Le pagelle del governo Monti: Passera e Ornaghi bocciati, ok Cancellieri e Barca

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Dicembre 2012 - 14:01 OLTRE 6 MESI FA
Le pagelle del governo Monti: Passera e Ornaghi bocciati, ok Cancellieri e Barca (LaPresse)

ROMA – Mario Monti sufficiente, Anna Maria Cancellieri, Fabrizio Barca ed Enzo Moavero Milanesi promossi, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi bocciati, sugli altri ministri giudizi discrepanti: sono le pagelle al governo Monti date da un giornale che durante il mandato del professore è stato filogovernativo, come il Sole 24 Ore, e da una testata che fin dal primo giorno è stata antigovernativa come il Fatto Quotidiano. Questo è il “tabellone completo”, il primo voto è quello del Sole (che ha impegnato 14 giornalisti) e il secondo è quello del Fatto (di Stefano Feltri):

Monti 6,25 – 6. Elsa Fornero 6 – 5, Paola Severino 7 – 5, Anna Maria Cancellieri 6,5 – 7, Corrado Passera 5,5 – 5, Corrado Clini 6,5 – 4, Filippo Patroni Griffi 6 – 6, Vittorio Grilli 6 – 5, Giulio Terzi di Santagata 5 – 5, Lorenzo Ornaghi 4,5 – 4, Mario Catania 6 – 5, Giampaolo di Paola 7 – 5, Renato Balduzzi 5,5 – 7, Piero Gnudi 6 – 4, Andrea Riccardi 6 – 5, Enzo Moavero Milanesi 7 – 7, Francesco Profumo 5,5 – 6, Piero Giarda 6,5 – 5, Fabrizio Barca 7,5 – 7.

Mario Monti (6,25 – 6): il premier mette d’accordo Sole e Fatto. Entrambi i giornali dividono l’operato di Monti in due parti, dove quella in politica estera è risultata più convincente mentre non è positivo il giudizio sulla politica interna. Il Sole infatti assegna 8 in credibilità internazionale, 7 in conti pubblici, 5 in crescita e occupazione: la media è 6,25, non un grande successo alla fine. “Il Governo Monti si è presentato con tre parole d’ordine: rigore, crescita, equità. Se la prima è stata ampiamente soddisfatta, sulla seconda è stato fatto oggettivamente poco, come dimostra la piena recessione in cui versa il Paese”.

Il Fatto parla di “due Mario Monti. Quello internazionale che, in pochi mesi, ha ricostruito l’immagine dell’Italia, l’ha trasformata nel partner privilegiato degli Stati Uniti, nel perno della gestione europea della crisi, capace di arginare Berlino e di includere Londra, evitando che le pressioni internazionali spingessero l’Italia a diventare la nuova Grecia chiedendo aiuto ai fondi Salva-Stati e al Fondo monetario internazionale. Lo spread non è sceso tanto per merito suo, quanto grazie all’attivismo di Mario Draghi e della Bce. Ma certo Monti ha contribuito a creare le condizioni politiche (mediando con Angela Merkel e isolando la Bundesbank tedesca) perché la Bce potesse agire. Poi c’è un altro Monti, quello italiano, che nel suo anno di governo è sembrato ora ostaggio del Pdl ora di un approccio ideologico alla crisi […] E se ha indubbiamente reso sostenibili i conti – almeno nel breve periodo e soprattutto con aumenti delle tasse – non è stato capace di offrire un percorso di ripresa a lungo termine. La sua ricetta pare analoga a quella applicata in Grecia: ridurre tutele e salari per rendere l’economia più competitiva riducendo il costo del lavoro. Sarà stata tattica, chiedere 100 per ottenere 10, ma i provvedimenti usciti da Palazzo Chigi avevano spesso un impatto sociale insostenibile che costringeva il Parlamento a riscriverli”.

