Spending review: Carlo Cottarelli lascia, Yoram Gutgeld prende (l’incarico, non il posto)

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 settembre 2014 20:32 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 20:32
Spending review: Carlo Cottarelli lascia, Yoram Gutgeld prende (l'incarico, non il posto)

Carlo Cottarelli (Ap-LaPresse)

ROMA – Carlo Cottarelli lascia il ruolo di “mister Spending Review“. Yoram Gutgeld prende l’incarico ma non il posto. Nel senso che il cinquantacinquenne consigliere economico di Matteo Renzi, continuerà di fatto l’opera di Cottarelli senza avere nessuna investitura ufficiale. Gutgeld, nato israeliano e poi diventato cittadino italiano, è molto più di un semplice deputato pd.

Già consulente per la McKinsey, “preparò un piano grazie al quale l’esercito israeliano è riuscito a tagliare le spese del 10% in cinque anni”, va dicendo ai suoi Renzi. Gutgeld ora già lavora a stretto contatto con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e con il ragioniere generale dello Stato Daniele Franco.

Roberto Petrini su Repubblica racconta l’addio di Cottarelli, che comunque resterà fino al varo della Legge di Stabilità:

«Il fatto che il Commissario termini il suo lavoro non vuol dire che il lavoro finisce. Anzi è importante che sia continuato». Mr. Forbici, Carlo Cottarelli, parlando al meeting della Confesercenti a Perugia, annuncia ufficialmente la sua uscita di scena. Anche se — ha confermato — rimarrà al lavoro fino al varo della legge di Stabilità. Cottarelli ha ricordato che «tagli alla spesa pubblica già ne sono stati fatti negli scorsi anni», che «dobbiamo continuare su questa strada» aggiungendo di essere «fiducioso nel successo» della politica impostata. Il Commissario ha fornito una serie di cifre: «Dal 2009 al 2012 per lo Stato la spesa per interessi si è ridotta del 10 per cento in termini nominali. La spesa dei Comuni è stata ridotta dell’8%, le Provincie hanno tagliato il 14%, le Regioni al netto della sanità hanno tagliato il 16%, mentre la spesa sanitaria è rimasta costante». L’obiettivo triennale di risparmio di 30-35 miliardi, ha spiegato il funzionario Fmi, serve per garantire la riduzione della tassazione, «in particolare sul lavoro».

A inizio 2014, ha ricordato il Commissario, la tassazione sul lavoro era del 2% di Pil più alta rispetto all’area euro. «Qualcosa è stato fatto con i 10 miliardi per il bonus Irpef», ha detto. Infine le società partecipate dai Comuni: dal taglio di queste società, portandole in tre anni da 8.000 a mille, potrebbero arrivare risparmi per «2-3 miliardi in 3-4 anni».

Petrini fa anche il punto sui tagli ai ministeri

A convincere i ministri a collaborare anche un cambio di metodo che di fatto arriva con l’abbandono di Cottarelli e che potrebbe chiudere una pagina aperta dai precedenti commissari Giarda e Bondi, entrambi passati per la medesima esperienza: invece di fare la spending review partendo dall’alto, tentare di fare dei semplici risparmi, tagli agli sprechi e recuperi di efficienza partendo dal basso. Il risultato si vedrà nelle prossime settimane. L’obiettivo resta il 3 per cento, ma su una massa di circa 200 miliardi, darà nella migliore delle ipotesi 6 miliardi e comunque non sarà uguale per tutti i ministeri (come ha confermato ieri lo stesso Cottarelli). Saranno cruciali le prossime settimane per capire dove saranno recuperati gli altri 14-15 miliardi per arrivare a quota 20.

Così, per ora, i messaggi dei ministri di spesa appaiono concilianti. «Taglierò gli sprechi, ma non i servizi. Difenderò le risorse che aiutano cinema, cultura, musei e restauri», ha annunciato Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali. Assicura che per domani sarà tutto pronto e che invierà una lettera alla presidenza del Consiglio il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti: «Non ho paura di affrontare i tagli». Diligente anche il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, che invierà le sue proposte tra domani e lunedì: «In consiglio dei ministri abbiamo condiviso il metodo ma anche i tempi».

