Marco Travaglio: 5 scandali e pasticci macchie sul Gattopardo Pd da Roma a Enna

Pubblicato il 28 Marzo 2015 8:22 | Ultimo aggiornamento: 28 Marzo 2015 8:33
Marco Travaglio: scandali e pasticci macchie sul Gattopardo Pd da Roma a Enna

Marco Travaglio: scandali e pasticci macchie sul Gattopardo Pd da Roma a Enna

ROMA – Marco Travaglio mette il faro su tre casi imbarazzanti per il Pd nel Sud d’Italia. O meglio, i casi imbarazzanti si sviluppano in queste ore fra Campania e Sicilia, ma chi ha rivelato una certa inadeguatezza al rolo centrale ricoperto sta a Roma, guidato da Lorenzo Gueriniche è di Lodi, vice segretario del Pd, Debora Serracchiani,  che è di Roma ma vive a Udine e è vice segretario del Pd, ma che forse ha troppo da fare perché è anche presidente della regione Friuli Venezia Giulia.

Il problema del Pd, viene però il sospetto, è un po’ più grosso, e Marco Travaglio lo denuncia nella riga finale:

Fabrizio Barca, data un’occhiata al Pd romano dopo Mafia Capitale, lo definisce “cattivo, dannoso e pericoloso” perché “lavora per gli eletti e non per gli elettori”. E nel resto d’Italia?

“Smacchiare il Gattopardo”, questo il titolo dell’editoriale di Marco Travaglio del 28 marzo 2015, è un dramma buffo in tre atti, che si svolge su quattro scene:Roma, Napoli, Enna, Agrigento ma solo perché Marco Travaglio ha isolato i tre casi del Sud. Che dire della Liguria e delle primarie taroccate che hanno portato alla candidatura di Raffaella Paita, su cui ha messo la faccia lo stesso premier segretario Matteo Renzi?

Il totale quindi sale a 5. Seguiamo la sceneggiatura di Marco Travaglio.

Prima scena: Campania, primarie del Pd per il candidato governatore. Il primo sfidante è il bassoliniano Andrea Cozzolino, che nel 2011 da candidato sindaco aveva causato l’annullamento delle primarie del Pd per la massiccia presenza di cinesi al seggio, con conseguente débâcle del partito e vittoria di Luigi De Magistris: dunque merita un’altra chance. L’altro è il sindaco (per quattro volte) di Salerno, il deluchiano Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, prescritto per smaltimento abusivo di rifiuti, imputato in altri processi per associazione a delinquere, truffa, peculato e abusi vari, decaduto per la legge Severino ma reintegrato dal Tar, però di nuovo decaduto perché da sindaco faceva pure il sottosegretario di Letta: l’uomo giusto al posto giusto per sfidare Caldoro che l’aveva già trombato quattro anni fa. Stravince, almeno alle primarie, De Luca.

A quel punto nel Pd scoprono all’improvviso ciò che sapevano tutti anche prima: e cioè che, se De Luca fosse eletto governatore, appena poggerà il culetto sulla poltrona dovrebbe sloggiarne per la decadenza ex legge Severino.
Qualcuno pensa di cambiare la Severino ad hoc, escludendo l’abuso d’ufficio dalla lista dei reati causa di decadenza, ma non si fa a tempo. Così ora i cervelloni del Nazareno stanno confabulando su altre soluzioni, una più geniale dell’altra: convincere De Luca a “fare un passo indietro”, candidare un altro, senza primarie, contro il vincitore delle primarie (tipo il magistrato Cantone, che però ha declinato, o il ministro Orlando, che è come le piante grasse: dove lo metti sta); oppure non fare campagna elettorale a De Luca, lasciandolo al suo destino per la gioia di Caldoro.

La vicesegretaria Debora Serracchiani spiega che, in fondo, “alle primarie hanno votato in 140 mila persone che conoscevano la condizione di De Luca”.