Elsa Fornero (6 – 5). Il ministro del Lavoro è sufficiente secondo il Sole: “Una riforma che ha messo a regime tutti gli stabilizzatori automatici indispensabili per la tenuta di un sistema previdenziale oneroso com’è il nostro rappresenta il merito più grande del ministro Fornero. Si sono dovuti scontare problemi enormi, come quello degli esodati, e pagare sacrifici che un governo politico non avrebbe mai proposto, come la sospensione dell’indicizzazione per un paio di anni”. Sufficiente è anche il giudizio sulla riforma del lavoro: “Affronta temi di cui si va discutendo da anni e che la riforma Biagi non ha mai chiuso, come l’articolo 18 o l’assetto degli ammortizzatori sociali. Dopo le ripetute correzioni le misure sono ora alla prova di una congiuntura che resta anormale”.

Diverso è l’avviso del Fatto: “Di certo ha dimostrato carattere per non dimettersi nonostante le numerose occasioni in cui sarebbe stato opportuno farlo. La prima volta quando ha dovuto varare una riforma delle pensioni che, tra l’altro, tagliava quelle più basse (intervento poi cancellato). La seconda quando si è scoperto che l’aumento dell’età pensionabile creava la categoria degli “esodati”, centinaia di migliaia di persone sospese nel limbo tra pensione e lavoro, con un reddito a rischio. Terza occasione: quando ha ammesso che la riforma del lavoro era sbagliata dal lato dei limiti ai precari, nel senso che stava bloccando i rinnovi dei contratti in scadenza invece che facilitarne la conversione (e l’apprendistato, modello su cui è imperniata la riforma, non sta decollando). Le sue numerose affermazioni spiacevoli – dai giovani choosy, schizzinosi, sul primo lavoro, alle richieste ai giornalisti di lasciare la sala – sono sempre state rivendicate e mai classificate come gaffe. Forte della sponda sicura di Monti, Elsa Fornero è stata un ministro del Lavoro che sarà ricordata a lungo. Ma non rimpianta”.

Paola Severino (7 – 5). Un altro ministro che divide. Buono il giudizio del Sole che le assegna un rotondo 7 per “la revisione della geografia giudiziaria, riforma epocale per una maggiore efficienza della giustizia […] Nel settore civile […] punti qualificanti nell’istituzione del tribunale delle imprese, con l’obiettivo di tagliare i tempi di contenzioso. La riforma delle professioni è un passo significativo verso le liberalizzazioni, mentre con il filtro in appello si è provato a porre un argine al proliferare delle cause di secondo grado”.

Severino insufficiente secondo il Fatto, che la accusa di “approccio soft ai corrotti” visto che la legge sulla corruzione “dopo mesi di negoziati, è stata approvata in una versione innocua: molto verrà prescritto, anche i nuovi reati (traffico d’influenze) hanno pene troppo basse per sfuggire alla prescrizione”. Appuntamenti mancati, secondo il Fatto, sono il disegno di legge sulle pene alternative, gli interventi per combattere il sovraffollamento delle carceri, il decreto “liste pulite” che ha “maglie larghissime” e infine “gli avvocati, con la Severino al ministero, sono riusciti a disinnescare quasi tutto delle liberalizzazioni”.

Anna Maria Cancellieri (6,5 – 7). Il ministro dell’Interno mette d’accordo tutti. Le viene riconosciuto un profilo basso accompagnato da una certa concretezza nel suo operato. Il Sole: “prefetto dal 1993 al 2009, ha messo a segno diversi risultati. Nel corso del suo incarico ha sciolto 25 comuni per infiltrazioni mafiose (un record assoluto). Ha poi introdotto nuove norme antimafia per garantire più trasparenza negli appalti, ha varato il riordino degli Utg (Uffici territoriali del Governo) rafforzando la figura del prefetto nei capoluoghi di regione. Ha poi fatto approvare dal Parlamento un restyling dell’Anbsc, l’agenzia dei beni confiscati, introducendo la figura di due manager nella governance dell’agenzia. E ha rinnovato l’intesa con Confindustria per la tutela della legalità e delle imprese virtuose, sollecitando e sostenendo il rating di legalità proposto dal delegato alla legalità Antonello Montante”.

