Striscia di Gaza. Hamas benefattore o traditore? “Intercetta i beni, gli aiuti a vuoto”

Pubblicato il 7 Giugno 2010 12:03 | Ultimo aggiornamento: 7 Giugno 2010 13:52

Dalla resistenza al governo della Striscia di Gaza, Hamas ne ha fatta di strada. Dal 2007 controlla quel lembo di terra al confine con Israele (fino ad allora in mano al partito Fatah) intercetta gli aiuti umanitari, li distribuisce. Il braccio armato dei militanti per la libertà in Palestina prende i medicinali, il cibo, il calcestruzzo, i giocattoli, lo shampoo, le lampadine e li porta alla popolazione palestinese, almeno in teoria.Da quando Israele ha messo l’embargo nell’area non passa quasi nulla alla dogana.

Per quegli aiuti che superano il blocco di Tel Aviv, però, si insinua il sospetto che  vadano a vuoto, o comunque non arrivino a destinazione: cioè ai poveri. Infatti se è aumentata la spinta e la mobilitazione delle organizzazioni non governative di tutto il mondo, sempre più abitanti della Striscia faticano ugualmente a uscire dalla miseria quotidiana.

«Le persone che non sono con Hamas non vedono nessun bene, né soldi», racconta al quotidiano tedesco Spiegel un lavoratore palestinese, Zaed Khadar, che vive in un alloggio di fortuna piuttosto precario. L’uomo spiega di non aver mai ricevuto nulla da quando è salita Hamas al potere: «Chi li sostiene invece ottiene tutto: case prefabbricate, mobili, un lavoro retribuito». La sua “sfortuna” è di aver votato Fatah, il partito battuto alle urne da Hamas.

Proprio quelle elezioni nel 2006 cambiarono le regole del gioco a Gaza, perché in pochi tra gli osservatori internazionali si sarebbero aspettati la vittoria schiacciante – e ritenuta regolare- di Hamas. Chi li sosteneva diceva che i miliziani avevano raggiunto le poltrone del potere grazie alla loro vicinanza alla popolazione, alla lotta continua per la libertà e per la creazione di una società islamica funzionante.

La testimonianza di Khadar a quattro anni di distanza e dopo il recente assalto alla flottiglia colma di aiuti per Gaza, mostra un altro volto di Hamas: quello di chi intercetta i beni (più che triplicati negli ultimi anni), se ne impossessa e li immette nel mercato, sia legale -per fare girare l’economia- sia nero per guadagnare. Da questi giochi politico-economici però chi resta sconfitta è la popolazione palestinese.

Le Nazioni Unite hanno definito il blocco israeliano di merci e persone una forma di “punizione collettiva”. Secondo le stime dell’ONU, circa l’80 per cento degli abitanti della Striscia di Gaza, circa 1,5 milioni, vivono sotto la soglia di povertà, e il 42 per cento sono disoccupati, mentre l’economia è praticamente a un punto morto.

Il 3 giugno scorso, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, ha invitato Israele a revocare il blocco. Hamas ha ripetutamente invitato Israele e all’Egitto di aprire le proprie frontiere a Gaza, e il portavoce del gruppo, Ismail Radwan, ha affermato: «Non prenderemo alcun aiuto macchiato di sangue».

Adesso a qualche mese di distanza, era il gennaio 2010, sembra utile rievocare l’analisi della giornalista israeliana Amira Hass: «Nonostante le sue formali richieste di interrompere il blocco, il vero scopo di Hamas è far aprire solo la frontiera di Rafah con l’Egitto e lasciare chiusi gli altri passaggi (verso Israele e verso la Cisgiordania), perché non vuole che gli abitanti di Gaza scoprano la relativa libertà della Cisgiordania».