Segreto di Stato: armi terroristi Isis Parigi venivano da…

di Pino Nicotri
Pubblicato il 24 Novembre 2015 - 09:30 OLTRE 6 MESI FA
Segreto di Stato: armi terroristi Isis Parigi venivano da...

Attentati Isis Parigi 13 snovembre 2015: un terrorista al Bataclan sta per entrare in azione

MILANO – Dopo gli attentati Isis di Parigi, verrà opposto il segreto di Stato anche alle probabili nuove domande dei magistrati sulla provenienza delle armi usate per le stragi del 13 novembre? Si scoprirà che anche i 129 morti e gli oltre 200 feriti, 99 dei quali gravi, sono stati colpiti da armi da fuoco militari fatte arrivare in Francia da “una rete costituita da forze dello Stato” per essere spedite all’Isis impegnata in Siria contro Assad?

Tra tanta retorica non tutta disinteressata varrebbe la pena di porre anche queste domande, per nulla peregrine. Abbiamo già accennato al fatto, gravissimo, che il ministero dell’Interno francese il segreto di Stato lo ha utilizzato per bloccare le indagini della magistratura sulla provenienza delle armi usate per fare strage nella redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio e nell’ipermercato ebraico kosher di Porte de Vincennes due giorni dopo, cioè lo scorso 9 gennaio.

Ora è il caso di raccontare meglio tale storia visto anche lo strano muro di silenzio con il quale la si vuole ignorare e sopratutto fare ignorare. L’unica voce di peso che ha accennato a questa storia, ricostruita per filo e per segno dal giornale La Voix du Nord della città di Calais, è un personaggio di peso come lo storico italiano Franco Cardini nel suo recente libro non  a caso intitolato “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”.

La strage al Cherlie Hebdo, che stroncò 12 vite, è stata opera dei fratelli Saïd e Chérif Kouach, mentre quella dell’ipermercato kosher, che uccise quattro persone, è stata opera di  un loro sodale Amedy Coulibaly, che tra le due stragi trovò il modo di uccidere l’8 gennaio anche la poliziotta Clarissa Jean-Philippe con un colpo di pistola alla testa. Coulibaly a quanto pare era stato portato davanti all’ipermercato dal suo amico Amar Ramdani, ricercato per traffico di stupefacenti e armi, sta di fatto che vi era entrato con un  mitra Skorpion, un fucile d’assalto VZ 58 e due pistole Tokarev, tutte armi da guerre di provenienza slovacca ovviamente non in libera vendita in Francia. Come aveva potuto procurarsele il terrorista dell’ipermercato? I magistrati di Lille sono riusciti a ricostruire l’iter col quale erano arrivare a Coulibaly, ma il segreto di Stato imposto dal ministero dell’Interno francese ha impedito di vederci chiaro nella parte più interessante.

Da notare che già il 20 gennaio, i responsabili della Brigata Penale della sotto-Direzione anti-Terrorismo (in sigla SDAT, hanno fatto avere ai giudici istruttori la relazione tecnica sulle armi, però evitano di far saper ai magistrati quanto lo SDAT aveva appreso il giorno 16 dall’Europol: e cioè che si trattava di un acquisto fatto tramite web presso l’azienda slovacca AGF Security, specializzata nel vendere armi da guerra dismesse dall’esercito, da una ditta di Lille facente capo a un certo Claude Hermant, confidente della polizia. Le armi utilizzate da Coulibaly facevano parte di uno stock di 2oo pezzi. I magistrati impegnati nell’inchiesta giudiziaria sospettano che altre 90 pistole e mitragliatori siano stati acquistati presso la AGF da un intermediario belga di Charleroi, di professione detective e quindi ciccia e pappa quanto meno con la polizia del suo Paese. È ovvio che i 290 pezzi totali non possono essere stati importati in Francia senza il consenso delle autorità di pubblica sicurezza.

Come se non bastasse, pedinando Ramdani la polizia ha scoperto che era praticamente di casa nel “Forte”, come viene chiamato il centro operativo dell’intelligence francese di Rosny-sous-Bois. Ufficialmente è stato sostenuto che lo frequentava perché fidanzato con una poliziotta, tale Emanuelle C., che al “Forte” prestava servizio. Insomma, una poliziotta agente dei servizi segreti d’Oltralpe.

Stando così le cose, ben si comprende perché nessuno abbia mai smentito quanto scritto dal giornale La Voix du Nord, e cioè che le armi della strage del 9 gennaio, e probabilmente anche quelle della strage di due giorni prima a Parigi, arrivavano da “una rete costituita da forze dello Stato”. Rete che le comprava tramite intermediari non propriamente limpidi per spedirle clandestinamente in Siria agli uomini dell’Isis.

Il nostro ministro dell’Interno Angelino Alfano di recente ci ha tenuto a far sapere che l’Italia non corre gravi pericoli di attentati terroristici dell’Isis e dintorni perché “i nostri servizi segreti funzionano”. Una velata critica ai servizi francesi e a quelli belgi, cioè dei due Paesi, Francia e Belgio, il primo vittima del massacro del 13 novembre e il secondo base di chi quel massacro ha organizzato. Però anche qui ci sono cose strane, che è il caso di far notare. Proprio i servizi segreti belgi e francesi avevano inviato segnalazioni fin dal 1998 alla nostra magistratura impegnata, a Milano e a Cremona, in inchieste giudiziarie che già a quell’epoca avevano accertato intenzioni terroristiche di matrice islamica contro lo stadio di Parigi e più in generale contro la Francia e il Belgio.

Invece, nonostante i dati già noti a partire dal ’98, cioè da ben 17 anni, e nonostante quanto emerso dalle due stragi del gennaio scorso, i francesi si siano lasciati prendere talmente alla sprovvista, come fossero novellini, da permettere che il giorno 13 accadesse a Parigi tutto quello che è purtroppo accaduto.

Stando così le cose, non è assolutamente il caso di prendere sul serio la pretesa del capo di Stato della Francia, François Gérard Georges Nicolas Hollande, di essere lui a guidare l’Europa intera nella lotta contro le forze del male hanno che insanguinato Parigi. Anche perché, come è già emerso e meglio vedremo nei prossimi giorni, a provocare e ad alimentare quelle forze ci sono ben precise responsabilità anche politiche proprio (anche) della Francia.