Tra sondaggi favorevoli e tensioni politiche: la partita aperta del governo Meloni (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Partiamo dagli ultimi sondaggi: questi dicono che i Fratelli d’Italia oscillano tra il 29,5 per cento e il 30,2. Vuol dire che da quando Giorgia Meloni è diventata presidente del consiglio il suo partito ha guadagnato all’incirca tre punti, una circostanza assai favorevole e forse imprevista. Alcuni commentatori respingono lo studio in questione perché ritengono che sono risultati che hanno preceduto il referendum. Non è così, ribattono i primi. La ricerca è stata portata a termine dopo il voto. Si dibatte e si discute anche dinanzi ai numeri sui quali non ci dovrebbero essere dubbi.
Ma la realtà supera a volte pure la matematica perchè si dà peso alla simpatia politica e non al resto. C’è di più: secondo Renato Mannheimer, assai famoso e credibile nel suo campo, da quando Giorgia non è più suddita di Trump ed ha rotto le relazioni con la Casa Bianca, è tornata a crescere nelle preferenze: molti voti li aveva persi perchè troppo timida e troppo morbida nei confronti del tycoon. Pure in questo caso, non si trova un punto d’incontro fra le due “fazioni”. Meglio rimandare a quando in futuro si avranno più certezze e meno distinguo.
Alleati, dunque, ma con diritto di critica: il governo si dovrà comportare così se vuole che la sua affidabilità non scemi, proprio come è avvenuto prima della riforma della giustizia. Donald Trump era diventato troppo arrogante, vedeva dappertutto nemici e se la prendeva con chiunque un giorno si e l’altro pure. Finché non sono uscite dalla sua bocca parole insensate ed accuse contro il papa. Misura colma e frasi di pessimo gusto oltre che oltraggiose.
Opposizioni frammentate e strategie incerte
Si torna al via come nel gioco del Monopoli. L’opposizione deve studiare a fondo la situazione se vuole sbaragliare il campo alle politiche del 2027. Non sarà semplice perché l’aria che tira non è tranquilla. Schlein è la segretaria, dovrebbe essere lei a condurre la danza ed a tentare di far fuori la Meloni. Gli ostacoli non sono pochi: non solo perchè all’interno del Pd c’è una fronda che non ha digerito la rivoluzione troppo a sinistra che lei ha voluto e portato a termine (almeno per ora). I dem se la debbono vedere anche con i 5Stelle che, approfittando delle primarie aperte a tutti, vogliono riportare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.
I guai non sono finiti: la voglia di centro ossessiona una parte di Via del Nazareno pronta a salire sul carro del terzo incomodo in barba ai due “guerrieri” o finti alleati. In breve, per superare queste barriere si dovrebbe trovare un punto d’incontro, ma quale se l’obiettivo è uno soltanto, si chiama Palazzo Chigi? Un’ultima ipotesi va ancora più in là, guarda al futuro perché dopo due mandati, nel 2029, Sergio Mattarella non potrà più essere rieletto. Chi avere al Quirinale se non uomo vicino ai progressisti? Un traguardo da non dimenticare: ecco perchè si potrebbe favorire l’avvocato del popolo in cambio di un voto favorevole al candidato scelto dalla sinistra.
Centrodestra, equilibri interni e sfide internazionali
Nemmeno nell”alleanza del centro destra si respira un’aria rose e fiori. La mazzata subìta con il referendum non è di poco conto, bisogna studiare e approvare un nuovo programma che faccia centro e trovi altre preferenze. Si va a parare sempre al centro che diventa il Paradiso del futuro. Con Forza Italia più moderata dall’intervento di Marina e Pier Silvio Berlusconi si potrebbero recuperare quei sostegni di una parte dei vecchi democristiani che non sopportano quel che accade oggi nel Pd.
Risuonano i nomi di Matteo Renzi e di Carlo Calenda. Il primo è uno dei più furiosi antagonisti della Meloni di cui dice, a ogni piè sospinto, peste e corna. Spesso fuori luogo, con un’acredine che non si conosceva. Il secondo è più malleabile:a volte sembra attratto da alcuni atteggiamenti della maggioranza; altre è velenoso come il vecchio compagno di cordata (leggi proprio Renzi) con cui aveva cercato invano di far resuscitare un partito simile a quello caro a Enrico Berlinguer e Aldo Moro.
Però, oltre alle beghe interne delle quali si occupa personalmente la premier, bisogna portare avanti l’esecutivo con nuove iniziative che spostino l’asse del pareggio e lo riportino allo status quo ante. Non è un giochetto facile, ma conoscendo la caparbietà e la saggezza politica della premier l’ottimismo non manca. Tutto questo se la situazione internazionale non precipiterà. Perché se la guerra continuerà, se ogni progetto d’intesa dovesse andare all’aria, se soprattutto lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso, allora ogni previsione, ogni promessa o infine ogni buona intenzione finirebbero nel nulla.
