Marco Fassoni Accetti. La sentenza Garramon smentisce le sue parole

di Pino Nicotri
Pubblicato il 24 Marzo 2014 7:42 | Ultimo aggiornamento: 24 Marzo 2014 18:44
Marco Fassoni Accetti. La sentenza Garramon smentisce le sue parole

Il furgone di Marco Fassoni Accetti che investì e uccise il giovane José Garramon. Sul cofano l’impronta del corpo del povero José

Anche nei dintorni del mistero di Emanuela Orlandi, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Basta infatti guardare le foto del furgone Ford guidato da Marco Fassoni Accetti scattate dalla polizia dopo l’ormai famoso investimento mortale del 13enne Josè Garramon, avvenuto il 20 dicembre 1983, per capire che la versione di chi era al volante non regge.

Fassoni Accetti sostiene infatti che quando gli si spaccò totalmente il parabrezza pensò a un ramo caduto o a un sasso lanciatogli da qualche teppista. Tanto che proseguì per un po’ la corsa per paura di essere rapinato e poi si fermò per mettersi a gridare contro i paventati teppisti “Siete matti!”.

Ai carabinieri che lo hanno fermato alle 4 del mattino dopo ha anche specificato di non aver sentito nessun rumore provenire dalla parte anteriore del veicolo, compresa la lamiera del cofano. Basta però guardare le foto della lamiera in questione per capire che la versione non sta in piedi.

La lamiera infatti non solo è paurosamente accartocciata “a cucchiaio”, ma anche quasi divelta dalla carrozzeria. Lui sostiene che quando è sceso per gridare “siete matti!” non ha guardato il cofano, ma è comunque impossibile che stando al volante non si sia accorto immediatamente delle sue condizioni.

Difficile anche che non si sia accorto di avere investito una persona, non solo perché aveva gli abbaglianti accesi e quindi lo spazio davanti al veicolo era molto illuminato, ma soprattutto per la dinamica di quanto successo al corpo del povero Josè. Dinamica che la sentenza di condanna così descrive:

“In una prima fase la vittima era stata urtata con il paraurti all’altezza del femore destro e quindi con la calandra, nella quale il corpo era compresso con tale violenza che sulla pelle si era riprodotta la forma della calandra stessa. In una seconda fase, il collo della vittima era colpito e compresso nella parte più resistente del cofano anteriore, mentre la spinta impressa nella parte bassa della schiena lo lanciava in alto facendogli compiere una giravolta all’indietro. In una terza fase, completando la capriola, il corpo andava a urtare con i piedi contro la base della cornice del parabrezza, che andava in frantumi. Quindi, contorcendosi sul cofano, il corpo ruotava con il capo verso il parabrezza e, infine, veniva lanciato a circa 11 metri sulla sinistra, strisciando al suolo”.

Come si vede, la violenza dell’impatto, tale da accartocciare la lamiera del cofano, ha sicuramente prodotto un botto che non può non essere stato sentito o confuso con quello di un sasso contro il parabrezza. Oltretutto, è stato in quel momento che un getto di sangue di Josè, del tipo 0 rh-, ha colpito la giacca a vento color beige, marca Mc. Ross, del guidatore. Le macchie del proprio sangue, di tipo B, dovute ai tagli alle dita per le schegge di vetro tolte dai capelli, Fassoni Accetti dice che se l’è fatte solo in seguito, quando appunto si è tolto le schegge dai capelli. Per quanto riguarda le macchie, Patrizia oggi ricorda: “Mi accorsi della sua mano tagliata, semplicemente perché quando quella notte venne sotto casa mia, io salii in macchina e lui, salutandomi, mi toccò con la sua mano “ferita” il mio braccio …e mi sporcò la manica del mio giaccone (anche il mio di color avana) …io me ne accorsi subito (era una striatura piccola di sangue) e gli dissi scocciata: “ahò! mi hai sporcata!”. Lui si scusò e mi disse che si era ferito con i vetri rotti del parabrezza! Della macchiolina di sangue sulla mia manica, in caserma se ne accorse anche il tenente dei carabinieri, che mi chiese come mi ero macchiata, e gli risposi subito che era il sangue della mano ferita dell’Accetti. Il carabiniere guardò, prese la mano di Marco e la confrontò con la macchia sulla mia manica, e vide che combaciavano perfettamente …e non mi chiese più niente!”.