Già, per questo esistono i partiti: per selezionare le candidature migliori, possibilmente escludendo condannati, decaduti e incompatibili, per evitare che venga eletto uno che non può ricoprire la carica a cui concorre. Ma – udite udite – il codice etico del Pd va “allineato alla legge Severino”: che è stata approvata nel novembre 2012, ma il Pd in due anni e mezzo s’è scordato di stabilire che i condannati in primo grado non possono candidarsi. Complimenti vivissimi.

Seconda scena: Enna, elezioni comunali. Il Pd, che per statuto si è imposto di selezionare i propri candidati con le primarie, decide che lì non è il caso.

I suoi massimi dirigenti nell’isola, Fausto Raciti e Marco Zambuto, rispettivamente segretario e presidente regionale, che con l’uomo forte e sottosegretario di Renzi Davide Faraone hanno appena imbarcato una vagonata di forzisti, cuffariani e lombardiani, si recano in pellegrinaggio a Enna per implorare il segretario provinciale Mirello Crisafulli di candidarsi a sindaco.

“Le eventuali opposizioni dovranno essere solo sul piano politico, su altri piani non potranno essere accettate”, dichiara Raciti. E pazienza se alle ultime elezioni politiche, nel 2013, la commissione di garanzia presieduta da Luigi Berlinguer aveva escluso Crisafulli dalle liste in quanto impresentabile per le frequentazioni (celebre l’abbraccio con l’amico boss Raffaele Bevilacqua) e per i guai giudiziari: l’ultimo un’accusa di abuso d’ufficio per aver fatto asfaltare con fondi della Provincia la strada per casa sua, appena caduta in prescrizione.

“A Enna vinco col proporzionale, col maggioritario e anche col sorteggio”, dice sempre Mirello Crisafulli. Il quale, lusingato dal corteggiamento, accetta: “Mi candido”. A quel punto i geni del Nazareno scoprono ciò che tutti sanno benissimo e, siccome i giornali ne parlano, fanno la faccia malmostosa.
La soluzione è strepitosa: il vicesegretario Guerini gli dice “dai, fai il bravo”, la vicesegretaria Serracchiani auspica “che decida di non presentarsi”, ma nessuno gli spiega il perché, visto che è perfettamente in linea con la Severino e persino con il codice etico (quello “non aggiornato”), e soprattutto nessuno fece un plissè un anno fa, quando fu eletto segretario provinciale a Enna col voto del 90% degli iscritti.

In che senso Mirello Crisafulli è perfetto come segretario e impresentabile come sindaco? Lui infatti manda tutti a quel paese: “Faccio un passo indietro solo se mi fanno ministro o sottosegretario, tanto c’è chi è peggio di me”. Tipo i cinque sottosegretari indagati, fra cui il suo allievo Faraone. Fantastico.

Terza scena: Agrigento, elezioni comunali. Qui il Pd le primarie le fa, ma aperte a una lista di Forza Italia sotto mentite spoglie. Si chiama “Patto per il Territorio”, fondata e guidata da Riccardo Gallo, parlamentare forzista e vice coordinatore siciliano del partito fondato da Berlusconi & Dell’Utri. Il candidato forza-renziano è un suo fedelissimo, Silvio Alessi.

Il presidente regionale del Pd Zambuto, ex sindaco agrigentino, cresciuto nella Dc e poi nell’Udc di Cuffaro, due anni fa folgorato sulla via di Renzi e, con la casacca del Pd, candidato (invano) dal Pd alle Europee 2014 ed eletto presidente del partito, non fa una piega. Poi però i giornali titolano “Forza Italia vince le primarie del Pd” e a Roma qualcuno si sveglia fuori tempo massimo: allora i renziani di Agrigento (fra cui Zambuto) chiedono di annullare le primarie, anche se nessuno ha denunciato irregolarità. La Serracchiani ordina di “cercare una nuova candidatura” e chissenefrega delle primarie: si parla di un tal Calogero Firetto, deputato regionale Udc: di bene in meglio.