Fermare Iva che va al 23% a ottobre. Tre vie chiuse e un colpo di scena

di Riccardo Galli
Pubblicato il 26 Marzo 2012 15:19 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2012 15:19

Piero Giarda (Lapresse)

ROMA – Aumenterà o non aumenterà? Dubbio legittimo e domanda che si ripete tra economisti, politici e semplici cittadini consumatori. L’Iva, ad ottobre, crescerà di 2 punti percentuali come previsto nel decreto Salva Italia oppure no? La domanda non è da poco, un ulteriore aumento dell’imposta sul valore aggiunto non è infatti gratuita. Certo non lo è per i consumatori che si troverebbero di fronte a nuovi rincari, ma non lo sarebbe nemmeno per l’economia, stretta tra un più che probabile balzo dell’inflazione e una contrazione dei consumi. Scongiurare l’aumento non è però semplice, quei soldi servono, e se non arriveranno dall’Iva dovranno arrivare da qualche altra parte. Quale? Questo è il punto, l’unico settore credibile in cui pescare è quello della spending review, ma il piano taglia-spesa a cui il ministro Piero Giarda lavora, è ancora in alto mare.

Parlando davanti alla Confcommercio, soggetto particolarmente sensibile al tema Iva, il ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera ha promesso che ci sarà “l’impegno di tutti per evitare l’aumento”. “Guardate che nel decreto salva Italia – ha poi ricordato il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo – C’è scritto che dal primo ottobre l’Iva può salire fino, sottolineo fino, al 23%. L’aumento di due punti è l’ipotesi massima ma, all’interno del governo, viene considerata anche la meno probabile. Ad ottobre potrebbe bastare anche un solo punto, forse meno, magari indicando poi delle tappe successive da verificare nel tempo”. Vittorio Grilli, viceministro all’economia, ha precisato: “Dobbiamo vedere, ad oggi l’aumento è previsto. Se abbiamo risultanze molto positive possiamo evitarlo”.

E tre sono le possibili strade indicate da Passera per trovare “le risultanze”, le risorse necessarie ed evitare l’aumento: la crescita dell’economia, ipotesi scolastica vista l’attualità economica, la lotta all’evasione fiscale e la cosiddetta spendinig review, cioè la revisione della spesa pubblica. Se la crescita economica è una chimera, almeno per oggi, difficile è anche sperare che la lotta all’evasione porti in 6 mesi risultati tali da poter coprire e scongiurare l’aumento dell’Iva. L’unica strada che rimane è allora quella della spending review. Revisione della spesa che però, come racconta Sergio Rizzo sul Corriere, è tutt’altro che in dirittura d’arrivo.

 “La macchina pubblica – scrive Rizzo – ingoia ormai più di 800 miliardi l’anno. La Ragioneria generale dello Stato dice che i nostri costi di “amministrazione generale” rappresentano il 18,4% del totale delle uscite, sei punti più della Germania. Se soltanto spendessimo come i tedeschi per far funzionare la burocrazia, risparmieremmo una quarantina di miliardi l’anno. Il triplo rispetto a quanto Giarda prevede di ottenere, nella migliore delle ipotesi, dalla spending review. Vero, verissimo: non è un compito facile. Sappiamo che c’è molta sabbia negli ingranaggi, che ci sono i problemi sindacali, gli ostacoli delle autonomie, le lobby che frenano. (…) Una parte consistente della spesa pubblica è in mano alle Regioni: oltre 200 miliardi l’anno. Metà se ne va per la sanità, con differenze enormi e giustificate in troppi casi solo da corruzione e malaffare, che dovevano essere livellate con l’applicazione dei “costi standard”. Forse l’unico aspetto virtuoso del cosiddetto federalismo fiscale. Finita ora sul binario morto la pratica federalista, però, lo stesso destino sembrano aver subito anche i costi standard. E non si capisce perché. L’altra metà della spesa locale serve a far marciare tutto il resto, comprese quelle macchine ipertrofiche e sprecone che sono diventate le amministrazioni regionali.

Ogni siciliano spende 353 euro l’anno per mantenere gli oltre 20 mila dipendenti della Regione: e senza contare i 27 mila precari spesso stipendiati a vuoto. Ogni lombardo, invece, di euro ne spende 21: un diciassettesimo. (…) Somma alla quale si potrebbero aggiungere risparmi ancora più significativi sugli altri costi della politica. Da anni, per esempio, si discute della riduzione del numero dei parlamentari. Si dovrebbe quindi intervenire sul costo abnorme degli organi costituzionali come anche sul meccanismo di finanziamento dei partiti, sfuggito a ogni controllo. Per non parlare delle Province, che ci costano una quindicina di miliardi l’anno e che tutti, a parole, dicono di voler abolire”.

Impresa quindi molto complessa quella a cui è stato chiamato il ministro Giarda, tanto che lui stesso lo definì un compito non facile. Dopo tre mesi è però lecito chiedersi a che punto siano i lavori, tanto più che l’aumento dell’Iva prossimo venturo è in buona parte legato all’esito del taglia-spesa. Entro aprile il ministro Giarda dovrebbe presentare in consiglio dei ministri un primo rapporto sul lavoro che i tecnici stanno facendo. “La speranza è di reperire fondi da destinare alla riduzione della pressione fiscale o a misure per lo sviluppo” ha detto Giarda. Possibile che ce la si faccia per ottobre? Impossibile dirlo, comunque difficile. In ogni caso Grilli ha avvertito che non si tratterà di “decine di miliardi”.

In attesa di notizie dal fronte spending review non resta quindi che prepararsi al nuovo aumento, che sia dell’1, del 2 o dello 0.5% poco cambia. E allora, sempre dalle colonne del Corriere, Lorenzo Salvia lancia un’idea, mutuata ancora una volta dalla Germania: se dobbiamo aumentare l’Iva abbassiamo l’Irpef. Che c’entra, si chiederanno i meno attenti. C’entra perché l’aumento dell’Iva (tassa indiretta), sommato alla riduzione dell’Irpef (tassa diretta) è praticamente la versione a moneta unica della svalutazione monetaria ante euro. “E’ la scelta fatta dalla Germania qualche anno fa – dice il sottosegretario all’economia Polillo – ed avrebbe lo stesso vantaggio delle vecchie svalutazioni monetarie. Perché l’aumento dell’Iva si pagherebbe sui prodotti importati dall’estero ma non su quelli esportati verso gli altri Paesi”. Ed inoltre della riduzione dell’Irpef beneficerebbero più o meno tutti, con ottime conseguenze sull’economia.

L’idea sembra buona, ma per ora non c’è nulla di concreto. Così il percorso ad ostacoli dei contribuenti che è questo 2012, dopo le nuove addizionali regionali che assottiglieranno le buste paga di marzo, dopo l’Imu di giugno, s’incammina a grandi passi verso un aumento dell’Iva ad ottobre. Un tour de force da mettere i brividi, ancor più sapendo che l’unica speranza rimasta è legata ad una razionalizzazione del mare magnum della spesa pubblica, impresa invocata da tempo immemore ed impresa sempre sistematicamente fallita.