Cessione LA7, Valentini su Repubblica la “televisione senza regole”

Pubblicato il 20 Febbraio 2013 - 15:27| Aggiornato il 20 Luglio 2022 OLTRE 6 MESI FA

ROMA – Un’accelerazione sospetta. Troppi mesi di stand by e troppi pochi giorni alle elezioni. La vendita di La7 e la scelta  come unico interlocutore di Urbano Cairo continua a far discutere. Se ne occupa, su Repubblica, Giovanni  Valentini in una lunga analisi dal titolo fin troppo chiaro, “la televisione senza regole”. Scrive Valentini:

Alla vigilia di un’elezione politica, la vendita di qualsiasi giornale – anche regionale o di provincia – susciterebbe sospetti e polemiche.Figuriamoci quella di una rete tv come La 7 che aspira a rappresentare un “terzo polo” fra due colossi come la Rai e Mediaset. E oggettivamente non c’è dubbio che di una procedura accelerata si tratti, nella logica frettolosa del fatto compiuto che ha distorto nel corso degli anni il mercato televisivo italiano. Basterebbe già questa coincidenza temporale per avanzare legittime riserve sulla decisione con cui il Cda di Telecom ha dato il via libera a una “trattativa in esclusiva” con l’editore Urbano Cairo. Quasi che si volesse precostituire uno stato di fatto irreversibile, in vista di una prospettiva o di una svolta politica sfavorevole. Concludere l’affare, insomma, prima che possa arrivare qualcuno a cambiare le regole.

L’urgenza, insomma, per Valentini è soprattutto urgenza di nuove norme. Scrive ancora il giornalista:

Eppure, è proprio questo ciò che occorre in primo luogo. Cambiare le regole di un sistema squilibrato, ancora dominato in gran parte del duopolio Raiset, per adottare finalmente una riforma anti-trust: contro la concentrazione televisiva e pubblicitaria che ha danneggiato il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza. E dunque, aprire a nuovi soggetti, nuovi mezzi, nuove iniziative e nuove idee. Altro è la necessità di regolamentare il conflitto di interessi: cioè la commistione tra affari privati e incarichi pubblici, fra il business e il mandato parlamentare o di governo. Non solo nel campo televisivo. Ma tanto più necessaria in un settore nevralgico della vita democratica, dove diventa assolutamente intollerabile la sovrapposizione tra il ruolo politico e lo “status” di concessionario pubblico, titolare di un contratto d’affitto con lo Stato e quindi in pratica controparte di se stesso. Sono concetti che andiamo ripetendo da anni. Un conto è la concentrazione televisiva e un conto è il conflitto di interessi.