Milleproroghe, decreto salva-Roma, Shalabayeva: rassegna del 27 dicembre

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Dicembre 2013 8:14 | Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre 2013 8:14

repROMA – Il risparmio tagliato dalle tasse. Il Corriere della Sera: “Dal primo gennaio prossimo rincari per lettere, raccomandate e caffè alle macchinette. Aumenti sono previsti anche per trasporti e pedaggi. Il peso fiscale sul risparmio sale al 30%. Oggi il decreto Milleproroghe sarà all’esame del Consiglio dei ministri.”

Tassa servizi, slitta il rincaro. E si tratta sul Milleproroghe. L’articolo a firma di Mario Sensini:

Un provvedimento «snello» e con «poche norme» per sistemare il grande pasticcio di questi giorni, che ha indotto il governo d’accordo con il Quirinale a ritirare il decreto salva Roma, stravolto dal Parlamento, e sistemare le ultime questioni in sospeso. Sarà un decreto al massimo di una decina di articoli, e non il classico Milleproroghe, garantisce Palazzo Chigi, a dare soluzione ai problemi di bilancio di Roma Capitale e di Venezia, al piano di rientro per il trasporto pubblico ferroviario in Campania, al problema degli sfratti e del pagamento delle tasse nelle zone alluvionate della Sardegna. Una marcia indietro del governo che scatena l’opposizione, con il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta all’attacco: «Non si era mai visto nella storia repubblicana: si approva la fiducia e il giorno dopo si fa decadere il provvedimento su cui si era appena ottenuta la fiducia».

Nel testo non dovrebbe entrare, ad esempio, l’ennesima revisione delle nuove imposte sulla casa che non sono ancora entrate in vigore. La tentazione c’era, e probabilmente se ne discuterà, ma l’aumento delle aliquote della Tasi, una delle componenti della nuova Iuc, per aumentare le detrazioni sulla casa principale e riportarle al livello di quelle sull’Imu, sarà lasciato all’iniziativa del Parlamento, che da gennaio tornerà a discutere la conversione del decreto che ha cancellato la seconda rata dell’imposta 2013. Ci saranno, invece, le proroghe del divieto di incroci azionari tra stampa e tv e del pagamento delle imposte in Sardegna, ma soprattutto le misure per evitare il dissesto del Comune di Roma già contenute nel decreto salva Roma, ritirato dall’esecutivo dopo l’incontro dei giorni scorsi tra il premier Letta e il presidente della Repubblica. Saranno recuperate anche quelle per fronteggiare i debiti del Comune di Venezia e quelle per la rinegoziazione dei cosiddetti «affitti d’oro» della pubblica amministrazione, anche queste già contenute nel decreto ritirato, e che avevano suscitato un mare di polemiche. Verranno recuperate dal defunto salva Roma anche il piano per i trasporti della Campania e e norme per evitare il pignoramento di almeno una parte dei fondi destinati al finanziamento delle Asl indebitate, quelli che servono per coprire i livelli essenziali di assistenza.

La Regione Lazio taglia Ma la penale costa 10 volte il canone annuo. L’articolo a firma di Sergio Rizzo:

Il regalino risale al 2002, quando la Regione Lazio era in mano a una solida maggioranza di centrodestra. Governatore, Francesco Storace. Presidente del consiglio regionale, l’attuale senatore di Forza Italia Claudio Fazzone. Per motivi imperscrutabili si decise che lo stesso consiglio, che com’è noto ha sede a Roma, aveva l’impellente necessità di dotarsi di un ufficio di rappresentanza. Dove? Ma nel centro di Roma, a due passi dagli uffici dei deputati, ovviamente. Si poteva forse essere così crudeli da rifiutare ai consiglieri un punto d’appoggio nella Capitale al riparo delle intemperie d’inverno, e della canicola d’estate, senza costringere loro e i loro ospiti illustri ad affrontare un viaggio in taxi verso la periferia ovest della città, dov’è la sede della Pisana? Anche l’affittuario era il medesimo che aveva ceduto in locazione alla Camera con il meccanismo del global service i palazzi che ospitano gli studio degli onorevoli: la società Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini, titolare di uno dei più prestigiosi allevamenti di cavalli d’Italia. Contratto superblindato: nove anni più nove.

