arrivate quasi 80 mila e-mail di adesione. Ma i conti con Cristo sono rinviati all’aldilà, mentre su questa terra majora premunt. In ogni caso, al Papa, e non alla magistratura italiana, Pietro Orlandi si affida con piena fiducia in quanto “rappresentante di Cristo in terra”. Perciò, qualunque sia la versione che Ratzinger dovesse tirar fuori, Pietro non potrà fare altro che accettarla. E farla accettare ai suoi fans. Anche perché non sarà certo possibile sottoporla a verifiche di sorta.

Tanta fretta e la scelta vaticana di un cimitero di periferia, dove scarse sarebbero le garanzie da atti vandalici contro la salma, che inquinandola impedirebbero eventuali perizie, stanno creando qualche problema e qualche piccolo malumore. L’ispezione nella bara di De Pedis a questo punto andrebbe per forza di cose fatta, e fatta in fretta: prima del 27. Poco conta che in 17 anni di tormentone nessun magistrato abbia mai ritenuto che nella bara ci possa essere qualcosa di diverso dai resti di De Pedis o pensato che possano addirittura esserci i resti di Emanuela Orlandi.

Forse è per questo che suo fratello Pietro in una intervista a Vanity Fair ha sentenziato: “Per mia sorella ci vorrebbero magistrati come Falcone e Borsellino”. Dimenticando però che a bloccare le indagini giudiziarie non è stata la magistratura italiana, bensì lo stesso Vaticano. La Santa Sede ha infatti opposto una cortina di ferro, respingendole, a tutte le richieste dei magistrati italiani di interrogare alcuni cardinali ed evitando accuratamente di consegnare ai nostri inquirenti qualunque documento che non fossero un paio di nastri di registrazioni telefoniche, debitamente ripuliti da qualunque rumore.

Pietro Orlandi dimentica anche che a rispondere ogni volta “No!” alla magistratura italiana era un magistrato vaticano, Gianluigi Marrone, che oltre ad essere Giudice Unico del Vaticano era anche capo dell’Ufficio Legale del parlamento italiano. Ufficio dove Marrone aveva come segretaria Natalina Orlandi, sorella di Emanuela e Pietro.