Dopo i referendum la battaglia della Tav: guerriglieri contro esercito

di Riccardo Galli
Pubblicato il 8 Giugno 2011 15:29 | Ultimo aggiornamento: 8 Giugno 2011 15:29

TORINO –Subito dopo i referendum, dopo e non prima per non turbare sia pure indirettamente il voto. Subito dopo il referendum sarà la “battaglia della Tav” sul fronte di Chiomonte. E stavolta non è un vezzo giornalistico l’usare metafore “belliche”. Stavolta ci sono organizzati e annunciati guerriglieri da una parte e ci sarà l’esercito della Repubblica dall’altra.  Tav sì, Tav no. Grande opera che serve all’Italia o inutile danno all’ambiente e all’ecosistema locale. Opportunità di lavoro o terreno per corruzione e affari poco chiari. Quale che sia la verità sta di fatto che nel nostro paese, per avviare i lavori per la realizzazione di una galleria esplorativa, necessaria tra l’altro per non perdere i finanziamenti europei di oltre 600milioni di euro, bisognerà chiamare l’esercito. La notizia è questa, al di là delle valutazioni di merito e dei punti di vista.

Per amor di chiarezza va detto che la Tav è un’opera necessaria all’Italia, senza la quale il nostro Paese resterebbe tagliato fuori dalle linee di comunicazioni europee. E’ un ammodernamento delle nostre infrastrutture, di cui regolarmente lamentiamo l’inadeguatezza. Ed è un’opera che i nostri vicini europei, leggi Francia, hanno già cominciato a realizzare. Non senza proteste, non esiste società umana in cui si è tutti d’accordo su tutto, ma senza arrivare a dover schierare l’esercito. Da noi no.

L’idea di rendere il sito della Tav “militare” è un’idea nata in seno al Pd e che ha trovato d’accordo il Pdl. E’ ovviamente un’estrema ratio e, come si dice in questi casi, una sconfitta di tutti e della politica. Modo di dire orrendo ma vero. Dover ricorrere ai militari è davvero una sconfitta di tutti, ma per somma di autogol in questo caso. Gli esponenti di Sel sono in disaccordo col Pd e chiedono tavoli di confronto e simili. Peccato che il progetto sia stato approvato appena venti anni fa e da allora di tavoli ce ne sono stati un’infinità. Molti inutili e di facciata ma tavoli in cui si sono anche risolti molti dei contrasti con i comitati no Tav. E’ stato ridisegnato il percorso della Torino-Lione, sono state decise varianti di tracciato, varate compensazioni ai territori. Certo, l’atteggiamento dei governi che sono stati interrogati sul tema è stato molto “italico”. Berlusconi come Prodi hanno più o meno glissato rimandando sempre il problema a “domani”. Ma il domani prima o poi arriva, e i tavoli, a differenza di quello che chiedono gli esponenti di Sinistra ecologia e libertà, prima o poi devono finire. L’unanimità nelle società umane, come detto, è praticamente un’utopia. Una frangia, una parte di scontenti e contrari è fisiologica e ineliminabile. E qui la politica dovrebbe intervenire, riconoscendo l’interesse pubblico, che non è la somma degli interessi privati. Ma la nostra politica sembra che sul tema abbia ancora molto da imparare.

La cronaca racconta che la notte tra il 23 e il 24 maggio il tentativo di aprire il cantiere è finito male. I No Tav hanno dato prova di una discreta aggressività bersagliando operai e poliziotti con più di 750 pietre e istituendo posti di blocco intorno all’area. «Tutto quello che era umanamente possibile fare per trovare un dialogo, è stato fatto. Adesso sarebbe il caso di far rispettare la legge». Stefano Esposito, parlamentare Pd, è stato il primo a capire che nonostante le mediazioni tentate e riuscite in questi anni ci sarebbe sempre stato uno zoccolo duro di irriducibili pronti a tutto per bloccare i lavori. Da alcuni mesi ha cominciato a ventilare l’auspicio che il governo riconosca il cantiere di Chiomonte come «sito d’interesse strategico o militare», ricevendo in cambio accuse di estremismo, anche da esponenti del Pd. Ora, dopo l’ennesimo tentativo fallito di avviare il cantiere, e dopo le lettere con proiettili spedite ad Esposito e Giorgio Merlo (PD ex Margherita), Gianfranco Morgando, segretario di un Pd piemontese che in questi anni ha parecchio tentennato sul tema Tav, ha imposto al suo partito una sterzata. «Se necessario, sì a Chiomonte zona militare». La proposta riceve un sostanziale via libera da parte di Guido Crosetto, sottosegretario Pdl alla Difesa. Silenzio invece dalla Lega, e non è la prima volta che sta al governo cercando di fare opposizione. Contrari, ovviamente sarebbe il caso di dire, quelli di Sel: «Siamo molto preoccupati per l’intenzione di militarizzare la Valsusa», dichiarano Fabio Lavagno e Vanda Bonardo, coordinatori regionali. E proseguono: «Scegliere la forza significa decretare la fine della politica, un precedente che un Paese democratico non si può permettere. Occorre rimettere in campo la politica migliore e riportare la questione su un tavolo di discussione».

Su un punto hanno ragione però i No Tav e gli uomini di Sel: quello del cantiere di Chiomonte è un precedente che un Paese democratico non si può permettere. Niente di più vero, perché in un paese democratico se non il popolo, almeno la classe dirigente, anche d’opposizione, dovrebbe essere in grado di distinguere qual è il limite oltre il quale le buone ragioni di una minoranza si trasformano in sopruso, non tanto alla maggioranza quanto ad un altro “cantiere”, quello delle democrazia.