Ciarrapico disse al Sole 24 Ore un anno fa: “Caracciolo è stato il mio benefattore”

Pubblicato il 19 febbraio 2010 20:48 | Ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2010 20:51

Ciarrapico con Caracciolo

Un anno fa, il giornalista Paolo Madron intervistò per il quotidiano Sole 24 Ore Giuseppe Ciarrapico, senatore, editore, multimprenditore.

L’articolo fu intitolato: «Caracciolo? È stato il mio benefattore». Il sottotitolo confermava: «Nel 2001 mi firmò una fideiussione da oltre 200 miliardi di vecchie lire per salvare le mie cliniche».

L’intervista a Ciarrapico aveva come soggetto principale i suoi rapporti con Carlo Caracciolo, morto nel dicembre del 2008 dopo quasi vent’anni di lotta con un tumore.

Caracciolo è stato l’editore dell’Espresso, tra i fondatori del quotidiano la Repubblica, fondatore o rifondatore di quindici quotidiani locali.

Ciarrapico amava molto Caracciolo, perché, secoli fa, a quanto raccontava lo stesso Caracciolo, quando Ciarrapico contattò quelli dell’Espresso con una proposta d’affari fu proprio lui, l’editore in persona a invitarlo a pranzo.

Quando Silvio Berlusconi, con un giochetto che ora rischia di costargli 750 milioni di euro, soffiò sotto il naso di Carlo De Benedetti la casa editrice Mondadori, che nel frattempo aveva acquisito il controllo dell’Espresso e il 100% di Repubblica, Caracciolo cercò Ciarrapico, che all’epoca orbitava nel sistema solare di Giulio Andreotti. Cosa accadde dietro le quinte non lo si è mai saputo, ma è probabile che si sia rivelata giusta l’intuizione che una tale concentrazione di potere mediatico (Repubblica, altri 15 quotidiani locali, Espresso e Panorama, le decine di riviste della Mondadori da Epoca a Sale e pepe, i libri del più prestigioso e grande editore) nelle mani di persone come Caracciolo e De Benedetti, molto vicini al Pci, non andasse bene né ad Andreotti né al segretario della Dc Arnaldo Forlani né al segretario socialista Bettino Craxi (all’epoca l’Italia era dominata dal Caf, acronimo per i tre personaggi appena evocati); ma ad Andreotti, che era primo ministro e a Forlani non andava altrettanto bene che tutto quel ben di dio finisse nelle grinfie di un editore come Berlusconi, così vicino a Craxi che quest’ultimo, nel 1981, minacciò la crisi di governo se non fosse stato passato un decreto legge che salvò dalla chiusura Canale 5, all’epoca unica tv di Berlusconi e totalmente fuori legge.

Ciarrapico mediò tra Berlusconi e De Benedetti, con Caracciolo e Corrado Passera, oggi capo di Intesa San Paolo ma all’epoca devoto seguace di De Benedetti, che tessevano nell’ombra. Alla fine Berlusconi dovette rinunciare a Repubblica, Espresso e quotidiani locali accontentarsi della Mondadori.

Arrivò Tangentopoli, arrivò la crisi dei ’90, Ciarrapico finì in acque molto procellose e fece anche un passaggio dalle patrie galere. Caracciolo non gli voltò la faccia e lo salvò dalla catastrofe.

Sentiamo la versione di Ciarrapico, come l’ha raccolta Madron: «Ci siamo conosciuti per caso agli inizi degli anni Sessanta. Ci incontrammo alla fiera delle macchine per tipografia ad Hannover. Ci presentò un certo commendator Capitini di Milano. Uno scaltro brianzolo che comprava roba vecchia e la rimetteva a nuovo. Che ci facevate ad Hannover? Stavano arrivando dall’America le prime roto-offset. Carlo ne voleva una, perché aveva in mente di comprare Il Telegrafo, che poi sarebbe diventato Il Tirreno. Così facendo avrebbe abbassato i costi di stampa. E come finì? Che siccome quelle macchine costavano una cifra, ci garantimmo a vicenda. Facemmo l’accordo con i tedeschi al ristorante della stazione di Hannover, avevamo trovato un cameriere italiano che poteva farci da interprete. Me lo ricordo bene perché io e Carlo mangiammo una zuppa con i knuddel che digerimmo l’anno appresso. E da lì diventammo grandi amici».

Poi ci fu la vicenda Mondadori. Chiese Madron: «Com’è che lei diventò il mediatore tra Berlusconi e l’Ingegnere?».

Risposta di Ciarrapico: «Perché nessuno riusciva a metterli d’accordo. Ci avevano provato Mediobanca, Barclays, Lehman Brothers. Niente da fare. Un giorno a pranzo a casa di Carlo con Corrado Passera e Leonardo Mondadori, che stava con Berlusconi. Arrivati al caffè dissi: “Eppure non mi sembra così difficile trovare la quadra”, e me ne andai».

E dopo?

«Dopo due ore mi chiama De Benedetti e mi dice: “Senti, perché non ci provi tu. Anche Eugenio (Scalfari, ndr) è d’accordo”. Strano, perché non mi sembra di ricordare che Scalfari l’amasse alla follia. No, però in questo si faceva influenzare da Giampaolo Pansa che era un mio nemico giurato. Quel Pansa che oggi è diventato, oltre che mio amico, più “fascista” di me. Che mondo strano questo. E Berlusconi chi lo convinse? E chi vuole che l’abbia convinto, il solito Letta. Mi chiamò una sera dopo avergli parlato e mi disse che Silvio era entusiasta. Prima di cominciare però volli un mandato scritto dalle parti. A Caracciolo dissi che volevo anche quello di Scalfari. Però Andreotti la sconsigliò. Mi ricordo come fosse adesso le sue parole: “Nun t’impiccià che te fai male”. Anche Bettino Craxi era contrario. Craxi era fuori dal mondo. Mi diceva: teniamo duro perché questi ci mollano Repubblica. Io gli rispondevo: presidente, questi non mollano un caz… La storia la sappiamo».

Osservò a un certo punto Madron che «oltre che amico Caracciolo è stato anche un benefattore. Si dice che per aiutarla le firmò una fideiussione miliardaria». Vero. «Fu quando le banche volevano portarmi via le cliniche. Avevamo i crediti ma nonostante l’amicizia del camerata Storace la Regione Lazio non mi pagava. Nel 2001 mi firmò una fideiussione da oltre 200 miliardi di vecchie lire. Generoso… Un vero amico. Mi ricordo che mi telefonò da Torrecchia. “Sono quattro giorni che ti cerco, ho l’impressione che stai storto”. “Storto? Sto perdendo le cliniche, come vuoi che stia…”. Non mi fece neanche fiatare, mi disse di quanto avevo bisogno e firmò».

Madron: «Da allora siete soci in Eurosanità».

Ciarrapico: «Socio simbolico, entrò con una piccolissima quota solo per affetto. In realtà a lui delle cliniche non importava nulla, era un animale da giornali. Andare in ufficio la mattina per lui era una gioia. Per questo non staccava mai, neanche quando era in campagna o all’estero».