Marco Travaglio: Napolitano vuole la “riforma Marzullo”, auto domande e risposte

Pubblicato il 27 settembre 2014 8:28 | Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2014 8:28
Marco Travaglio: Napolitano vuole la "riforma Marzullo", auto domande e risposte

Giorgio Napolitano. Sarà interrogato come testimone sulla trattativa Stato-Mafia

ROMA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ottime ragione ad avere “parecchie difficoltà” a rispondere ai giudici di Palermo che vogliono interrogarlo sulla trattativa Stato – Mafia di tanti anni fa, secondo Marco Travaglio.

In un articolo intitolato “La Riforma Marzullo”, il cui senso si capisce leggendo l’ultima riga, Marco Travaglio spiega il perché di quelle difficoltà:

“Le domande di pm e giudici riguarderanno la lettera che gl’inviò il suo consigliere Loris D’Ambrosio nel giugno 2012 per dare le dimissioni (poi respinte) dopo la scoperta delle sue imbarazzanti telefonate con Mancino, e per rammentare di avergli confidato (“lei sa”) i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba” per “fungere da scudo di indicibili accordi” nel 1989-93, in piena Trattativa.

Se Napolitano dirà, come anticipato per lettera alla Corte, di non aver nulla da dire, darà implicitamente del bugiardo a D’Ambrosio. Se invece dirà che D’Ambrosio si era confidato con lui, darà del bugiardo a se stesso, che nella lettera alla Corte ha scritto il contrario.

In ogni caso, apparirà come un testimone reticente o, peggio, disinteressato alla verità: chiunque riceva una lettera come quella di D’Ambrosio, specie se è il capo dello Stato, dovrebbe subito domandargli: chi ti ha usato come scriba e scudo? E per quali indicibili accordi? E stipulati da chi?

Dopodiché dovrebbe precipitarsi con lui in Procura a informare i magistrati.

L’“ira del Colle” nasce da qui: non dal “pericolo di una strumentalizzazione a fini politici” e naturalmente “mediatica” come scrive il Corriere, ma dal fatto che il presidente si è cacciato in un vicolo cieco e non sa come uscirne.

Anche perché i testimoni reticenti o mendaci vengono perseguiti, non quando sono presidenti della Repubblica, ma dopo sì. Ma i giornaloni sorvolano.

La Stampa fa persino credere che sia stato Napolitano a chiedere di testimoniare, e alla svelta: “L’immediata disponibilità a deporre è un atto di riguardo alla magistratura”, “non ha nulla in contrario”, “accetta di buon grado”, anche se “non ha molto da dire”. Bontà sua.

E il Corriere: “La speranza del capo dello Stato è che le sue parole ai giudici servano finalmente a mettere una pietra sopra, e definitiva, a una vicenda che per lui è stata un tormento”.

Par di sognare: testimoniare a un processo non è un beau geste: è un obbligo imposto dalla legge per tutti i cittadini. Anche al presidente della Repubblica, che ha l’unico privilegio di essere sentito a domicilio.

Ma ha il dovere di parlare e di dire la verità. Altrimenti sono guai. Secondo il costituzionalista del Corriere Michele Ainis invece il suo sarebbe un atto “volontario e spontaneo” sol perché i giudici, in caso di rifiuto, non possono mandarlo a prendere dai carabinieri.

Non solo, ma è colpa della Corte d’Assise se Sua Altezza non ha ancora deposto: i giudici, scrive Ainis, “ci hanno messo un anno (meglio tardi che mai)” per “sciogliere la riserva”.

Naturalmente non è vero niente. Napolitano fu citato come teste il 27 ottobre 2013. Poi fu lui a chiedere l’esenzione per lettera. Poi quest’estate gli avvocati dello Stato e di Dell’Utri (che teneri) chiesero alla Corte di esentarlo. L’altroieri la Corte ha respinto l’istanza confermando la convocazione.

Ma questo lascia ad Ainis “un retrogusto amaro” perché “Napolitano aveva già messo nero su bianco ciò che aveva da dire”. Cioè niente. Dev’essere la prossima riforma della Giustizia, affidata alla commissione Marzullo: “Signor testimone, se non è troppo disturbo, si faccia le domande e si dia le risposte””.