In un articolo precedente ho scritto che Fassoni Accetti non s’è accorto di avere investito una persona perché pioveva a dirotto e lui si stava guardando attorno per rendersi bene conto di dove si trovasse. Nella sentenza si legge invece che al momento dell’incidente il cielo era sì nuvoloso, ma non stava piovendo: un particolare che evidenzia come il guidatore fosse in grado di vedere bene la strada e non avesse nessun motivo per guardarsi attorno, trattandosi di una strada buia con vegetazione fitta e alberi su entrambi i lati. Una strada, vale a dire, che obbliga chi guida a guardare bene avanti. Ma deve essere venuto a piovere comunque in seguito, visto che Aldo Accetti, padre di Marco, ha dichiarato che suo figlio gli chiese un telone e lui non glielo diede.

Lo stesso Marco Fassoni Accetti a verbale ha dichiarato quanto segue:

 “sono tornato sul posto in cui avevo lasciato il furgone con Patrizia D. B., una mia amica, ho coperto il furgone, ho preso la mia macchina fotografica e la borsa che avevo lasciato sul furgone”.

Lo ha coperto evidentemente per evitare vi entrasse la pioggia, e infatti la sua accompagnatrice, Patrizia, ha messo a verbale che si erano

“accordati di tornare al furgone con dei sacchi per coprire il parabrezza che era rimasto frantumato onde evitare che vi entrasse dell’acqua piovana”.

E’ inoltre evidente che il motivo per il quale Marco Fassoni Accetti è tornato a cercare nottetempo il Ford è proprio la necessità di coprirlo per evitare vi entrasse la pioggia. Avrebbe infatti potuto recuperarlo con tutta calma il giorno dopo, tornando sul posto in autobus. Soprattutto se fosse vero che aveva già provveduto a portar via l’attrezzatura fotografica.

Per inciso: se ha “coperto il furgone”, è impossibile non abbia notato le condizioni del cofano che mal si accordavano con l’ipotesi del sasso. Che oltretutto doveva essere enorme, lanciato da un energumeno o due persone distanti comunque non più di un metro per poter centrale il bersaglio con un tale proiettile, e quindi decisamente difficili da non vedere. Ma a parte questo, visto che temeva i ladri è strano che, oltre all’imprudenza della chiave d’accensione lasciata inserita, abbia anche lasciato a bordo macchina fotografica e borsa. Qui però c’è da notare che secondo la testimonianza della sua amica il furgone lo stavano ancora cercando senza riuscire a trovarlo quando sono stati fermati dai carabinieri mentre erano nella 127 all’incrocio tra via Cilea e via di Castelporziano. E secondo le dichiarazioni dell’epoca alla stampa i carabinieri il furgone lo hanno trovato verso le 8,45 solo sorvolando la zona con un elicottero. Tutto ciò induce a pensare che Fassoni Accetti ricordi male fino a dire di avere coperto il Ford, cosa che in realtà non risulta abbia fatto. Tra le affermazioni sbagliate c’è anche quella di essere tornato a Roma con un pullman della Stefer, quando invece era dell’Acotral come dimostrato dal biglietto sequestrato a casa sua dalla polizia. Affermazione sbagliata di per sé priva di rilievo, ma ulteriore prova della tendenza di Marco Fassoni a ricordare male.

Un ulteriore particolare che contrasta con le altre dichiarazioni, comprese le proprie, è l’avere lasciato sul furgone la macchina fotografica e la borsa. Nel primo rapporto dei carabinieri, firmato il 21 dal tenente Roberto Petrecca della Compagnia di Ostia, si legge chiaramente che stando a quanto dichiarato in caserma il fermato “aveva quindi prelevato il materiale e la borsa al seguito e si era avviato a piedi verso strade più illuminate”. Nello stesso rapporto si legge che stando a quanto dichiarato invece dall’amica “avevano quindi girato un bel po’ senza ritrovare il mezzo, ma avevano tuttavia rinvenuto la borsa contenente il materiale fotografico e la avevano recuperata”. Patrizia D. B. ricorda ancora oggi che l’avevano recuperata

“sotto un cespuglio, dove l’aveva nascosta Marco, sceso apposta dalla 127 di suo padre Aldo con l’ombrello perché pioveva a dirotto”.

