Boris Johnson: Parlamento contro, Tories in fuga, rischia la galera ma… vola nei sondaggi (35%)

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Settembre 2019 15:31 | Ultimo aggiornamento: 9 Settembre 2019 15:31
Brexit: Boris Johnson vola nei sondaggi (35%)

Boris Johnson in un allevamento scozzese

ROMA – Intrappolato in Parlamento dalla legge anti-no deal, minacciato di andare addirittura in galera se non la rispetterà e azzoppato dalla spaccatura con i moderati Tory sancita in ultimo dall’addio al governo e al partito dell’influente ministra Amber Rudd, Boris Johnson si aggrappa ormai a un solo obiettivo, le elezioni anticipate. E all’incoraggiamento di quei sondaggi che, in parte, continuano a sorridergli: con l’istituto YouGov che oggi accredita ai Conservatori – sotto la sua leadership – un potenziale 35% di consensi e ben 14 punti di vantaggio sul Labour di Corbyn.

Parlamento chiuso da oggi fino a l 14 ottobre

Il Parlamento britannico sospenderà i suoi lavori dalla fine della seduta di oggi fino al 14 ottobre. Lo ha formalizzato oggi il portavoce di Downing Street, confermando inoltre che il premier Boris Johnson non intende chiedere un rinvio della Brexit a Bruxelles malgrado l’approvazione della cosiddetta legge anti-no deal e che il Regno uscirà dall’Ue il 31 ottobre, ma anche che un nuovo accordo è ancora possibile e che l’ultimo momento utile per sancirlo sarà il Consiglio Europeo del 17-18 ottobre.

La difficile strada verso il voto

La strada per arrivare a una data sul voto resta comunque contorta. Mentre la rottura di Rudd, una delle poche ‘colombe’ superstiti nella compagine di BoJo, fa molto rumore. La titolare del Lavoro ha sbattuto la porta ieri sera dicendo di non credere più all’obiettivo dichiarato del successore di Theresa May di provare a portare a termine la Brexit con un accordo, alla scadenza del 31 ottobre.

E bollando come “un attacco alla decenza e alla democrazia” l’espulsione lampo comminata martedì scorso a 21 dissidenti conservatori di spicco – “leali e moderati” – rei d’aver votato in favore del testo anti-no deal che mira a imporre al premier la richiesta di un nuovo rinvio dell’uscita dall’Ue in mancanza d’intesa. Oggi, in un’intervista alla Bbc, ha poi rivelato d’aver chiesto nelle settimane scorse chiarimenti a Downing Street sulle proposte da negoziare con Bruxelles per cercare una nuovo deal, salvo vedersi recapitare solo una lettera dai contenuti vaghi di “una paginetta” scarna.

Recriminazioni che il premier ha da parte sua ignorato, limitandosi a nominare una nuova ministra a stretto giro: Therese Caffey, 46 anni, ex sottosegretario all’Ambiente, ammiratrice sfegatata della Thatcher e già nota ai Comuni per la difesa d’ufficio accordata a suo tempo all’impero editoriale dei Murdoch: una figura favorevole al Remain nel referendum del 2016, come la Rudd, ma assai più defilata di lei sul tema.

Carta disperata

Per il resto Johnson aspetta domani, quando ritenterà senza grandi speranze la carta di una mozione a Westminster in favore di elezioni il 15 ottobre. Gesto di fatto dimostrativo visto che i suoi oppositori, Jeremy Corbyn in testa, han detto e ripetuto di volere far mancare di nuovo il quorum dei due terzi. E attendere almeno fine mese per dire sì alla convocazione delle urne, con la speranza di obbligare nel frattempo il primo ministro brexiteer a umiliarsi a chiedere l’ennesima proroga della Brexit in forza della legge appena varata.

Ossia a fare ciò che Boris continua a giurare di non voler fare (“meglio morto in un fosso”), ma che non è chiaro come possa aggirare a meno di non dimettersi in extremis. Le voci di alcuni esperti vicini alle opposizioni lo avvertono che potrebbe finire in tribunale, se non in cella, laddove si rifiutasse di piegarsi. Anche se il titolare degli Esteri, Dominic Raab, lascia invece balenare la possibilità di una contestazione giuridica sul valore vincolante del testo della discordia.

Vendetta Tory

Intanto il premier si ritrova a fare i conti pure col desiderio di vendetta di Philip Hammond e di alcuni degli altri notabili Tory espulsi che, in vista delle elezioni, promettono battaglia nei loro collegi, accusando Johnson di aver consegnato il partito a “entristi, usurpatori e consiglieri non eletti” come il sulfureo guru pro-Leave Dominic Cummings. E si prepara a incontrare a Dublino il collega Leo Varadkar sullo spinosissimo dossier del backstop sul confine irlandese post Brexit, fra timori crescenti sulla tenuta dello storico accordo di pace del Venerdì Santo del 1998.

Chi lo dice che l’Europa dirà sì a un nuovo rinvio?

Mentre sul dilemma ‘no deal sì-no deal no’ rimbalza da Parigi l’eco tranchant delle parole del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian – “allo stato attuale delle cose la risposta (all’ipotesi d’una proroga) è no!” – secondo cui a far saltare il rinvio potrebbe essere alla fine proprio l’Ue: magari con un veto di Emmanuel Macron. (fonte Ansa)