Il Fatto: “Meno trionfalistica del predecessore Roberto Maroni, Anna Maria Cancellieri ha interpretato il ruolo di ministro tecnico con distacco. Sotto la sua gestione il Viminale è esploso in un colossale scandalo di appalti truccati che ha portato alle dimissioni il vicecapo della polizia, Nicola Izzo. Pur consapevole che dietro le denunce si nascondeva una guerra di potere interna al ministero, per la successione al capo della polizia Manganelli, la Cancellieri si è impegnata a fare chiarezza. Ha avuto una linea di durezza senza precedenti nel contrastare i rapporti tra mafia e politica. La scelta più drastica, che le ha portato molti nemici, è stata quella di sciogliere per “continguità mafiosa” il comune di Reggio Calabria”.

Corrado Passera (5,5 – 5): anche il ministro dello Sviluppo mette d’accordo Sole e Fatto, nel senso che la sua azione di governo viene vista come insufficiente. Scarsi risultati a fronte di grandi premesse e promesse, è in sintesi il giudizio dei due giornali. Alitalia, Termini Imerese, Ilva, beauty contest sulle frequenze tv: tutti dossier rinviati al prossimo governo o delegati ad altri ministri (vedi il caso Ilva, affidato a Clini). Il Fatto: “La sua spinta a rivedere gli incentivi alle imprese più che un reale slancio riformatore è sembrato un modo per frenare l’applicazione del radicale rapporto Giavazzi, commissionato da Monti. Di molte iniziative si sono perse le tracce, per mancata o ritardata applicazione: dall’Ace (aiuti alla crescita economica) al pagamento dei debiti arretrati della Pubblica amministrazione con i fornitori[…] probabilmente troppo proiettato sul suo futuro politico, ha alternato grandi promesse nelle interviste ed eccessiva prudenza nell’azione. La sua competenza e abnegazione non sono mai state contestate. Ma ha lasciato un segno assai inferiore alle attese”.

Corrado Clini (6,5 – 4). Il ministro dell’Ambiente ha convinto il Sole: “Con caparbietà, ha costruito la terza via per l’Ilva, tra la magistratura poco interessata a mantenere in vita lo stabilimento e gli impegni deboli dell’azienda. Senza Clini, oggi l’Ilva sarebbe chiusa. Ma l’elenco delle cose fatte è lungo. Sbloccati il risanamento e la bonifica di 57 siti industriali, introdotte numerose semplificazioni (riuso di terre e rocce da scavo per le grandi infrastrutture), avviata l’attività di regolazione del settore idrico da parte dell’autorità per l’energia e il gas, ha avviato il Quinto conto energia per il fotovoltaico, ha salvato fino a giugno l’incentivo del 55% per il risparmio energetico. Ha varato il decreto anti-inchini sulle rotte di navigazione”.

Di segno opposto il giudizio del Fatto: “Aveva iniziato con qualche convinta gaffe sull’energia atomica (“difendo l’ambiente e il nucleare”) e sulla Tav (“porterà lavoro e sviluppo”), determinato a conservare la doppia poltrona in un parco scientifico a Trieste, poi l’ha dovuta lasciare. Ma del suo anno di ministro resta soprattutto la parte finale: la gestione del caso Ilva a Taranto. Al di là dei tecnicismi, il senso politico della sua azione è stato chiarissimo: garantire la produzione dell’Ilva (quindi posti di lavoro e interessi della proprietà, la famiglia Riva) prescindere dalle decisioni dei giudici”.

Filippo Patroni Griffi (6 – 6). Anche in questo caso i giudizi concordano, e assegnano al ministro della Pubblica amministrazione e della Semplificazione la sufficienza. Il Fatto: “Ha interpretato il ruolo di ministro tecnico, facendo manutenzione di quanto di buono aveva lasciato Renato Brunetta (trasparenza su consulenze e compensi, tetto ai compensi dei manager) e impostando il lavoro dei successori (revisione piante organiche), più qualche iniziativa poco appariscente, ma dall’immediata ricaduta pratica (decreto semplificazioni su procedure come il cambio di residenza). Brucia un insuccesso pesante: l’abolizione delle Province, decisa dall’esecutivo e poi prima ammorbidita poi bloccata e rinviata sine die dal Parlamento. Aveva preparato un rivoluzionario decreto su trasparenza e incompatibilità per i dirigenti pubblici ma non è riuscito a farlo entrare in Consiglio dei ministri”.