Fassoni Accetti ha sempre sostenuto che stava andando a Ostia per fare un servizio fotografico a una ragazza, Novella F, conosciuta in spiaggia ai bagni Picenum a Ostia nell’82 e secondo lui valorizzabile come fotomodella. Ma sia la ragazza che sua madre, Daniela I., hanno dichiarato che nell’estate ’83 Fassoni Accetti s’era fatto vivo al telefono una sola volta, che si erano accodati per un eventuale servizio fotografico dopo Natale, non prima com’era invece quel 20 dicembre e che quella sera non le aveva avvertite che sarebbe andato a casa loro. Lui ha ribattuto che anche se non le avesse trovate la trasferta sarebbe stata utile per ricaricare la batteria del Ford.

Fassoni Accetti ha sempre dichiarato di avere sbagliato la strada per Ostia, che pure era solito fare, perché d’estate era solito andare anche al mare di Castel Porziano. A suo dire, questo è il motivo per cui ha girato a sinistra della via Cristoforo Colombo e imboccato via di Castelporziano, che porta alla località omonima, anziché girare a destra su via della Villa di Plinio, che porta a Ostia. Sempre a suo dire, quando si è accorto dell’errore ha fatto una inversione a U e mentre tornava verso via Cristoforo Colombo ha “sentito un getto d’aria fredda”, dovuto alla rottura del parabrezza, ma nessun rumore proveniente dalla parte anteriore del veicolo, cofano compreso. La frantumazione del parabrezza, cioè l’investimento di Josè, è avvenuta poco prima dello spiazzo chiamato piazzale del Cinghiale.

Ma anche questo avere sbagliato strada è strano. La sentenza lo fa notare esplicitamente:

 “Eseguita la manovra di svolta a sinistra per lasciare la via Cristoforo Colombo, egli – per immettersi in via di Castelporziano – doveva non solo ignorare la segnaletica di divieto di transito, ma superare lo sbarramento della carreggiata mediante guard-rail”.

La via fatta imboccare al furgone Ford era infatti vietata alle auto private, poteva essere percorsa solo dai mezzi pubblici, e per scoraggiare l’accesso al traffico privato c’era un apposito guard-rail.

Leggendo le 41 pagine della sentenza ci si imbatte inoltre in una frase che colpisce:

“urto non preceduto né accompagnato o seguito da alcuna frenata”.

Come che sia, con un botto come quello provocato dall’avere colpito in piena corsa una persona il frenare viene spontaneo, anche se non ci si rende conto di avere investito qualcuno. Fassoni Accetti, temeva che il “botto” fosse dovuto a un sasso lanciato da teppisti? Ciò non toglie che avrebbe frenato d’istinto, automaticamente, salvo poi proseguire la corsa come in effetti ha fatto. E poiché risulta che dopo il “botto” ha sbandato a destra strisciando il furgone contro gli alberi è ancora più arduo credere che possa non avere frenato.

Strano anche che delle condizioni disastrate del cofano, che indicavano chiaramente che non di un sasso s’era trattato, Fassoni Accetti non se ne sia accorto neppure quando ha sostato una decina di minuti all’incrocio con la lunga via Cristoforo Colombo. Sosta dovuto al “cercare di riordinare le idee”, come lui stesso ebbe a dire, aggiungendo che durante la sosta notò che il portellone posteriore era aperto e che si era messo quindi a cercare il sasso che secondo lui aveva sfondato il parabrezza. Non avendolo trovato, si convinse che avesse proseguito la sua corsa rotolando infine sulla strada dal retro grazie al portellone spalancato. Smesso di cercare il sasso, Fassoni Accetti si mise a ripulire la guarnizione del parabrezza dalle schegge rimaste. Come possa avere compiuto quest’opera di pulizia senza notare neppure in questa occasione il cofano davanti al suo naso è un bel mistero.

Ma ammettiamo che il guidatore non si sia accorto delle condizioni del cofano finché non ha parcheggiato il furgone in una viuzza, vicino al numero civico 50 di via Dobbiaco, per nasconderlo alla vista di eventuali ladri. E’ difficile credere che non abbia notato nulla neppure quando è sceso per nascondere o portar via con sé l’attrezzatura fotografica e tornarsene a Roma con un autobus dell’Acotral, linea Infernetto-Eur-Fermi. Forse Fassoni Accetti era molto confuso, se non obnubilato, come lascia pensare l’aver lasciato il Ford con la chiave dell’accensione inserita: se davvero temeva i ladri, tutto avrebbe dovuto fare fuorché lasciare la chiave dell’accensione inserita. E a parlare di confusione mentale è il tenente dei carabinieri Petrecca, che nel suo rapporto al magistrato riferisce quanto segue:

“Durante gli accertamenti condotti nei suoi confronti ha alternato periodi di lucidità a periodi di crisi e confusione mentale”.

