Genova e i genovesi insegnarono al Portogallo a navigare e un po’ di accento…

di Pino Nicotri
Pubblicato il 26 marzo 2019 11:36 | Ultimo aggiornamento: 26 marzo 2019 12:20
Genova e i genovesi (come Colombo) insegnarono al Portogallo a navigare e un po' di accento...

Genova e i genovesi insegnarono al Portogallo a navigare e un po’ di accento… (nella foto Ansa, Cristoforo Colombo)

di Pino Nicotri ROMA – Perché i portoghesi, e di conseguenza anche i brasiliani, hanno un accento che ricorda molto quello genovese? E’ una storia interessante.

Che in quest’epoca di Nuova Via della Seta vale la pena ricordare anche perché assegna ai genovesi il merito storico di avere iniziato le rotte atlantiche. 

Aprendo così infine la porta alla circumnavigazione dell’Africa per raggiungere direttamente la favolosa India – in pratica l’Estremo Oriente compresa la Cina e vari arcipelaghi – paradiso delle spezie e delle sete e quindi fonte di grandi commerci e guadagni, anche se poi a riuscire nell’impresa non saranno i genovesi, bensì proprio i portoghesi. 

Ma sarà genovese quel Cristoforo Colombo che nel tentativo di raggiungere l’India navigando verso occidente anziché verso oriente scoprirà l’esistenza del grande continente chiamato in seguito America.

Colombo nel 1474, quando aveva 23 anni, abbandonò Genova e andò a vivere a Lisbona, dove due anni prima si era già trasferito suo fratello Bartolomeo.

Come è ben noto, la storica traversata di Colombo venne finanziata dal trono di Spagna, ma solo perché nel 1484 gli aveva negato il suo appoggio il re del Portogallo Giovanni II, mal consigliato da una commissione di esperti anziani e gelosi. 

Forse Colombo si era rivolto, inutilmente, anche a Venezia e al papa Alessandro VI, che, per quanto molto spregiudicato essendo un Borgia, non se la sentì di finanziare una traversata oceanica che postulava la sfericità della Terra contro l’idea biblica che fosse invece piatta.

Meriti quindi grandiosi, quelli genovesi, per l’aprirsi dell’Europa da entrambi i lati al resto del mondo.

Nel 1277 salpò da Genova diretta all’Inghilterra e alle Fiandre la prima flotta annuale di navi mercantili genovesi, ancora a remi, al comando di Benedetto Zaccaria, una consuetudine che durerà tre secoli e verrà anche imitata da Venezia. 

Col tempo i genovesi, sempre in quel secolo, introdussero novità marinare inventate in Cina, come le vele quadre e il timone unico assiale al posto di quello composto da due remi laterali. Novità, quella del timone assiale, che permetteva di solcare l’Atlantico senza dover necessariamente limitarsi a navigare sotto costa. 

Il forte impulso ai commerci nel Mediterraneo e nell’Atlantico europeo – vedi la storia delle Repubbliche Marinare italiane – mise il vento in poppa alla borghesia, chiamata così perché anziché nei castelli o all’interno delle cinta murarie delle città viveva nei borghi, cioè nelle periferie esterne.

La borghesia era enormemente più dinamica della nobiltà, tanto che finì col modificare il pensiero sia laico che religioso, cioè cristiano. 

Ormai l’utilità del risparmio, il libero prestito a interesse, il miglioramento del proprio stato materiale e sociale, la speculazione controllata, il possesso di un proprio capitale e la disponibilità a investirlo non erano più visti come “sterco del diavolo” e “opera del demonio”. 

Col tempo la moneta, il credito, i traffici a lunga distanza e le conseguenti esplorazioni geografiche e annesse conquiste coloniali divennero i tempi del futuro europeo.

Nel 1291, appena 14 anni dopo la prima partenza della flotta atlantica di Benedetto Zaccaria, sempre da Genova parte il tentativo di navigare l’Atlantico verso sud e addirittura di circumnavigare l’Africa per raggiungere l’India.

Il tentativo è opera di Tedisio Doria e dei fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi, che con due galee si dirigono verso lo Stretto di Gibilterra decisi a doppiare l’Africa e raggiungere l’India.