Vittorio Grilli (6 – 5). Sei mesi da ministro dell’Economia più sei mesi da viceministro giudicati sufficienti dal Sole: “Ha condotto la partita europea sulla supervisione bancaria, e a Bruxelles ha seguito la faticosa messa a punto della strategia anticrisi. Sul fronte interno, va attribuito a Grilli il merito di aver mantenuta la barra diritta sul rigore dei conti pubblici, a partire dal pareggio di bilancio in termini strutturali, che dovrebbe essere conseguito nel 2013. Ha istruito il dossier per un piano di dismissioni da 15-20 miliardi, poco più di un punto di Pil”

Grilli, però, non ha convinto il Fatto: “Si ricorderanno soprattutto le promesse (non mantenute) di evitare l’aumento Iva nel 2013, le presunte consulenze pagate da Finmeccanica alla sua ex moglie (sempre smentite, anche se la fonte, de relato, era l’ad del gruppo Giuseppe Orsi) e per le intercettazioni telefoniche in cui discuteva di come diventare governatore della Banca d’Italia con Massimo Ponzellini, ex presidente Bpm poi arrestato”

Giulio Terzi di Sant’Agata (5 – 5). Il ministro degli Esteri è stato giudicato insufficiente sia dal Sole che dal Fatto. Unanimi le critiche per essere stato scavalcato dall’asse Monti-Napolitano (con l’assenso di Obama) sulla scelta di riconoscere la Palestina come Stato osservatore all’Onu, scelta che ha indisposto Israele che contava sull’astensione che del resto era nelle intenzioni del ministro. Imbarazzi sulla vicenda dei due Marò, rimpatriati dall’India solo per una licenza natalizia.

Lorenzo Ornaghi (4,5 – 4). Bocciato in pieno il ministro della Cultura. Il Sole: “I beni culturali non sono mai stati effettivamente nell’agenda di governo. E si vede”. Il Fatto: “Di lui ricorderemo quasi soltanto la scelta di nominare la parlamentare pd Giovanna Melandri alla presidenza del Maxxi, prestigioso museo romano (per il quale l’ex ministra dello Sport non aveva esattamente il curriculum ideale)”.

Mario Catania (6 – 5). Il Sole riconosce al ministro dell’Agricoltura qualche risultato: “Il risultato di maggior rilievo è rappresentato dalle nuove regole sulla commercializzazione dei prodotti agricoli e alimentari (contratti scritti e pagamenti ravvicinati) finalizzate ad accrescere potere contrattuale e valore aggiunto degli agricoltori. Frenato anche l’uso delle terre agricole per impianti fotovoltaici con lo stop agli incentivi. Avviato il recupero forzoso delle multe latte mai pagate e ripristinato il finanziamento per le agevolazioni delle assicurazioni agricole”.

Negativo il giudizio del Fatto: “Il ministero travolto dall’inchiesta sui corrotti ha parlato molto più di politica (invocando il Monti bis per tutta la durata dell’incarico) che di agricoltura, pur essendone il ministro […] Secondo i pm tutta l’attività del ministero è “inquinata”. Ma Catania difende il suo operato, rivendica di aver sospeso gli indagati dall’incarico e afferma che le irregolarità riguardavano le gestioni precedenti (Zaia e Galan). Catania, però, in quel ministero ci ha passato la carriera e certe cose forse avrebbe potuto intuirle”.

Giampaolo Di Paola. (7 – 5). Il Sole promuove il ministro della Difesa perché “ha messo a segno la legge di riforma dello Strumento militare nazionale, cioè la revisione del modello di difesa grazie alla quale sarà possibile una riduzione degli organici delle forze armate, compresi quelli di vertice. La riforma, pur riducendo i costi legati al personale, conquista l’acquisto dei caccia F35”. Per lo stesso motivo, i tagli all’organico che poi vengono reinvestiti in acquisto di costosi aerei da combattimento, il Fatto boccia Di Paola: “Le spese militari, quindi, sono destinate ad aumentare a beneficio dei produttori di armamenti. Che saranno contenti”.