Guardando le condizioni della lamiera si capisce anche che non poteva trattarsi di un sasso. Semmai di un masso, grosso e pesante. In ogni caso, l’assoluta mancanza di abrasioni nella vernice della malridotta lamiera porta a escludere che si sia trattato di un sasso o di un masso. E poiché l’ammaccatura del cofano presenta l’avvallamento “ a cucchiaio” in posizione verticale rispetto il parabrezza, si può pensare solo a una delle seguenti due cose:

– a un robusto ciocco di legno, un pezzo cioè di tronco d’albero o di ramo robusto, uno di quei ciocchi che si devono poi spaccare con l’accetta per poter essere utilizzati come legna da ardere;

– o a un corpo umano.

In ogni caso, a giudicare dalle condizioni del cofano, l’impatto deve essere stato fragoroso. Tale, che lo avrebbe sentito anche un sordo.

I periti Antonio Serafini e Achille Calabrese hanno appurato una serie di cose:

– Josè è stato investito di spalle con il busto ruotato di 30 gradi verso la propria destra e quindi anche rispetto la calandra del Ford;

– il furgone gli è piombato addosso a 60 chilometri orari mentre attraversava la strada da destra verso sinistra, probabilmente correndo, rispetto la direzione di marcia del furgone;

– a colpirlo è stata la parte anteriore centro sinistra del furgone, come si vede bene dalle foto; Josè è stato sbalzato sull’asfalto a 11 metri di distanza. Dato che si muoveva da destra verso sinistra, avrebbe dovuto essere colpito al femore sinistro, ma evidentemente per tentare di non essere investito ha cambiato di colpo posizione.

Sta di fatto che Sandro Tamanti, autista dell’autobus Atac della linea 5 Infernetto-Ostia, e i passeggeri Bruno Berardi e Teresa D’Angelo lo hanno trovato riverso sul fianco destro, “quasi bocconi”, privo di una scarpa e di un calzino, in una cunetta di terra battuta sul lato destro della strada rispetto la direzione del pullman, che è quella inversa alla direzione del Ford: questo infatti tornava indietro, verso via Cristoforo Colombo, il pullman invece proveniva da via Colombo e andava verso Ostia. Secondo i rilievi della polizia, inoltre, il corpo di Josè è stato trascinato per qualche metro prima di essere lasciato nella cunetta dove è stato trovato.

Chi può averlo spostato? Le ipotesi più ragionevoli sono solo due:

1) – lo stesso Fassoni Accetti. E infatti nella sentenza si legge che secondo gli organi di polizia una traccia di sangue

“poteva riferirsi al trascinamento del corpo della vittima da parte del conducente in un platonico, primo abbozzo di soccorso, subito abbandonato”.

Si legge inoltre che l’ipotesi del trascinamento

“appariva suffragata dalle macchie di sangue rilevate dai carabinieri sul giubbotto dell’Accetti nella parte anteriore sinistra e lateralmente a destra, all’altezza della vita”.

I giudici però nella sentenza fanno rilevare che la presenza del sangue di Josè sul giubbotto può essere dovuta alla violenza dell’impatto contro il parabrezza. Ma se fosse stato Accetti, non è più logico pensare che il corpo lo avrebbe trascinato oltre la strada, per nasconderlo? Fassoni Accetti però, potrebbe anche avere rimosso dalla mente l’accaduto, in tutto o in parte. L’avere lasciato la chiave dell’accensione del motore inserita, per giunta con la macchina fotografica e la borsa a bordo, può far pensare sia che fosse poco in grado di connettere sia che sperasse che qualcuno il furgone lo rubasse in modo da potergli appioppare l’investimento di Josè. Fassoni Accetti ha però affermato che ha lasciato la chiave inserita per evitare che gli eventuali passanti potessero pensare che si trattava di un furgone rubato anziché solo incidentato.