All’epoca le macchine della politica giravano a pieno ritmo, bruciando immense quantità di denaro. Le Regioni, poi, avevano letteralmente inondato la Capitale di uffici di rappresentanza e il mondo intero di piccole ambasciate. Al cospetto del mare di soldi nel quale nuotavano i partiti e della leggerezza con cui anche le istituzioni li amministravano, quei 320 mila euro l’anno che il consiglio regionale del Lazio pagava per un appartamento di 600 metri quadrati a Roma, sembravano quisquilie.

E nonostante fosse chiaramente un’assurdità senza senso da tutti i punti di vista, quella spesa era riuscita a sopravvivere a un giro di centrodestra e al successivo giro di centrosinistra. Finché, con le polemiche montanti sui costi della politica e le oggettive difficoltà di bilancio, la faccenda non era diventata indifendibile e insostenibile. Trascorsi i primi nove anni il presidente del consiglio regionale Mario Abbruzzese (Popolo della libertà, ora in Forza Italia) arrivò quindi alla dolorosa conclusione di dare seguito alla pratica già aperta dal suo predecessore Bruno Astorre (Partito democratico): quella di rescindere il contratto. A febbraio del 2011 lui stesso lo ribadì in una lettera al Corriere replicando a un articolo che aveva ricordato quella storia. «Per la sede di via Poli il contratto è stato rescisso. Inutile citarlo, dunque, se non per registrare un risparmio di 300 mila euro annui», scriveva Abbruzzese.

Renzi vuole il controllo degli emendamenti. L’articolo a firma di Maria Teresa Meli:

Rischiano di irrigidirsi di nuovo i rapporti tra Letta e Renzi. Del resto, il segretario del Pd ha sempre detto: «Io di patti con lui non ne ho ancora firmati perché non ho capito che cosa vuole veramente». E non lo ha compreso neanche questa volta, a quanto pare. «Prima — ha spiegato allibito ai fedelissimi — si impone la fiducia sul salva Roma, contro la volontà del partito e del gruppo parlamentare della Camera che chiedevano di farlo decadere e poi dopo una telefonata di Napolitano lo si ritira… Mi sembra tutto così strano e incomprensibile».

Già, perché la vera storia di questo provvedimento è la storia dell’ennesimo braccio di ferro tra il Pd e il governo. Alla vigilia dell’approvazione del ddl Delrio per l’abolizione delle province si incontrano in una stanza di Montecitorio il messo di Letta, Franceschini, il renziano Rughetti della Commissione Bilancio (grande oppositore del decreto), il capogruppo Speranza e il portavoce della segreteria Lorenzo Gerini. Tutti e tre cercano di convincere il ministro a far decadere il provvedimento o a ritirarlo: «Solo così il governo ne può uscire bene. Poi lo ripulisce, prende le cose importanti e le mette in un nuovo atto legislativo». Niente da fare. Anzi Franceschini, rivolto a Rughetti, gli dice: «Non ti parlo più da Dario ad Angelo, ma da ministro a relatore in Commissione Bilancio: il governo non ha nessuna intenzione di far decadere il decreto». Poi la storia, come è noto, è andata a finire diversamente. E Rughetti con un collega di partito ironizza: «Con tutto il rispetto per il capo dello Stato, lui non ha il potere di rinviare una legge con una telefonata. La Costituzione non lo prevede ed è strano che una persona come Napolitano non se ne renda conto».

Kazakhstan, Shalabayeva libera per lei e la figlia un visto italiano “Oggi arriveranno a Roma”. L’articolo di Repubblica a firma di Pietro Del Re:

«A partire da oggi la signora Alma Shalabayeva può lasciare il Kazakhstan per qualsiasi Paese». La notizia viene battuta dalla agenzie il 24 dicembre, poco dopo le 9 del mattino. Ad annunciarla è il portavoce del ministero degli Esteri kazako, Zhanbolat Usenov, chiudendo una vicenda sulla quale la Farnesina ha lavorato per mesi dietro le quinte e continuerà a lavorare fino al rientro in Europa della moglie dell’ex oligarca e dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. «È previsto che arrivi stamattina a Roma insieme alla figlia Alua», annunciano i suoi avvocati, a meno di clamorose retromarce dell’ultima ora del governo del Kazakhstan.

