“Testa di moro” non si può dire. Roberto Giardina, Italia Oggi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 agosto 2015 13:08 | Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2015 13:09
L'articolo di Italia Oggi

L’articolo di Italia Oggi

ROMA – “I miei primi, come dire?, i primi uomini non bianchi li scoprii quando sbarcarono gli alleati in Sicilia, e invasero l’uliveto vicino alla villa dove eravamo sfollati – scrive Roberto Giardina di Italia Oggi – Avevo tre anni e non mi ricordo di essermi stupito. A gente di tutti i colori i siciliani sono da sempre abituati. All’opera dei pupi, dove mi conducevano di quando in quando, i paladini lottano (e perdono) contro feroci saladini e altri esotici nemici”.

L’articolo di Italia Oggi: Credo che nessun siculo possa essere razzista: siamo da sempre un misto di tutto e di tutti. Oggi ci si preoccupa di mostrarsi sempre corretti, e non è facile. Deve sparire dalle favole, sempre che vengano ancora raccontate, l’uomo nero che porta via i bambini cattivi? Penso di sì, anche perché è facile eliminarlo. Ma gli animalisti vorrebbero rinunciare al lupo cattivo, e di questo passo si dovrebbe mettere al bando tutta la produzione dei fratelli Grimm. E come la mettiamo con quel razzista di William Shakespeare e il suo «moro di Venezia», il cattivo dell’Otello?

In Germania è nato un bel caso: si può obbligare il proprietario di un ristorante di Kiel a cambiare nome al suo locale, Zum Mohrenkopf, alla testa di moro? Il problema è che si chiama Andrew Onuegbu, proviene dalla Nigeria ed è lui ad autodefinirsi «un moro». Con orgoglio. Un caso di autorazzismo? Uno specialista di tetti di Magonza, prussiano di origine controllata, si chiama Thomas Neger, negro. Deve cambiare nome per far propaganda alla sua azienda, si chiede il magazine della Süddeutsche Zeitung? Per la sua insegna si è scandalizzato persino il Washington Post, felice di attaccare la solita Germania, dimenticando qualche stato degli Usa. Ci sono state forti pressioni, ma Herr Neger si rifiuta di piegarsi: è orgoglioso del suo cognome. Etimologicamente, sostiene, viene da Näher, più vicino. Inoltre il cambiamento gli provocherebbe un danno economico. La ditta Neger risale a suo nonno, e i clienti sono affezionati al logo.

Coburgo dovrebbe cambiare il suo storico stemma? Al centro mostra il profilo di un africano, ma è San Maurizio, ufficiale romano proveniente dalla Mauritania. Sotto il Terzo Reich lo stemma cittadino, al posto della testa del santo, mise una svastica. Nel centro di Aquisgrana si incontra il Café zum Mohren, ma il proprietario è convinto che non offenda nessuno.

«Potremmo cambiarlo con due puntini», propone ironicamente. La Umlaut sulla «o», che lo trasformerebbe nel «Caffè alla carota». In Norimberga si trova una Mohren Apotheke, una farmacia. A Berlino, in pieno centro, si passa per la Mohrenstrasse è c’è una stazione della metropolitana con questo nome. Un comitato di cittadini propone di ribattezzarla «Via Nelson Mandela».

All’inizio del secolo scorso la fabbrica Sarotti si trovava proprio nella berlinese Mohrenstrasse al numero 18 e battezzò Mohren, negretti, i suoi cioccolatini. Una decina d’anni fa si decise di investire in una campagna pubblicitaria 20 milioni di euro, e di approfittarne per cambiare nome: i «mori» al cioccolato vennero ribattezzati Magier der Sinne, maghi dei sensi. «Meglio non rimanere fedeli alla tradizione», riconosce il capo della pubblicità, Jan Zuder.

Onuegbu, 42 anni, nel suo ristorante di Kiel offre tipica cucina tedesca e sorride per le polemiche: «Sono venuti anche da me a chiedermi se non fosse meglio cambiare nome. Perché mai? Io sono un moro, sono orgoglioso del colore della mia pelle, il razzismo non si nasconde in un nome o in un’insegna. Si trova negli esseri umani». Cambiare, trasformare un negro con due puntini in una carota è ipocrisia.