Sta di fatto che a Roma è apparso calmo e per nulla agitato sia a suo padre e a sua sorella mentre cenavano a casa sia alla sua amica Patrizia, vista quando ormai era mezzanotte passata, cioè a ben cinque ore dall’accaduto. E tanto convinto che il “botto” fosse stato provocato da un sasso che quando lei gli ha ribattuto che era più probabile fosse stato un ramo caduto da un albero s’è pure messo a litigare. Fassoni Accetti già a quell’epoca amava recitare, praticava infatti con gli amici un po’ di teatro di strada, improvvisando o recitando piece nelle piazze e vie di Roma. In ipotesi, potrebbe avere recitato con Patrizia la parte di chi non sa di avere investito una persona ed è convintissimo si sia trattato invece solo di un sasso. Una recita non solo per ingannare la sua amica, ma anche per verificare se la sua versione reggeva, in modo da poterla poi sostenere sempre.

2) – Un’altra persona. Ma in questo caso le ipotesi possibili sono solo due:

a – lo ha spostato un passante che poi è corso a cercare un telefono per dare l’allarme. Purtroppo però nessuno ha dato l’allarme, se non l’autista di una corriera della linea Roma-Ostia. E anche a voler credere che tale ipotetico passante si sia reso conto di essere stato preceduto nel dare l’allarme, non c’è nessun motivo per il quale non farsi vivo in seguito in modo da essere forse utile alle indagini.

b – Lo ha spostato qualcuno che era con Josè. Qualcuno dal quale Josè stava scappando oppure qualcuno con il quale Josè era impegnato a fare qualcosa fino a un certo punto di comune accordo. Chi potrebbe essere questo qualcuno? E cosa poteva star facendo con Josè a quell’ora di sera ormai invernale nella pineta?

A informarsi si scopre anche dopo 30 anni che Josè era molto vivace, esuberante. Tanto che nella scuola per stranieri facoltosi del collegio St. George School, sito sulla via Cassia, dove era iscritto, era considerato un capetto. In contrasto quindi con gli altri capetti, come sovente capita a quell’età. Uscito di casa alle 17,30 in via dell’Aeronautica 99, all’EUR, Josè è andato a farsi tagliare i capelli dal solito barbiere Luigi Ferrauto al civico 23 di viale America. E secondo la polizia deve esserne uscito attorno alle 18,45. Per andare dove? Con chi?

Josè potrebbe essere andato con un amico, col motorino di questi o in pullman, alla pineta di Ostia per prendere in giro gli omosessuali o le prostitute che vi attendono i clienti, come usavano e usano fare ancora oggi qualche volta i ragazzini? In questo caso, forse scappava dalla reazione di chi era andato a prendere in giro. Ipotesi in teoria da non scartare, ma in pratica da escludere – soprattutto a quell’ora di sera, d’inverno e con pioggia incombente o già in atto – stando a come l’hanno descritto genitori e conoscenti. Oppure potrebbe esserci andato perché sfidato da un altro capetto della scuola in qualche gara o prova di coraggio o anche solo per un “chiarimento”. Avrebbe fatto in tempo a tornare per l’ora di cena. Genitori e conoscenti escludono una tale ipotesi, ma tutti sappiamo che soprattutto quando abbiamo quell’età, 13 anni, in realtà non ci cosce bene nessuno, neppure noi stessi.

La famiglia di Josè era benestante. Suo padre Carlos Garramon era un funzionario dell’agenzia uruguaiana IFAT affiliata all’Onu. Qualcuno può avere sequestrato suo figlio a scopo di estorsione e Josè può essere riuscito a scappare mentre si trovava nella pineta per poi finire purtroppo con l’essere investito? Può essere, ma ormai non lo sapremo mai. In ogni caso, se Josè è salito su un automezzo di uno o più malintenzionati, deve averlo fatto perché tratto in inganno da qualcuno che conosceva. Difficile infatti rapire qualcuno con la violenza su quelle vie dell’Eur senza che nessuno se ne accorga.

Lo stesso furgone Ford guidato da Accetti non si prestava a trasportare una persona sequestrata con la forza, perché come mostrano le fotografie si tratta di un veicolo dotato di larghi finestrini su tutta la lunghezza dei due lati, oltre all’ampio parabrezza del lato anteriore. Se fosse salito sul furgone contro la propria volontà, Josè si sarebbe quindi certamente fatto notare da passanti e automobilisti: o urlando da un finestrino aperto o battendo furiosamente i pugni contro il vetro di un finestrino chiuso. Urla e pugni che Fassoni Accetti, impegnato al volante, non avrebbe potuto impedirgli in nessun modo.

