Al Super Bowl lo show pro-immigrati di Bad Bunny, Trump: "Spettacolo più brutto di sempre, non si capisce. Schiaffo all'America" (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
In un match senza storia i Seahawks di Seattle hanno dominato il Super Bowl LX stracciando i Patriots di Boston 29 a 13 ma il trionfatore della finalissima del football americano è stato il portoricano Bad Bunny. Reduce dalle tre vittorie ai Grammy, la superstar che l’anno scorso aveva interrotto il tour negli Usa per non esporre i fan alle minacce dell’Ice ha portato al Levi’s Stadium di Santa Clara in California un un messaggio di unità: “Assieme siamo l’America, l’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.
Solo Donald Trump poteva offendersi, come del resto aveva preannunciato alla vigilia: “È stato lo show più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all’America. Nessuno capisce una parola (Bud Bunny ha cantato in spagnolo ndr) e il ballo è disgustoso soprattutto per i bambini”, ha detto su Truth il capo della Casa Bianca che ha seguito la partita da Mar-a-Lago avendo scelto di disertare il Super Bowl “per la lontananza” dalla West Coast ma anche per la scelta della Nfl di assegnare l’half time a un cittadino americano che canta solo in spagnolo.

Nel dare il polso del suo ‘stato dell’Unione’, il portoricano Bad Bunny ha ricreato allo stadio un vero e proprio villaggio popolato da star come Lady Gaga, Ricky Martin, Cardi B, Pedro Pascal e Jessica Alba, ma anche persone prese dalla vita reale, una taqueria di Los Angeles e, da Brooklyn, uno degli ultimi social club portoricani rimasti a New York. C’era anche un bambino a cui l’ex cassiere di supermercato Benito Antonio Martínez Ocasio ha regalato il grammofono d’oro dei Grammy: a molti ha evocato il piccolo Liam Ramos, deportato dal Minnesota al Texas, un dramma che nelle scorse settimane ha commosso mezza America. Valori della famiglia in primo piano: una coppia ha celebrato in diretta il matrimonio.
Vestito in una tuta disegnata per lui da Zara, Bad Bunny ha suggellato l’half time elencando i nomi di tutte le nazioni del Nord e Sud America e chiuso con un “God Bless America”.
L’half time in spagnolo ha rivelato l’interesse della Nfl ad allargare l’audience oltre ai confini Usa anche se la reazione di Trump e dei conservatori ha dimostrato che a molti del pubblico non va di condividere l’evento col resto del mondo. Per molti americani, non solo nel mondo Maga, il Super Bowl è un evento nazional popolare in cui il patriottismo delle bandiere e degli inni è sopravvissuto nell’attuale epoca di divisioni. “Penso che al Super Bowl dovrebbero venire solo cittadini rispettosi della legge che amano questo Paese”, aveva detto la capo della Homeland Security, Kristi Noem, nella stessa intervista in cui in ottobre aveva annunciato che agenti dell’Ice avrebbero pattugliato lo stadio. La Nfl ha smentito, ma la popolazione di Santa Clara, che per metà non è nata negli Usa, era chiaramente preoccupata.
I Green Day sfidano la censura tv
I Green Day sfidano la censura tv: aprendo con un medley di brani tratti dal loro album del 2005 “American Idiot” lo spettacolo pre-game al Levi Stadium di Santa Clara, il gruppo punk ha cantato la loro canzone di protesta “American Idiot” senza toccare la frase “the subliminal mind-fuck America” in barba agli standard della tv soprattutto durante l’evento sportivo di massimo ascolto negli Usa. A quanto riferisce l’Hollywood Reporter, la Nbc, che ha l’esclusiva della diretta quest’anno, ha distorto l’audio in modo che la parola incriminata (“mind-fuck”) non si sentisse chiaramente.
Venerdì sera, a una festa pre-game a San Francisco, i Green Day avevano preso di mira Jeffrey Epstein e Donald Trump cambiando il testo della loro canzone Holiday in: “The representative of Epstein’s Island now has the floor” (Il rappresentante dell’isola di Epstein ha ora la parola). Mentre erano sul palco, la band ha rivolto un commento agli agenti dell’Ice, dicendo loro di “smettere con quel lavoro di merda”. I Green Day si sono formati musicalmente alla fine degli anni ’80 a Berkeley e hanno contribuito a portare il punk rock nel mainstream negli anni ’90 e 2000, con uno stile spesso politicamente provocatorio.
