Sarah Scazzi: zio Michele, Sabrina Misseri, Cosima, il rimpallo… come i Bebawi

di Pino Nicotri
Pubblicato il 10 Dicembre 2012 8:31 | Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre 2012 8:31
Sarah Scazzi

Sarah Scazzi (Foto LaPresse)

AVETRANA (TARANTO) – Sarah Scazzi e la sua tragica fine, dopo avere tenuto banco per mesi, come giallo di Avetrana sono entrate in una sorta di dimenticatoio nonostante sia iniziato da un pezzo il processo per il suo o i suoi presunti assassini.

Ed è tornato alla ribalta solo quando Michele Misseri il 5 dicembre ha cambiato ancora una volta versione accusandosi nuovamente di avere ucciso lui il 26 agosto 2010 la nipote quindicenne Sarah Scazzi. Una nuova manovra per scagionare sua figlia Sabrina e sua moglie Cosima Serrano, entrambe in carcere con l’accusa di sequestro di persona, omicidio volontario e soppressione di cadavere? Zio Michele, dopo essere stato arrestato a sua volta il 26 ottobre 2010, quando due mesi dopo il delitto fece trovare il corpo della nipote che aveva nascosto in un pozzo nella campagna di Avetrana, ora è a piede libero ed è sia testimone sia imputato, anche se solo di occultamento di cadavere.

L’interrogatorio di Michele Misseri proseguirà martedì 12 dicembre: si vedrà se la sua versione regge o crollerà o collezionerà altre contraddizioni dopo quelle in cui è caduto durante la nuova confessione del 5 dicembre. Quel giorno lo scivolone più eclatante è stato il plurale usato nella frase riferita al dopo delitto: “Abbiamo spostato il cadavere di Sarah”.

Lo zio di Sarah sostiene infatti di avere fatto tutto da solo, cioè di avere ammazzato la nipote e di averne occultato il cadavere senza che né la moglie né la figlia si accorgessero di nulla. Ma se era solo, allora non si spiega quell’”abbiamo” al plurale. “Abbiamo” chi? Lui e la figlia Sabrina? Lui e la moglie Cosima? O lui con entrambe?

Il rimpallo delle responsabilità, l’accusare prima se stesso, poi la figlia, poi di nuovo se stesso, pare una strategia per confondere le idee della corte d’assise sul modello del celebre delitto dei coniugi Youssef e Claire Bebawi, che nella Roma del 1964 uccisero l’amante di lei, Faruk Chourbagi, nei pressi di via Veneto, strada diventata famosa per la “dolce vita” immortalata con tale titolo in un film di Federico Fellini.m

I coniugi si accusarono a vicenda del delitto, una accorta strategia che riuscì a farli assolvere in prima grado nonostante la corte fosse sicura, perché evidente e provato, che almeno uno dei due era l’assassino. Claire aveva come avvocato un principe del foro come Giovanni Leone, futuro presidente della repubblica italiana.

E suo marito aveva come difensore un altro principe del foro, l’avvocato Giuliano Vassalli, futuro Ministro di Grazia e Giustizia. Scarcerati, i Bebawi abbandonarono l’Italia mettendosi al sicuro prima in Svizzera e poi in Egitto, sicché quando in appello furono invece condannati entrambi a 22 anni di carcere se ne restarono liberi all’estero.

La strategia funzionerà anche con i Misseri? Lo abbiamo chiesto a Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani., giornalista il primo, poliziotto della squadra scientifica di Roma il secondo, autori del libro fresco di stampa “Morte a via Veneto”, che ricostruisce proprio il delitto Bebawi. “Il delitto Bebawi non è l’unico caso di scaricabarile tra imputati”, spiega Palmegiani: “Il caso più recente è quello dei coniugi Rosa Bazzi e Olindo Romano, condannati entrambi all’ergastolo in via definitiva per la strage di Erba dell’11 dicembre 2006. Gli stessi Bebawi dopo l’assoluzione di primo grado sono stati condannati al processo d’appello, e non tutti possono svignarsela all’estero come fecero loro”.

Conclusione? “Si tratta di una strategia che non paga”, sostiene Palmegiani: “Anche perché non tutti gli avvocati sono del calibro – non solo professionale, ma anche politico – di Leone e Vassalli. E comunque è estremamente difficile farla franca in tutti e tre i gradi di giudizio”.

A mio avviso, l’indizio principale che inchioda Sabrina Misseri è il suo sostenere allarmata con una amica che “Sarah l’hanno presa!”, che l’avevano cioè rapita, dopo appena una mezz’ora di ritardo di Sarah all’appuntamento che aveva con le altre due ragazze per andare tutte e tre al mare. Nessuno sano di mente e con la coscienza pulita si mette a sostenere con foga che un ritardo di mezz’ora a un appuntamento è dovuto a un rapimento.

Intanto zio Michele, nella giornata di domenica 9 dicembre, ha gridato la sua verità, con una telefonata in diretta, anche a Domenica Live, il programma di Canale 5 condotto da Barbara D’Urso. Queste le sue parole: “La verità non la sa ancora nessuno: avete un programma colpevolista. Non sapete com’è andata e quando uscirà la verità ve ne renderete conto. Quando uscirà, capirete che io dico il vero. Mi dispiace parlare con voi. Sono arrabbiato dentro me stesso. Voi vivete solo di applausi e non di verità“.

Nel corso della telefonata Michele Misseri ha accusato anche la super testimonenAnna Pisanò, testimone contro Sabrina: “La Pisanò è una bugiarda, lo dicono tutti. Prima diceva che aveva sognato Sarah a Lecce e quando Sabrina le diceva di deporre non andava mai dai carabinieri. Se Sarah era così è perché la Pisanò disse davanti alla bambina che suo padre stava con altre donne a Milano. Non la passerai liscia così. Prima di parlare devi essere sicura”.