Usa-Italia. Gardner: “Infiltrati nelle Br? Li voleva la Cia, ma rifiutai”

Pubblicato il 15 Giugno 2010 9:42 | Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2010 9:44

La Cia, le Brigate rosse, l’Italia di fine anni ’70. Dopo più di trent’anni l’ex ambasciatore Usa Richard Gardner svela particolari inediti del suo mandato in Italia, quando alla Casa Bianca c’era Jimmy Carter, tra il 1977 e il 1981.

Sulle Br, in un’intervista al quotidiano La Stampa, dice: «Furono un fenomeno nato e cresciuto in Italia. Lo hanno riconosciuto anche i loro capi ai processi». La Cia non infiltrò nessuno nelle Br? «Me lo propose dopo il sequestro Moro. Ma rifiutai: se se ne fosse scoperto uno, si sarebbe alimentata la teoria del complotto, che già circolava. Berlinguer è considerato molto puro e “molto etico”, ma non posso perdonargli di aver insinuato nel 1979, in un discorso a Genova, che dietro all’assassinio di Moro c’era la Cia».

«Nel 1969 c’erano Nixon e Kissinger. Ma per quanto io abbia criticato Kissinger, non posso pensare che abbia finanziato le stragi. E poi perché avrebbe dovuto farlo? La stampa italiana interpretò quasi subito piazza Fontana come una strage di destra».

Lo chiamavano amico dei comunisti: «Ma era assurdo. Io sono un anticomunista viscerale. E anche Moro non voleva i comunisti nel governo. Lui era molto furbo. Li prese nella maggioranza, senza dare loro ministeri, per farli corresponsabili in scelte impopolari. L’obiettivo era quello di logorarli. E ci riuscì: nel 1979 il Pci cominciò il suo calo elettorale e il suo declino. Moro era un nostro grande amico e un nostro grande alleato», racconta.

Alla domanda riguardo al fatto che pensava che Piero Ottone ed Eugenio Scalfari  fossero comunisti risponde: «Non ho mai pensato che Scalfari e Ottone fossero comunisti. Ma filocomunisti sì. Volevano il Pci al governo. Invitai a colazione Scalfari e lui mi disse: lei deve incontrare Berlinguer e offrirgli di entrare nel governo. Gli risposi: ma come, proprio lei che denuncia tante ingerenze americane, vorrebbe che noi facessimo un’ingerenza del genere? Sono gli italiani a dover decidere del proprio destino».

Poi spiega: «Quando arrivai, marzo 1977, trovai una situazione incredibile. Con l’amministrazione Nixon-Kissinger un ambasciatore Usa non poteva incontrare un esponente comunista. Anche i visti erano proibiti. Io trovai assurdo tutto questo. Nel giugno del 1976 il Pci aveva ottenuto il 34,4%: come potevamo ignorare quella realtà? Dissi a Carter e al suo consigliere Brzenzinski di cambiare quelle regole. Chiesi di poter incontrare dei comunisti. Loro accettarono».

«Non dovevamo dare l’impressione che gli Usa volessero l’ingresso del Pci al governo. Era inconcepibile per molti italiani ma anche per noi. Se avessi incontrato Berlinguer in pubblico sarebbe stato uno scandalo. Studiai per trovare una persona che non fosse legata all’Urss, un uomo equilibrato e possibilmente amico dell’America. Sapevo che con Cossutta e con Ingrao, tanto per fare due nomi, non sarebbe stato possibile. Scelsi Napolitano. Ebbi con lui quattro incontri segreti, il primo a casa di Cesare Merlini, che era presidente dell’Istituto per gli affari internazionali. Capii subito che Napolitano era un potenziale amico. Gli feci avere un visto e lo invitai negli Usa per una serie di conferenze. Tornò entusiasta», aggiunge.

Infine un tuffo nel passato e un pensiero al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Mi sono commosso quando il mese scorso ho visto Napolitano a Washington da Obama. Chi lo avrebbe mai immaginato: un ex comunista Presidente dell’Italia e un afroamericano Presidente degli Usa». Continua: «Il discorso che ha fatto quel giorno Napolitano è il più brillante e il più eloquente che io abbia mai sentito da un esponente politico italiano. Ha parlato di nuove relazioni fra Usa ed Europa. Una settimana dopo la Casa Bianca ha pubblicato un documento in cui dice che gli Usa devono incoraggiare l’Unione Europea. In questo Obama è del tutto differente dall’amministrazione Bush, che trattava con i singoli Paesi e cercava di dividere l’Europa. Per Obama l’Europa resta il principale alleato dell’America per tutti e quattro i grandi temi: economia, clima, blocco della proliferazione delle armi, lotta al terrorismo».