 

Un’altra domanda destinata a restare senza risposta è se Josè alla pineta può esserci andato con “Massimino”, come era soprannominato Massimo Brunetti, un giovane di 22 anni che vendeva panini e bibite al St. George e ne era stato allontanato qualche tempo prima ufficialmente per scarsa igiene nel gestire il suo business. Interrogato nel corso delle indagini, a “Massimino” è stato molto stranamente chiesto solo se conoscesse Aldo Accetti, ma non Marco, che anni prima aveva studiato al St. George, e dai verbali risulta inoltre che nessuno gli ha chiesto se conoscesse o quella sera avesse visto Josè.

“Massimino” ha spiegato che lui ha gestito il chiosco bar interno, acquistato al St. George pagandolo 10 milioni di lire, solo dal novembre ’82 all’ottobre ’83 e di essersene andato sia perché il locale era troppo sporco, con la scuola che non intendeva contribuire alle spese di ristrutturazione, sia perché girava voce che lui vendesse “fumo”, cioè hashish e marijuana. L’impressione annotata dagli investigatori nel loro rapporto al magistrato è che la versione ufficiale dell’allontanamento dalla scuola, avvalorata anche dalla direzione, poteva essere di comodo per evitare che il buon nome del St. George potesse essere danneggiato.

Conclusione: la condanna di Marco Accetti parla solo di omicidio colposo e omissione di soccorso, escludendo quindi sia la pedofilia che l’investimento volontario per bloccare il ragazzino in fuga da pretese sessuali. Ma nelle motivazioni la giuria fa notare esplicitamente che l’imputato:

– “ha dato una sua spiegazione della presenza in quel luogo e in quelle condizioni che in troppi punti mostra la corda della menzogna o quantomeno della incongruenza e della contraddizione”;

– “della sua condotta in quella sera non ha saputo o voluto dare una spiegazione attendibile”; ,

La sentenza ha escluso la pedofilia e l’omicidio volontario, ma è stata emessa

“non senza sofferenza e inquietudine per gli aspetti oscuri e ambigui che rimangono su una vicenda drammatica”.

Nelle citate motivazioni si fa notare inoltre che è arduo credere che Fassoni Accetti abbia preso macchine fotografiche e attrezzatura varia, chiedendo per giunta con insistenza a un fotografo amico i contenitori più adatti, se non era sicuro di trovare in casa a Ostia la ragazza da fotografare e di trovarla anche libera da eventuali altri impegni. Insomma, anche la storia dell’utilità della trasferta se non altro per ricaricare la batteria è apparsa non credibile.

Anche se non ha influito sulla sentenza, di sicuro non ha giovato all’immagine processuale dell’imputato quanto ricordato dalla sorella Laura: e cioè che nell’82 suo fratello era stato fermato con in tasca una pistola. Era del suocero, ma chissà perché Fassoni Accetti dichiarò che era del fratello di Patrizia D. B. La stessa Patrizia della quale ai nostri giorni tre accese ammiratrici di Fassoni Accetti – Dany Astro, Sara P. ed Elisa S. – sono impegnatissime a tentare di demolirne la credibilità con una marea di commenti e post sia nei forum dei miei articoli su Blitz che in varie pagine e gruppi su Facebook.

Le tre donne si vantano di avere “studiato a fondo” tutti gli atti giudiziari del caso Garramon e del caso Emanuela Orlandi, cosa assolutamente impossibile almeno per il secondo caso data l’indisponibilità degli atti, e comunque del caso Garramon hanno dimostrato che gli atti non li conoscono a dovere. Infatti, oltre ad esser loro sfuggiti i tre grossolani errori che ho rilevato nelle motivazioni della sentenza, continuano a fare affermazioni sballate, come per esempio che Patrizia D. B. non abbia mai posseduto né una Fiat 126 né una Fiat 127.

In particolare le tre ammiratrici di Fassoni Accetti continuano ancora oggi a insistere che non è vero che quel 21 dicembre a interrogarli arrivò il magistrato Domenica Sica, titolare delle più importanti indagini sul terrorismo rosso allora fin troppo diffuso. Quelle a lato sono le due foto che hanno permesso a Patrizia D. B. di riconoscere chi fosse quel magistrato, del quale dopo 30 anni non ricordava il nome. E le foto ritraggono per l’appunto Domenico Sica.

Mentre le tre ammiratrici si dedicavano al tiro al piccione online contro Patrizia, Fassoni Accetti s’è premurato di telefonare più volte all’amica di tanto tempo fa. Non devono essere state telefonate di pura cortesia e saluti, visto che la donna per prudenza le ha segnalate tutte alla magistratura, riportando di ognuna anche il giorno e l’ora.