Renato Balduzzi (5,5 – 7). Il ministro della Salute è stato giudicato insufficiente dal Sole: “ha toccato da posizione scomoda sotto la crisi i nervi scoperti della sanità: sui conti ha tenuto banco l’Economia. […] Scarsa la cura per gli effetti su industria e occupazione. Molti punti sono da attuare e hanno problemi applicativi. Categorie e Regioni sono sempre più scontente”. Promosso a sorpresa dal Fatto: “La tassa sulle bibite gassate non s’è fatta, molti tagli sì (anche l’aumento della percentuale di frutta nei succhi). Monti ha evocato l’insostenibilità della Sanità pubblica, il ministro della Salute Balduzzi ha provato a trovare un equilibrio per i tempi di austerità, applicando a tutta l’Italia modelli che funzionavano a livello locale, tipo i medici di famiglia in rete per offrire più servizi sgravando gli ospedali, costosi”.

Piero Gnudi (6 – 4). Il ministro dello Sport e del Turismo prende dal Sole un giudizio sufficiente: “ha presentato il primo piano per la promozione dell’attività sportiva e ha attivato un fondo da 24 milioni per lo sviluppo dell’impiantistica sul territorio. In più è riuscito a fare stanziare 6 milioni circa per la creazione di strutture sportive nelle scuole delle aree più disagiate del Paese. Sull’altro pilastro delle sue deleghe, il turismo, ha lanciato un piano – che passa anche attraverso un concorso nazionale – per promuovere i comuni e i borghi più piccoli e ha varato incentivi per agevolare le reti di impresa nel comparto turistico”. Il Fatto lo boccia in pieno: “Le olimpiadi 2020 a Roma? “Il sogno di ogni ministro”, dice Piero Gnudi, ex presidente dell’Enel, titolare, un po ’ invisibile del dicastero del Turismo e dello sport. Per fortuna poi Monti, capita l’aria, ha pensato bene di ritirare la candidatura di Roma […] Per il resto si registrano annunci, interviste allarmate sui fondi del Coni e poco altro. Classe 1938, non pare avere voglia di impegnarsi in una faticosa esperienza di politica attiva. Ma per quelli come lui, grande commercialista con ottime relazioni nella finanza, una poltrona si trova sempre”.

Andrea Riccardi (6 – 5). Il ministro per la Cooperazione e l’Integrazione secondo il Sole ha ottenuto dei risultati: “La regolarizzazione dei lavoratori immigrati con lo scopo di lotta all’impiego senza scrupoli degli irregolari. […] L’operazione – gestita insieme al ministero dell’Interno – ha consentito a 135mila datori di lavoro, e altrettanti lavoratori immigrati, di mettersi in regola con lo Stato: nella relazione tecnica al decreto si parlava di circa 150mila domande. Tra gli obiettivi messi a segno anche il sostegno agli asili nido e l’assistenza agli anziani, per i quali sono stati stanziati 56 milioni che integrano i 25 milioni già previsti a febbraio, per un totale di 81 milioni. Il Fatto invece ha su Riccardi un giudizio negativo: “Ha dedicato un anno a preparare il suo futuro, lavorando con Luca Cordero di Montezemolo, ha annunciato miliardi di euro per i poveri di cui poi si sono perse le tracce. Quali siano esattamente i risultati della sua attività di ministro per la Cooperazione internazionale risulta difficile dirlo. Anche il sito ufficiale riporta quasi soltanto dichiarazioni e partecipazioni a convegni internazionali. Doveva essere un ministro degli Esteri ombra, in grado di spendere il capitale di credibilità e relazioni di Sant’Egidio. È stato soprattutto un’ombra, con una presenza sui giornali inversamente proporzionale ai successi concreti”.

