“I bari” di Caravaggio, falso o autentico? Sgarbi: “Opaco nel disegno e nel colore. Solo una copia”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Gennaio 2015 11:36 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2015 11:36
La lettera di Vittorio Sgarbi al Corriere della Sera

La lettera di Vittorio Sgarbi al Corriere della Sera

LONDRA – Scambiato per un falso la tela “I bari” di Caravaggio fu venduta all’asta da uno stimato chirurgo della Royal Navy, Lancelot William Thwaytes (acquistato nel 1962 per 140 sterline) soltanto per 55 mila euro da Sotheby’s. Ora vale 13 milioni di euro. L’opera fu acquistata da Orietta Adam sotto consiglio di Denis Mahon, considerato fra i massimi collezionisti e storici dell’arte. Ed è lui che cambia il valore della tela: non una copia, ma quella tela è proprio l’originale “I bari” di Caravaggio. Valore: dieci milioni di sterline, 13 milioni di euro. Inutile la causa di Lancelot William Thwaytes contro Sotheby’s. L’Alta corte di Londra ha dato ragione alla casa d’aste: era pressoché impossibile identificare l’autore. Ma lunedì 19 gennaio Vittorio Sgarbi ha inviato una lettera al Corriere della Sera spiegando che “c’è una verità dei tribunali, e c’è una verità dell’arte” e la verità, secondo il critico italiano, è quel Caravaggio è un falso.

La lettera di Vittorio Sgarbi. La notizia uscita ieri sul «Corriere», «Il falso Caravaggio è vero», si riferisce all’esito di un processo per ottenere una congrua reintegrazione economica dopo un’incauta vendita. Insomma: «nessun risarcimento all’erede della tela “I bari”. Scambiato per una copia, fu battuto all’asta per 55 mila euro da Sotheby’s: vale 13 milioni». E chi l’ha detto? Il proprietario, l’acquirente, lo studioso Denis Mahon, esperto di pittura italiana del Seicento. Quante intuizioni ebbe! E oggi un omaggio alla sua impresa di conoscitore è nella mostra a palazzo Barberini a Roma, «Da Guercino a Caravaggio», i due autori a cui dedicò i suoi quasi sempre fruttuosi sforzi. Fu lui ad acquistare nel 2006 da Sotheby’s a Londra la versione dei «Bari», oggetto del contenzioso giudiziario. La verità artistica non coincide con quella giudiziaria. Gli studiosi, che videro il dipinto, lo giudicarono, com’è, una replica. E come tale fu venduto al prezzo giusto. La suggestione del critico e il potere del mercato, nonostante l’evidenza dell’opera, fecero il resto, fino a diventare una verità legalizzata. Nessuna opera può essere considerata di sicura attribuzione se non ha raggiunto l’unanimità critica. E non è questo il caso. Soprattutto in considerazione dell’indebolimento delle facoltà critiche di Denis Mahon nei suoi tardi anni, con numerosi incidenti e riconoscimenti equivoci, tra i quali si distingue quello del supposto «San Pietro» di Caravaggio, di proprietà del faccendiere Giancarlo Parretti, e anche di alcuni Guercino promossi, con il benestare del critico inglese, da tale Jadranka Bentini. L’occhio di Denis si era appannato. E, considerando assai improbabile che Caravaggio abbia eseguito due dipinti pressoché identici, il confronto con l’originale dei «Bari», commissionato dal cardinal Del Monte, proveniente dalla Collezione Barberini Colonna di Sciarra (oggi al Kimbell Art Museum di Fort Worth), è impietoso. Quanto il Caravaggio autentico è tagliente, rigoroso, nitido, tanto quello di Denis Mahon appare molle, gommoso, opaco nel disegno e nel colore. Nessun danno reale per l’ex proprietario, giacché il dipinto non vale più delle 42 mila sterline che è stato pagato. L’equivoco è ancora più evidente se si pensa che la fotografia pubblicata sul Corriere della Sera non è quella del quadro di cui si parla, ma quella dell’originale di Fort Worth, com’è evidente dalla diversa cornice e dallo spazio molto più stretto nella parte superiore. Pubblicando oggi la versione di Denis Mahon si avvertiranno le differenze, e sarà facile ristabilire la verità. D’altra parte il dipinto di Mahon non può essere detto «falso», ma semplicemente una replica più tarda, non autografa, di un altro pittore del Seicento. Diverso è l’esito giudiziario di un’analogo caso, relativo a un importante dipinto scoperto da un valoroso studioso, e autentico. Nel 1948 Andrea Busiri Vici vide, presso un mercante a Roma, una tavola con una poeticissima «Caccia in valle», e la riconobbe come un’opera di Vittore Carpaccio, più tardi riconosciuta parte superiore delle «Due cortigiane» del pittore al Museo Correr. La pagò 80 mila lire. L’antiquario, rivendicando la propria ignoranza davanti al sapere di Busiri Vici, aprì un contenzioso e ottenne un risarcimento di 2 milioni di lire, non pochi per l’epoca. In questo caso la verità giudiziaria diede ragione all’«ingenuo» venditore e, benché il quadro sia assolutamente autentico, la Sovrintendenza non lo riconobbe e ne autorizzò l’esportazione in Svizzera. Ora il dipinto è legittimamente esposto al Museo Getty di Malibu. Oggi assistiamo a un paradosso opposto. Come scrive Fabio Cavalera sul Corriere: «L’Alta Corte di Londra dà ragione alla casa d’aste. Era pressoché impossibile identificare l’autore. Il quadro prima dell’acquisto era in condizioni tali da nascondere i particolari per l’attribuzione. Merito del fiuto e della competenza di Denis Mahon che l’ha riportato agli antichi splendori consentendo dunque la scoperta». Peccato che non lo sia. Vedi come tutto è relativo!