I numeri di Monti: pil + 11% poi +5%, tasse al 45,1%

Pubblicato il 18 Aprile 2012 10:13 | Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2012 10:14

La tv avvelena sempre la politica italiana, il fisco ci prende in media il 45%, Fmi gela Monti che sogna non più l’11 ma il 5%, tra lui e i partiti è come un film di Verdone: così comincia la giornata.

La cosa più clamorosa è sulla prima pagina di Repubblica: “Il Pil salirà del 5%”, sostiene Monti, grazie al suo favoloso “piano di crescita”. Lo stesso titolo gela i sogni: per il Fondo monetario internazionale “L’Italia sarà ancora in deficit nel 2013”, anzi  ieri il Fmi ha previsto che non saremo in pareggio fino al 2017.

Sembra di leggere il Male degli anni ’70; quel che lascia di sasso è l’impudenza di Monti, il quale dice e contraddice senza rispetto per la nostra memoria e la capacità di Google di trovare tutto: lo stesso Monti, non nella vita precedente ma il 24 gennaio, cioè meno di tre mesi fa, aveva detto, in una trasferta a Bruxelles (ma è sicuro il suo medico che i viaggi all’estero non incidano sui suoi freni inibitori?):

che la fantomatica apertura del settore dei servizi [farmacie, notai e taxi] può portare un aumento crescita del Pil anche nel breve termine. […] Nel lungo periodo [l’aumento del] del Pil [arriverebbe all’]11%” ma “metà di questo nei primi tre anni”.

Quel che lascia allibiti è la spudoratezza di Monti, che dice e contraddice tutto da solo, offendendo la normale capacità di memoria dei cittadini e ancor più la prodigiosa memoria di Google.

Mentre Monti le spara grosse, Berlusconi va sempre al bersaglio:  “L’asta sulle tv un caso politico: Pdl contro Passera”, titola il Corriere della Sera. Qui c’è la chiave dell’ingresso di Berlusconi in politica e del suo fallimento: non per il bene dell’Italia o di una parte dei suoi cittadini, ma la difesa delle sue televisioni dal pericolo rosso. “Frequenze tv, il Pdl minaccia Monti” è il titolo di Repubblica, con un commento di Giovanni Valentini (“La maledizione televisiva”). che in Italia è uno dei pochi ad avere sempre individuato il rischio rappresentato da Berlusconi per i giornali in particolare e per la democrazia in generale.

Il resto è solo cinema. Sempre sul Corriere: “Monti incontra i tre leader: c’è un nuovo patto per le riforme.  Vertice di maggioranza, intesa sulla crescita tra Monti e i leader di Pdl, Pd e Udc. Controlli sui conti dei partiti, la Lega blocca l’iter veloce”. La voce di Napolitano è sempre più fievole: “Non tutto è marcio”.

Sarà vero, però sulla prima pagina del Fatto c’è la sintesi del disgusto: “Lingotti d’oro, diamanti, ville, vacanze gratis: Politica spa, che affarone” in apertura e sotto: !Monti non ha salvato i conti. Lo dice il Governo Monti. Promesse al vento. Pareggio di bilancio in Costituzione, ma non sarà raggiunto. Nel Def stime gonfiate per evitare l’ennesima manovra fiscale. Svelato il bluff delle misure per la crescita: incideranno solo per un misero 0,3% del Pil l’anno”.

Il Giornale e Libero rafforzano il fastidio: “La fortuna lumbard: il tesoro della Lega. L’ex amministratore Belsito consegna 11 diamanti e lingotti d’oro per 5 chili, custoditi in un caveau a Genova”. Intanto “Fini chiede ai partiti di risparmiare ma non dimezza i suoi privilegi” (Giornale). Un esempio che disgusta domina la prima di Libero: è la copia di un bandi di gara del Senato per due anni di agende e agendine al modico prezzo di 950 mila euro: “Si fanno l’agenda in pelle di contribuente”.

Indecente, specie se la si legge dopo avere visto la Stampa o il Messaggero: “Fisco record. La pressione arriva al 45,1 per cento”. Ce ne eravamo accorti ma ci mancava quel virgola 1. O, sempre per tenerci su col morale, il Sole 24 Ore: “Casa, quanto costa il nuovo catasto”.

Viene da pensare con nostalgia al governo di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi di vent’anni fa. Non ci risparmiarono il martirio abbastanza inutile dei proclami che indussero anche allora una recessione, ma almeno presero una serie di misure sulla spesa pubblica e dei partiti che accompagnarono interventi dolorosi come l’abolizione della scala mobile. Ne seguirono, è vero, l’arrivo di Berlusconi, la crisi del sindacato e l’arroccamento sull’articolo 18 come ultima bandiera del potere sindacale: ma fecero meglio di questi qui, con più serietà e competenza. Dobbiamo concludere che anche questo governo Monti in fondo è colpa di Berlusconi, non solo perché è probabile che in gran parte se lo sia scelto lui come garanzia per il trasloco da Palazzo (e gli insulti di Paolo Romani, berlusconiano ante marcia, a Passera della cronaca di oggi ne sono conferma), ma perché per levarsi dai piedi l’unica alternativa credibile e competente al Governo, quella dell’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, lo ha imbalsamato in Europa, alla Banca centrale, lasciando, a chi risiede “colà dove si puote come si vuole” l’unica alternativa di un mazzetto di professori universitari e burocrati senza alcuna competenza se non lezioni, consulenze e procedure.