Enzo Moavero Milanesi (7 – 7). Uno dei migliori ministri nel giudizio dei due giornali, concordi nell’assegnargli un 7. Il Fatto: “Lo sherpa europeo dei grandi negoziati. Basso profilo ma risultati concreti. Il ministro per gli Affari europei ha seguito le trattative europee assicurando che al peso diplomatico dell’Italia di Monti venisse accompagnata la conoscenza tecnica dei meccanismi bruxellesi. Dalla trattativa (vinta) sulla possibilità di depositare brevetti in italiano al duro negoziato sul bilancio europeo, dove Moavero ha messo il veto per evitare che l’Italia venisse spennata come nel precedente round del 2005. Ha anche scavalcato il ministro del Tesoro Grilli nella discussione sull’Unione bancaria. E in patria ha imposto l’approvazione della direttiva sui pagamenti entro 60 giorni da parte della Pubblica amministrazione (per il futuro) e ha assicurato il coinvolgimento del Parlamento alla vigilia dei momenti cruciali in Europa, così che il governo avesse pieno mandato”.

Francesco Profumo (5,5 – 6). Il giudizio sul ministro dell’Istruzione è poco meno che sufficiente per il Sole: “è stato di parola. Sin dall’inizio ha annunciato che non avrebbe fatto riforme perché negli anni precedenti ce n’erano state troppe. E così è stato. I suoi 13 mesi a viale Trastevere sono stati all’insegna dell’ordinaria amministrazione”. Leggermente migliore il giudizio del Fatto: “Ha indetto un concorso per i nuovi ingressi nella scuola fissando il principio che si entra per merito e non per anzianità, anche se il contesto (infinite liste d’attesa di precari con i requisiti in regola) non ha cambiato di molto il risultato rispetto alle normali assunzioni in base alla graduatorie. Per il futuro, però, è un precedente importante. Da diversi mesi non nasconde la voglia di candidarsi”.

Piero Giarda (6,5 – 5). Il ministro dei Rapporti con il Parlamento si è rivelato più che sufficiente secondo il Sole: “L’ultima mediazione riuscita è stata quella sul decreto-firme elettorali […] l’operazione più difficile portata a termine è stata la gestione del complesso traffico parlamentare che ha caratterizzato i 13 mesi di vita del governo Monti. Basti pensare che l’esecutivo è ricorso a 52 fiducie e ha varato 35 decreti legge insieme a un nutrito pacchetto di disegni di legge e decreti legislativi, primi fra tutti la legge di stabilità per il 2013 e la riforma del mercato del lavoro”. Giarda invece non ha convinto il Fatto: “Avrebbe dovuto essere una specie di ministro dell’Economia con la delega ai tagli. Studia la revisione della spesa (anglicizzata in spending review) dal 1981, ha aggiornato un corposo rapporto che arriva alla conclusione che quasi tutta la spesa era poco comprimibile. Cioè difficile da tagliare. Monti ha quindi arruolato il consulente Enrico Bondi, grande risanatore di imprese private, per fare il lavoro sporco. Anche Bondi, comunque, non ha ottenuto risultati travolgenti. Di Giarda poi si sono progressivamente perse le tracce”.

Fabrizio Barca (7,5 – 7). Il primo della classe, a parere unanime. Il Fatto: “Il ministro della Coesione Territoriale è stato uno dei pochi tecnici all’altezza della fama che lo precedeva: appena arrivato al governo ha applicato le ricette che prima suggeriva, come consulente, a Bruxelles. Ha riprogrammato i fondi strutturali europei per evitare che andassero persi proprio quando ce n’è più bisogno, durante la recessione (l’ultima tranche da 5,7 miliardi è di pochi giorni fa). Con il portale Opencoesione tutti possono monitorare come vengono spesi i fondi europei, grazie anche alla riforma della trasparenza e ai nuovi vincoli richiesti per i progetti da finanziare. Dentro il governo, poi, Barca ha interpretato l’anima più sensibile alla ricaduta sociale del rigore (è considerato quello di sinistra). E ha combattuto, per quanto ha potuto, i grandi sprechi sulle infrastrutture, come il Ponte sullo Stretto di
Messina e le penali connesse, arrivando allo scontro con Corrado Passera. Anche su L’Aquila e Pompei si è molto speso, con buoni risultati”.