Rassegna Stampa

Il Giornale: “Lady Mansi fa la dura ma le Fondazioni ingessano le banche”

Il Giornale: "Lady Mansi fa la dura ma le Fondazioni ingessano le banche"

Il Giornale: “Lady Mansi fa la dura ma le Fondazioni ingessano le banche”

ROMA – “Lady Mansi fa la dura”, scrive Gian Maria De Francesco del Giornale, “con il suo no all’aumento di capitale di Mps, Antonella Mansi ha guadagnato in pochi giorni quella visibilità che nem­meno la direzione commercia­le del gruppo chimico Nuova Solmine, la presidenza di Con­fi­ndustria Toscana e la vicepre­sidenza nazionale di Viale del­l’Astronomia le avevano dato”.

L’articolo sul Giornale:

La decisione e l’autoironia al­la presidente della Fondazione Mps non hanno mai fatto difet­to, tanto è vero che venerdì scor­so, quando l’assemblea fu rin­viata per mancanza del quo­rum, interpellata sull’esito del giorno successivo dis­se: «Non so se domani l’assemblea riuscirà a costituirsi, non sono una strega anche se qualcuno pensa che lo sia». Ma, in realtà, la ca­pacità di relazione e la determinazione del perseguire un obietti­vo l’hanno resa simpati­ca a una Regione che, per convinzioni politi­che, non è proprio ami­ca della classe impren­ditoriale. E da grossetana ha di­feso Siena meglio dei senesi, contando sull’appoggio del sin­daco renziano e del presidente della Provincia.

Merito di Mansi, che non si è fermata dinanzi alla grande esperienza di Profumo, ma an­che merito dell’attuale confor­mazione del sistema bancario che consente ampi margini di manovra alle Fondazioni ban­carie. A Siena l’ente controlla il 33,5% (pur se gravato da pegni costituiti proprio per seguire gli avventurosi aumenti di capita­le dell’era Mussari) e ha legitti­mo diritto di parola.
Non vale lo stesso discorso per Genova dove la Fondazio­ne di fatto è il deus ex machina di Carige con il 46 per cento. E dove l’ex presidente Flavio Re­petto- prima di essere giubilato – ha messo alla porta il numero uno della banca Giovanni Ber­neschi che non poteva più rin­viare – su pressing di Bankitalia – un aumento di capitale da complessivi 800 milioni. Una Fondazione dove la politica li­gure (con il suo nume tutelare, il governatore Claudio Burlan­do) trova la propria camera di compensazione. Alle nuove guide, il presidente della Fon­dazione Paolo Momigliano e l’ad di Carige, Piero Montani il compito di sbrogliare la matas­sa. Senza contare che alcune banche commissariate come Carife e Banca Marche abbiano visto alla presidenza o in consi­glio i numeri uno delle rispetti­ve Fondazioni. Un sistema di «porte girevoli» Fondazione­banca- Fondazione che il gover­natore Ignazio Visco non ha mai smesso di criticare e che co­munque è ormai proibito an­che dalla Carta dell’Acri.

Analogamente, non si può di­menticare che i movimenti ban­cari più rilevanti dell’autunno 2013 siano stati aperti dall’avvi­cendamento Cucchiani- Messi­na alla guida di Intesa Sanpao­lo. E anche lì le frizioni tra l’ex manager e il presidente Giovan­ni Bazoli non avrebbero potuto trovare una conclusione se il presidente di Cariplo e del­l’Acri, Giuseppe Guzzetti, non fosse intervenuto.
Ecco perché Siena è solo la punta dell’iceberg di un siste­ma tras­versale dove potere poli­tico e finanza si intrecciano sen­za che vi sia la possibili­tà di un controllo. Non che il controllore non ci sia: le Fondazioni so­no vigilate dal ministe­ro dell’Economia, ma ancorché tecnico esso è un controllore «politi­co ». L’Authority indi­pendente doveva vede­re la luce 15 anni orso­no. Poi si era pensato a un’autorità che sovrin­tendesse a tutto il no­profit. Ma la politica si è sempre guardata bene dal pas­sare dalle parole ai fatti. Forse non è un caso se la Consulta bocciò la «riforma Tremonti» anche nella parte riguardante i criteri di nomina dei cda: vole­va escludere i “politici“.

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