Birmania al voto, tra brogli e censura

Pubblicato il 6 Novembre 2010 17:41 | Ultimo aggiornamento: 6 Novembre 2010 17:50

Al voto sotto la minaccia di perdere il lavoro, schede affidate in blocco ai superiori o segnate davanti a loro, mancanza totale di trasparenza sul conteggio di queste ‘preferenze’ già espresse.

Alla vigilia delle prime elezioni dopo vent’anni, mentre l’arrivo in Thailandia del figlio di Aung San Suu Kyi fa ben sperare per un imminente rilascio della leader dell’opposizione, in Birmania si moltiplicano le testimonianze di brogli su larga scala a favore del partito espressione della giunta militare.

Nelle ultime settimane ampie fette dell’elettorato sono già state ‘incoraggiate’ a esprimere il loro voto: non solo i dipendenti statali e i soldati, ma anche studenti e operai di fabbriche gestite da imprenditori in affari con i generali. La preferenza, ‘suggerita’ con varie intimidazioni, avrebbe beneficiato inevitabilmente il partito di regime Usdp, già nettamente favorito dalle regole elettorali e dalla preponderanza di candidati.

Le accuse di irregolarità sono state rilanciate oggi dalla Forza democratica nazionale (Ndf), il movimento distaccatosi dalla Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi, in quanto contrario al boicottaggio deciso dal principale partito dell’opposizione.

I vertici del Ndf hanno scritto una lettera al generalissimo Than Shwe, esortandolo ad annullare le schede irregolari. Persino il Partito di unità nazionale (Nup), che riunisce molti esponenti della ‘vecchia guardia’ del regime sconfitti nel 1990 dal Nld ed è considerato vicino alla giunta, ha depositato una denuncia presso la Commissione elettorale.

Secondo alcune stime, tra il 25 per cento dei seggi garantiti ai militari dalla Costituzione e i voti attribuiti all’Usdp con tali sotterfugi, il regime potrebbe già essersi assicurato la maggioranza nel futuro Parlamento. Ma i generali, che puntano a un’alta affluenza per legittimare la ”road map verso la democrazia”, sembrano comunque voler evitare sorprese fino all’ultimo, anche in materia di ordine pubblico. Mentre oggi il premier Thein Sein ha ricordato che ”votare è un dovere”, a Rangoon si segnalano una maggiore presenza dei soldati nelle strade e accenni di coprifuoco serale; Internet va a singhiozzo da oltre una settimana, secondo molti nel tentativo di ostacolare la copertura dei media.

Con un voto dove l’unica incognita rischia di essere il distacco con cui l’Usdp prevarrà sugli altri 36 partiti, l’arrivo in Thailandia del secondogenito di Aung San Suu Kyi riaccende invece le speranze di una liberazione dell’icona della dissidenza dagli arresti domiciliari, in scadenza il 13 novembre dopo sette anni ininterrotti.

Kim Aris (33 anni), che non vede la madre dal 2000, è giunto nei giorni scorsi a Bangkok con l’obiettivo di entrare in Birmania: non è chiaro se già munito di un visto ottenuto a Londra, o con la speranza di vederselo concesso all’ambasciata birmana locale. Richieste simili in passato sono state respinte.

Ma dato che ora l’attesa è per un rilascio del premio Nobel per la Pace, in detenzione per 15 degli ultimi 21 anni, l’arrivo di Kim viene interpretato come un possibile indizio che i generali questa volta potrebbero davvero mantenere la parola.

[gmap]