Nicolas Henin: “James Foley era l’ostaggio più maltrattato”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 Agosto 2014 9:22 | Ultimo aggiornamento: 22 Agosto 2014 9:23
Nicolas Henin: "James Foley era l’ostaggio più maltrattato"

L’uccisione di James Foley

ROMA – Nicolas Henin risponde al telefono mentre sta pedalando in bicicletta con la figlia. “Nei mesi scorsi non avevo mai parlato, ma ora sento di doverlo fare per la memoria di Foley”. Durante nove mesi Henin ha diviso le galere siriane dell’Isis insieme a James Foley.

Il reporter di Le Point, 39 anni, è stato rapito nel giugno 2013 e liberato nell’aprile scorso insieme a tre altri ostaggi francesi. Da allora si è preso lunghe vacanze e si è sposato, cercando di lasciarsi alle spalle l’orrore della guerra. Ma con l’esecuzione del compagno di prigionia è improvvisamente ripiombato dentro a un inferno. “Era l’ostaggio più maltrattato, ha subito indicibili torture, lo trattavano come un animale. Eppure rimaneva sempre forte, coraggioso”.

L’intervista su Repubblica a cura di Anais Ginori:

Quanti ostaggi eravate?
«Non posso rispondere precisamente per motivi di sicurezza. Ma una dozzina sono stati liberati e molti di quelli che ho visto sono ancora nelle mani dell’Isis. Eravamo tanti, davvero tanti».

Perché i rapitori si accanivano con Foley?
«Avevano scoperto nel suo computer che il fratello lavorava nell’esercito americano. Era un cittadino statunitense e come tale aveva un trattamento peggiore di noi francesi. Inoltre, è stato uno dei primi occidentali catturati. Quando l’ho conosciuto era già molto provato fisicamente ».

Ci sono state tensioni tra di voi?
«Abbiamo vissuto in condizioni orribili. Cambiavamo spesso nascondiglio, camminando per ore sotto al sole. Ho perso otto chili. In queste situazioni ti incattivisci eppure Foley era sempre generoso. Se c’era una coperta da dividere, la divideva. Se avevamo poche razioni di cibo, lui si privava per darne un po’ agli altri. Aveva un incredibile spirito di resilienza. In alcuni momenti, siamo riusciti persino a scherzare».

Su cosa?
«Ci aveva raccontato di quando l’avevano fermato in Libia. Verso la fine, quando il regime di Gheddafi stava per cadere, l’ufficiale che lo teneva prigioniero aveva iniziato a coccolarlo. Gli faceva mangiare pesce tutti i giorni. Allora noi, ostaggi a pane e acqua in Siria, lo prendevamo in giro».

Vi picchiavano?
«Durante i nove mesi di cattività, ci sono state fasi alterne. Quello che ho subito io è niente rispetto a Foley. I rapitori non lo vedevano più come un uomo, solo come una bestia. Ho rischiato di morire quando ho tentato di evadere, poco prima di essere finalmente liberato».

Ha avuto il tempo di salutare Foley?
«È successo tutto molto in fretta anche se c’erano dei segnali che mi facevano ben sperare. Abbiamo scherzato sul fatto che ci saremmo ritrovati un giorno a bere una birra e a riderci su. Chiacchiere da uomini, per sdrammatizzare. Credo che in fondo sapesse che nel suo caso tutto sarebbe stato più complicato ».

Gli Stati Uniti hanno tentato un blitz per liberarlo.
«L’ho letto. Non ce ne siamo accorti. In ogni caso su questo e su eventuali trattative per riscatti non posso parlare».

Ha visto il filmato dell’esecuzione?
«Non riesco. Ne ho visto solo qualche estratto. Mi è bastato per riconoscere il coraggio di Foley. A ginocchio, davanti al suo boia, è rimasto impassibile. Chiunque altro sarebbe stato preso dal panico. Lui non ha neanche cercato di spostare la testa. È morto da uomo, non da ostaggio. Ha riconquistato così la sua libertà».

Pensa che bisognerebbe censurare il video?
«Sono un giornalista. Ho raccontato gli sgozzamenti pubblici di Al Zawahiri e non sono favorevole alla censura. Non è distruggendo il termometro che abbassi la febbre. Anzi, temo che oscurare quel video non farebbe altro che rafforzare la propaganda jihadista» (…)