La Shalabayeva, che fu brutalmente espulsa dall’Italia il 31 maggio scorso, e rispedita di forza ad Astana assieme alla sua bambina, «potrà lasciare il Paese dietro il pagamento di una cauzione, perché le autorità di polizia del Kazakhstan hanno deciso di cambiare le misure cautelari per il divieto di viaggiare al di fuori da Almaty ». Dietro questo colpo di scena c’è il lavoro della diplomaziaitaliana che in questi mesi ha cercato di riparare il danno fatto a primavera con la “deportazione” della donna.

Ed è stato proprio al ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, che la Shalabayeva ha telefonato la vigilia di Natale per rivolgere all’Italia «grandissimi ringraziamenti per l’incisiva assistenza fornita da Roma per farle riacquistare la libertà di movimento». E ieri la Bonino, in un’intervista al Tg deLa7 ha detto: «Questo caso mi è bruciato, perché non c’entravo nulla. La legge italiana – ha aggiunto – per giusta o sbagliata che sia, affida il controllo del territorio al ministro dell’Interno: punto. La Farnesina viene richiesta solo se si tratta di diplomatici accreditati». Il ministro degli Esteri, ha poi aggiunto poi di aver informato il ministro degli Interni Alfano della svolta, e del fatto che alla donna è stato consegnato un visto italiano.

Tangentopoli, Erdogan cambia dieci ministri. L’articolo di Repubblica a firma di Marco Ansaldo:

Nonostante le purghe scattate negli ultimi 10 giorni – centinaia di teste rotolate nella polizia – l’inchiesta che punta al cuore del sistema di potere del partito conservatore islamico rischia di avere effetti devastanti. Le ammini-strative sono alle porte a marzo e, in estate, ci sarà il voto presidenziale. Ma già si profila l’ombra delle politiche, anticipate al 2014. Interessante, a questo punto, sarà osservare il comportamento che terrà il capo dello Stato, Abdullah Gul, antagonista di Erdogan nella sfida per la presidenza della Repubblica, e che martedì ha auspicato la destituzione dei ministri coinvolti nello scandalo.

Lo scontro vede tuttavia stagliarsi dietro le quinte il volto del pensatore turco Fethullah Gulen,in autoesilio in Pennsylvania, potentissimo rivale di Erdogan e fondatore di un influente impero editoriale. I suoi tentacoli arrivano nella polizia e nella magistratura. Ma il braccio di ferro è durissimo. Ieri sera un procuratore hadenunciato di essere stato rimosso dall’inchiesta poche ore dopo l’apparizione sui media della notizia che il prossimo obiettivo sarà il figlio del premier. «È stato commesso un crimine in tutta la catena del comando – ha detto -. Isospettati sono stati autorizzati a prendere precauzioni, fuggire e manomettere le prove». I superiori, invece, lo accusano di avere parlato alla stampa senza le preventive autorizzazioni.

Il rischio vero, per un partitoche alle politiche del 2011 ha ottenuto ben il 49,9 per cento dei voti, è adesso quello della spaccatura. Finora la compagine è sempre rimasta unita dietro al carisma irruento di Erdogan, leader senza delfini. Però ieri uno dei ministri costretti alle dimissioni ha accusato di aver seguito, nei casi sotto accusa, le precise istruzioni del premier. E se ora dall’America il teologo Fethullah decidesse, magari con il silenzioso sostegno di Gul, di indicare la via di un nuovo partito, questa volta sì, islamico e senza macchia, allora la fuoriuscitadi deputati potrebbe far implodere la compagine e creareuno scenario del tutto aperto.

Fethullah e Erdogan si sfidano a tutto campo. «Non ci sarà una tregua – predice l’editorialista Rusen Cakir, grande esperto nel quotidiano Vatandel partito islamico –. Al contrario, la guerra diventerà sempre più violenta, per trasformarsi in un combattimento per la sopravvivenza di ciascuna delle fazioni». La Turchia ieriappariva sgomenta.