Spesa pubblica e tagli: già tutto scritto. Ma la burocrazia è un ostacolo

di Salvatore Sfrecola
Pubblicato il 14 agosto 2012 8:19 | Ultimo aggiornamento: 14 agosto 2012 10:28

La parola d’ordine di questi tempi è “taglio della spesa pubblica”.  Deve servire a ridurre il debito senza dovere imporre nuove tasse, anzi se possibile riducendole, nella convinzione che questo sia condizione preliminare per la crescita e fare uscire l’Italia dalla recessione.

Le imposte portano la gente a consumare di meno, la minore domanda fa diminuire la produzione, la minore produzione si traduce in minore occupazione in una spirale negativa di cui siamo ogni giorno testimoni oculari.

Teorema da manuale, ma come tutti i dogmi anche pericoloso. Non basta dire “tagliamo la spesa” perché parte di quella spesa si riferisce alla produzione di beni e servizi.  Bisogna aggiungere un aggettivo che invece trova scarsa ospitalità negli editoriali e nelle dichiarazioni di politici ed esperti e manca anche e soprattutto, concettualmente, dalla revisione della spesa pubblica ora in corso, che tale è di nome, ma di fatto sembra piuttosto rientrare nella categoria dei tagli lineari.

Il termine in voga è  “spending review”, espressione sospetta perché il ricorso ad espressioni di altre lingue a volte genera l’impressione di snobismo e di cattiva educazione, quasi non si volesse far giungere il concetto autentico alle persone culturalmente più modeste.

Gli aggettivi che mancano a “taglio della spesa pubblica” sono quelli che la qualificano come “improduttiva”, ovvero “inutile”. Senza queste parole che danno un senso ai tagli, si rischia di fare danno. L’insieme di quella che possiamo chiamare “spesa pubblica” è dato dalle somme spese da Stato, Regioni, Province e Comuni, nonché gli altri enti e società a capitale pubblico, per funzionare e dare ai cittadini i servizi di loro competenza: un esempio sono le aziende sanitarie e gli ospedali, un altro esempio è dato all’ANAS, che costruisce e mantiene in esercizio le strade statali. Spese di questo genere, nel loro insieme, muovono una parte significativa del PIL.

Il pubblico nel suo insieme è il più grande operatore economico del Paese, sia quando agisce direttamente, sia come committente: molte infatti sono le imprese che producono solo per lo Stato e gli enti pubblici e questa è la ragione per cui una “spending review” di tagli lineari porterebbe sì a una riduzione della spesa ma anche a una contrazione delle produzioni e quindi anche dell’occupazione.

Si torna così a quei due aggettivi che definiscono la spesa da ridurre: quella “improduttiva” o “inutile” che grava sui cittadini in forma di imposte senza rendere quei servizi che facciano considerare “giuste” quelle imposte. Ci sono Paesi del Nord Europa dove la pressione fiscale è come la nostra, ma ad essa corrisponde un sistema di servizi ai cittadini di qualità corrispondente alle tasse pagate. Ecco un caso in cui pagare le tasse può apparire “bello”, per usare le parole di un ministro dell’Economia di qualche anno fa, Tommaso Padoa Schioppa, purtroppo e infelicemente riferite al sistema di imposte così come era e come è.

Questi due aggettivi dovrebbero costituire le le parole guida per chi vuole sottoporre la spesa pubblica ad una efficace e strutturale politica di riduzione, la “spending review”, appunto, della spesa pubblica.

A voler fare le cose, tutto è già stato scritto, in tutti questi anni e con dovizia di dettagli e costante aggiornamento dei dati, Ragioneria Generale dello Stato e Corte dei conti. Per questo appare un po’ ridondante il fatto che il Governo di “tecnici” sia ricorso ad un tecnico, l’ex commissario Parmalat, Enrico Bondi, che a sua volta è ricorso ai tecnici dei ministeri, per cercare di capire dove tagliare gli sprechi.

Oltre a ridurre la spesa pubblica occorre anche semplificare, cosa che il Governo non è riuscito con il timido provvedimento che pure parla di semplificazione, perché l’invasività della burocrazia si è dimostrata nel tempo un peso insopportabile per le imprese.

Non si tratta sono di quattro fogli di carta, troppo poco, come troppo era scomodare l’articolo 41 della Costituzione, il tema è più complesso e può valere questo esempio per illustrare quanto ampio e profondo deve essere il cambiamento. È la storia di un imprenditore italiano che voleva aprire una fabbrica di pneumatici in Canada. Là, non solo l’imprenditore ebbe dallo Stato il terreno e l’esenzione fiscale per un certo numero di anni, ma anche l’assistenza di un funzionariocon il compito di aiutarlo intutti gli adempimenti necessari per avviare l’impresa.

Perché non si potrebbe fare in Italia? Forse verrebbero meno certe rendite di posizione di amministratori e funzionari che gestiscono scelte politiche e adempimenti burocratici che portati per le lunghe suggeriscono il ricorso ad indebite scorciatoie.

Finora, purtroppo, da noi, i dirigenti delle Amministrazioni sembrano aver puntato più a creare pastoie, lacci e lacciuoli che a dare prova di quell’efficienza che le migliori burocrazie dei paesi occidentali portano a vanto.

Non basta tagliare la spesa pubblica in modo indiscriminato, non basta tagliarla secondo la linea degli sprechi, non basta semplificare le procedure. Ci vuole anche qualcosa di più, un cambio di mentalità complessivo. Allora tutte queste cose insieme metteranno in modo crescita e benessere diffuso.

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