Emanuela Orlandi. Pietro al cardinal Bertone: “Inchiesta come per il Corvo”

di Pino Nicotri
Pubblicato il 25 Ottobre 2012 9:44 | Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre 2012 9:54

Emanuela Orlandi e il mistero che dura da 30 anni attorno la sua scomparsa si arricchiscono di un nuovo capitolo, che ancora una volta vede protagonista il fratello Pietro.

Dopo una serie di iniziative come la campagna contro la tomba di Enrico De Pedis, il lungo dar retta ad Alì Agca e l’avere dato credito a piste chiaramente fasulle come quella del “manicomio a Londra” e dopo la troppo debole e fiduciosa supplica al Papa, ecco un’iniziativa di Pietro Orlandi di segno completamente diverso.

Il 20 ottobre il fratello di Emanuela Orlandi, la ragazza vaticana sparita come è noto il 22 giugno 1983, ha infatti lanciato una nuova petizione, con la quale questa volta però non si rivolge più direttamente a papa Ratzinger, che ha sempre ignorato quella rivolta a lui, bensì al Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, con una richiesta ben precisa: la creazione di una commissione cardinalizia che faccia finalmente luce sulla sorte di Emanuela.

Queste le parole di Pietro:

“Le chiediamo pertanto di adoperarsi affinché venga aperta un’indagine, interna allo Stato Vaticano, sul sequestro di Emanuela Orlandi, con la conseguente istituzione di una Commissione cardinalizia d’inchiesta che si impegni, con onestà e volontà, a far emergere la Verità su questa vergognosa e disumana storia”.

Un rifiuto da parte di Bertone non sarebbe semplice, visto che una commissione cardinalizia è stata istituita per una storia di duplicazione di documenti e forse di un paio di furti commessi dal maggiordomo del papa, il giovane Paolo Gabriele. La commissione non è andata a caccia di farfalle: fatto decisamente inusuale, ha ordinato alla Gendarmeria vaticana le indagini che si sono concluse con un processo e la condanna di Gabriele a 18 mesi di carcere, sia pure domiciliare.

E’ chiaro che non creare una analoga commissione cardinalizia per un caso certo più grave, qual è la scomparsa di una persona, apparirà ai più come una scelta incomprensibile, a conferma di un comportamento riassunto senza troppi giri di parole e peli sulla lingua da Pietro Orlandi nella petizione a Bertone: “Lo Stato Vaticano ha da sempre rinunciato alla ricerca di una sua innocente cittadina, suscitando lo sdegno di tantissime persone”.

Il cardinale però sa come trarsi d’impaccio. Il dossier della sua Segreteria di Stato sul caso Orlandi è inaccessibile, non c’è commissione cardinalizia che tenga e non c’è nessun cardinale disposto a violare la ormai trentennale consegna del silenzio. La risposta al fratello di Emanuela è scontata: il Vaticano non ha potuto fare nessuna indagine per il semplice motivo che Emanuela è scomparsa in territorio italiano. Vale a dire,nel territorio di un altro Stato sovrano nel quale lo Stato pontificio non può certo indagare.

Ma che le indagini siano state fatte e che il dossier esista risulta da una intercettazione telefonica e da una testimonianza agli atti delle inchieste giudiziarie.

L’intercettazione è quella iniziata alle 19,53 del 12 ottobre 1993 sul radiotelefono dell’allora vice comandante della Vigilanza Vaticana , oggi Gendarmeria, ingegner Raul Bonarelli, convocato per il giorno successivo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando. A chiamare, dal Vaticano, è don Bertani, “cappellano di Sua Santità”. E il motivo delle telefonata è ben chiaro: ordinare a Bonarelli di non dire al magistrato che la Segreteria di Stato ha indagato e di limitarsi a dire che il Vaticano non ha potuto fare indagini perché la scomparsa è avvenuta in territorio italiano, motivo per cui gli organi giudiziari vaticani erano bloccati: la competenza infatti non era loro, ma degli italiani.

La testimonianza che il dossier esiste e potrebbe essere risolutivo è quella di don Francesco Salerno, all’epoca della scomparsa di Emanuela consulente legale della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede. Interrogato come testimone il 3 dicembre 1993, il monsignore ai magistrati italiani Adele Rando e Rosario Priore (che indagava anche sulle foto a papa Wojtyla in costume da bagno scattate dalla fotografa romana Roberta Hidalgo) ha fatto mettere a verbale quanto segue: “Ritengo che negli archivi della Segreteria di Stato siano custoditi documenti relativi alla vicenda di cui ci occupiamo e che forse potrebbero essere chiarificatori”.

Bertone conta anche sul fatto che proprio la vicenda del maggiordomo del Papa ha danneggiato la credibilità di Pietro Orlandi forse più delle varie iniziative sbagliate. Il 27 maggio infatti, dopo il suo arresto, Pietro ha difeso Paolo Gabriele a spada tratta:

”E’ un mio amico, una bravissima persona”, che “sicuramente non avrebbe mai fatto nulla che potesse danneggiare Benedetto XVI”.

Il processo ha però dimostrato che Orlandi s’è sbagliato di grosso.