Di questi intrepidi e del loro equipaggio non si saprà però più nulla: scomparsi in mare chissà dove o morti di fame e sete o per altra causa in una terra sconosciuta.

Lo sviluppo delle rotte atlantiche per i commerci italiani verso il nord Europa comincia anche a creare scali e colonie permanenti di mercanti italiani, in particolare genovesi con in testa la famiglia Lomellini, nelle città portuali di Lagos, Setubal, Lisbona e Oporto. 

Nascono così anche intrecci d’interesse tra commercianti italiani e portoghesi, cosa che permetterà al Portogallo di far nascere i primi abbozzi di una propria borghesia muovendo così i primi passi in un’economia a carattere capitalistico.

Si può tranquillamente dire che il Portogallo ha cominciato a uscire dal Medioevo e a entrare negli albori della prima modernità, rotte atlantiche comprese, a rimorchio delle flotte italiane e genovesi in particolare. 

I quali genovesi nel 1447 tenteranno con Antonio Malfante di raggiungere le miniere d’oro del Sudan, cosa che riuscirà invece ai portoghesi ormai lanciati nel colonialismo africano e nel superamento del Capo di Buona Speranza per dilagare in Estremo Oriente.

Condannato a una stentata produzione agricola dalla propria conformazione geografica, in pratica una striscia di terra stretta tra l’oceano davanti e le montagne alle spalle, esattamente come a suo tempo i fenici e per gli stessi loro motivi il Portogallo per avere un futuro non di pura sopravvivenza deve necessariamente trarre vantaggio proprio dal vasto mare. 

Deve cioè imparare anch’esso a navigare in lungo e in largo.

Motivo per cui una volta unificato si rivolgerà esplicitamente ai genovesi per poter entrare nel mondo dei grandi commerci e trarne il massimo beneficio anziché limitarsi a fornire scali portuali agli altri e a condurre i propri commerci su scala ridotta. 

Così è che il 1° febbraio 1317 il re Dionigi I firma un accordo di collaborazione con il mercante genovese Emanuele Pessagno, che da 10 anni faceva scalo in Portogallo per portare in Inghilterra sete e portare a Genova lane inglesi.  

Pessagno viene nominato Almirante, cioè Ammiraglio, delle Galee Reali, ottiene in dono grandi proprietà reali, dette O Barrio do Almirante, e una serie di privilegi fiscali e commerciali per sé e i propri eredi, che ne usufruiranno per oltre 150 anni.

In cambio il ricco commerciante deve giurare fedeltà al re, dichiararsi suo vassallo e impegnarsi a procurargli 20 cittadini genovesi “sabedores do mar”, “conoscitori del mare”: gente capace di costruire navi e di navigare, ma capace anche di insegnare a costruirle, a governarle e a farle navigare in alto mare.

Con l’accordo tra Dionigi I ed Emanuela Pessagno viene riconosciuta ufficialmente una realtà di fatto: l’influenza di Genova, fondamentale per il futuro del Portogallo.

L’accordo infatti sugella e istituzionalizza alla grande l’incontro non solo economico tra portoghesi e genovesi, incontro operante in ordine sparso e a macchia di leopardo già da un paio di secoli.

Nasce così anche una fusione di comunità e per certi versi la “genovizzazione” del Portogallo che vuole guardare al futuro.

Come a suo tempo i fenici, Genova e il Portogallo, anch’esse realtà geografiche strette tra il mare e i monti, non potevano assicurarsi un futuro decente se non affrontando il mare: imparare a navigarlo, a utilizzarlo come strada per i propri traffici col più vasto mondo oltremare. Il Portogallo ha imparato a farlo dai genovesi. 

E anche se per ignoranza e conformismo degli “esperti” scelti da re Giovanni II perderà nel 1492 l’occasione del colpaccio americano di Colombo, nel Nuovo Continente il Portogallo si rifarà dopo soli otto anni con la scoperta del Brasile nel 1500 da parte del navigatore Pedro Álvares Cabral.

Ecco spiegato, tra l’altro, perché la lingua portoghese e la conseguente lingua brasiliana hanno cadenza e accento che ricordano quelli all’ombra della famosa Lanterna.