Gli occhi restano tuttavia puntati sulla sanità – l’intervento in prima linea nell’agenda del governo – e sulla titolare Beatrice Lorenzin che ieri ha già messo sul piatto la sua proposta: «Potremo fare 900 milioni di risparmi», ha detto annunciando di aver già inviato il suo piano a Palazzo Chigi. «La sanità non è dei ragionieri né della cattiva politica», ha aggiunto. In campo anche il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, che ha spiegato come con il “Patto per la salute” la spesa sia «sotto controllo » perché il documento «è già una spending review». E di conseguenza rappresenterebbe una sorta di «linea del Piave»: «Collaboreremo se non si tocca il fondo per la sanità». Su questo punto giungono peraltro una nuova assicurazione e un nuovo avvertimento di Renzi, via Twitter: «Revisione della spesa non significa tagliare la sanità. Ma le Regioni prima di fare proclami inizino a spendere bene i soldi che hanno».

Roberto Mania scrive il retroscena sull’investitura informale di Yoram Gutgeld. Su come il consigliere economico di Renzi sia stato messo sulla plancia di comando della spending review. In un cambio di strategia generale in cui il presidente del Consiglio dice ai ministeri: aiutateci voi a capire dove tagliarvi le spese, senza ricorrere ai tagli lineari.

“La stagione dei commissari alla spending review è finita. Non ci sarà un altro Mr. Forbici dopo Carlo Cottarelli. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha deciso di cambiare schema di gioco. Deluso, a quanto pare, dalle proposte arrivate sul suo tavolo ed elaborate dal pool di esperti coordinati dall’economista del Fondo monetario internazionale (Fmi); convinto che i tagli alla spesa pubblica vadano fatti dall’interno della pubblica amministrazione su indicazione della politica e non suggeriti dall’esterno. E poi Renzi non pensa che l’uscita di scena di Cottarelli possa avere effetti sul livello di credibilità del governo di Roma tra gli investitori internazionali e tra i partner dell’Unione europea. Semplicemente perché la strada della revisione della spesa pubblica non può più essere abbandonata, Cottarelli o non Cottarelli.

D’altra parte a ben poco sono servite sul piano concreto le indagini, pur pregevoli, realizzate negli anni dai tre tecnici incaricati di studiare la revisione degli 800 miliardi di spesa pubblica, Piero Giarda, il tecnico che forse meglio di tutti conosce il bilancio dello Stato, Enrico Bondi, il risanatore “solitario” di Montedison e Parmalat, e da ultimo Cottarelli.

Il centro di controllo si sposta ora a Palazzo Chigi. Senza alcun incarico formale, il compito di coordinamento (in parte è già così) sarà affidato al consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld (55 anni), deputato pd, già consulente della McKinsey, israeliano di nascita, italiano «per scelta e per amore», come ha dichiarato. In questi giorni è girata anche la voce su una possibile nomina di Gutgeld a sottosegretario all’Economia al posto di Giovanni Legnini destinato alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura. Ma l’ipotesi non pare destinata a camminare molto. Perché Renzi vuole rafforzare Palazzo Chigi e non ha bisogno di estendere il controllo su Via XX settembre dove Gutgeld ha costruito negli ultimi tempi una collaborazione positiva sia con il ministro Pier Carlo Padoan sia con il Ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco.

Si cambia modulo, dunque. E si è già visto in settimana, quando Renzi ha chiesto direttamente ai ministri di presentargli entro questo fine settimana o al massimo entro i primi giorni della prossima, le rispettive proposte di risparmi. La tesi di Renzi è che se nell’arco di 4-5 anni l’esercito israeliano, cioè il più efficiente del mondo, sulla base di un piano messo a punto proprio da Gutgeld in versione McKinsey, è riuscito a ridurre le spese del 10 per cento, possono farcela pure i polverosi ministeri italiani a tagliare del 3 per cento delle proprie uscite. Ma non recependo piani calati dai tecnici esterni, bensì elaborandoli al proprio interno, con i propri direttori generali, con le proprie strutture. E con uno spauracchio, però, che martedì durante la riunione del Consiglio dei ministri Renzi ha indicato in maniera quasi brutale: «Se non li fate voi i tagli, ci pensa Palazzo Chigi». Mantenendo l’obiettivo, per il 2015, di una riduzione complessiva della spesa di circa 20 miliardi di euro.
L’estromissione dei tecnici significa, per Renzi, l’affermazione del primato della politica. E indirettamente l’abbandono della strategia dei tagli lineari, che introdusse Giulio Tremonti da responsabile dell’Economia, per ottenere i risultati nonostante le resistenze dei singoli ministri. In quel modo la politica non sceglieva e i tecnici operavano con il bisturi: tagli alle spesa per la difesa come agli investimenti per la scuola. Ma perché funzioni la selettività dei tagli serve la partecipazione di tutti. E questa finora rimane una grande incognita”.