Oscar Farinetti, l’intervista a Libero: “Ho fatto il condono”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 gennaio 2014 16:54 | Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 2014 16:54
Oscar Farinetti, l'intervista a Libero

Oscar Farinetti, l’intervista a Libero

ROMA – “Ho fatto il condono” confessa Oscar Farinetti intervistato da Libero: “Lo facevano tutti allora, costava anche poco, quindi i miei commercialisti hanno deciso che conveniva farlo, tutto lì”.

L’intervista di Giacomo Amadori a Farinetti:

Signor Farinetti, è vero che ha fatto ricorso al cosiddetto condono tombale?

«Un condono? Non lo so. Devo chiedere al commercialista. Non mi occupo di queste cose».

Mi hanno detto che vi ha fatto ricorso quando è uscito da Unieuro.

«È quello che ha fatto una marea di persone».

Compreso Beppe Grillo con la sua immobiliare…

«Compresi tutti, credo, quelli che fanno impresa… Grillo è un altro che fa impresa. I commercialisti ti suggeriscono, tu fai, ma non c’è niente di…se l’ho fatto, l’avrò fatto nei canoni della legge, credo che non sia un problema». Il bollettino regionale dei redditi del 2006 attribuiva a un suo socio un reddito di 214 mila euro, lei ne dichiarava 38 mila. «Probabilmente non percepivo salari allora. In Italia i redditi simisurano sugli stipendi».

Lei allora non aveva plusvalenze, per le quali ha fatto il condono?

«Non so. Guardi, non so. Non mi interesso di queste robe. Ci sono mille altri problemi in Italia, ci sono 10 milioni tra disoccupati e male occupati».

Parleremo anche di questo, ma ora mi lasci proseguire il discorso sulla questione finanziaria: la Eatinvest, holding della sua azienda, è controllata da due fiduciarie italiane, la Comitalia spa di Milano e la Comfid srl di Como. Immagino che non sia per eludere il fisco.

«No, per l’amor di Dio».

E perché si è affidato a queste società per schermare le sue quote?

«Non lo so, giuro che non lo so, devo chiedere. Non sapevo neanche questo: penso che i miei utilizzino delle fiduciarie perché siamo molti soci e così per fare una firma sola e non mille».

In realtà gli altri soci compaiono nella compagine, manca solo lei…

«Devo chiedere, oggi pomeriggio ho da me il commercialista…».

Lei non le aveva mai sentite nominare queste fiduciarie?

«Le avrò sentite, ma non mi ricordo. Lei non mi conosce bene: se lei mi domanda il prezzo medio del vino in Italia, di come raddoppiare il fatturato e pagare meglio gli agricoltori, queste cose gliele so dire. Ciò che so per certo è che dietro a quelle fiduciarie non c’è niente di brutto, di segreto, di nascosto».

Magari c’è qualche socio che non vuole comparire…

«Mano, direi di no,noncredo che sia questo il problema. Quello che so io è che c’èunalegge strananegli Stati uniti, un po’ proibizioni – sta, che dice che chi possiede cantine non può vendere i suoi vini, ecco forse abbiamo dovuto adeguarci a qualcosa del genere».

Queste fiduciarie controllano il 60% delle quote di Eataly.

«Beh allora saranno i miei tre figli, che hanno il 20 per cento l’uno. Io non possiedo più nulla. Io ho intestato tutto ai miei tre ragazzi che sono bravi».

Quindi Comfid e Comitalia schermano i suoi tre figli?

«Sì, credo di sì e credo che il motivo siano le licenze sul vino in America e che questa sia una cosa che ci hanno chiesto di fare. I miei se fanno qualcosa dal punto di vista fiscale, agiscono con giudizio, perché io ho una regola morale: ben comportarmi verso il mio Paese e non evadere. Poi se c’è da fare un condono lo fanno, ma rispettando le regole. Quindi questa storia per me è un non problema».

Sarà anche un «non problema», ma nel pomeriggio Farinetti ci richiama per chiarirci meglio le due questioni).

«Sono Farinetti. Allora, le confermo che quella delle fiduciarie è una storia molto semplice: serviva a separare nettamente l’attività di Eataly da quella delle cantine, per essere a norma negli Stati Uniti; ora il problema è risolto e toglieremo queste fiduciarie».

E il condono?

«Il condono l’ho fatto perché era un’operazione normale. Che cos’è quello del 2001-2002?».

Sì, credo.

«Lo facevano tutti allora, costava anche poco, quindi i miei commercialisti hanno deciso che conveniva farlo, tutto lì (GiovanniBosticco, uno dei fiscalisti di Farinetti è un suo compaesano e compagno d’università, i due si frequentano da quasi cinquant’anni ndr). Cambiamo argomento. Lei si candiderà alle primarie per la carica di governatore del Piemonte? «Assolutamente no. Non farò mai la politica, non è il mio mestiere. Io faccio l’imprenditore che cerca di dare una mano al Paese. Quest’anno abbiamo assunto 1.629 ragazzi. Questo è il mio modo di fare politica».

Non farebbe neanche il ministro?

«No, no, no».

Ieri Libero ha scritto che la giunta dell’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino, di cui lei è grande sponsor, facilitò in tutti i modi legali possibili l’apertura di Eataly in città.

«Per favore, siamo seri: noi abbiamo fatto una cosa importante per il capoluogo senza prendere un soldo dal Comune».

In Piemonte incassa contributi?

«La nostra azienda, come tutte quelle che fanno promozione all’estero, prende qualcosa dalle Regioni. Per esempio, con il Lazio abbiamo fatto un evento a New York. Ma si tratta di cifre irrisorie».

Per il restauro del suo pastificio di Gragnano ha ricevuto più di 3 milioni di euro.

«Ma quello è uno dei non moltissimi progetti con fondi statali andati a buon fine al Sud».

Altri aiuti pubblici?

«Come le ho detto, soprattutto per le cose che facciamo all’estero. In particolare a New York dove andiamo benissimo. L’analisi delle carte di credito dice che Eataly è la terza attrazione più visitata della città, dopo l’Empire state building e il Metropolitan museum. Con il nostro esempio abbiamo fatto venire voglia a molti imprenditori di investire oltreconfine».

Però i suoi negozi in Giappone vanno male.

«Ne va male uno, il primo che ho aperto a Daikanyama. Nella vita si commettono errori e anche ame succede. Ho sbagliato location e l’ho scelta prima della crisi quando gli affitti erano al massimo storico. Quindi in Giappone perdo soldi. Per fortuna nel marzo 2014 mi scade il contratto e chiudo quel punto vendita».

Anche la ristorazione di alto livello della sua azienda è in perdita.

«A Eataly con i ristoranti gourmet non si guadagna, ma continueremo a tenerli aperti per una questione d’immagine».

Lei parla di bassi margini di guadagno nella vendita dei suoi prodotti, ma vende il filetto a 40 euro.

«Le assicuro che a quel prezzo la mia carne è regalata, visto il tipo di allevamento che c’è dietro».

Eppure la sua filosofia è «cibi alti a prezzi accessibili»…

«I miei prodotti sono sempre a prezzi accessibili se paragonati alla qualità».

A Torino ho trovato le orate a 49 euro al chilo.

«L’orata buona e pescata in mare in certi momenti dell’anno ha quel prezzo. Vuol dire che io la pago 35. I gamberi di San Remo oscillano dai 25 a 180 euro». Ma a Bari, Eataly qualche giorno fa proponeva sul banco del pesce gamberi rossi decongelati dell’Atlantico. «Non siamo razzisti nei confronti dei prodotti più economici».

In realtà erano in vendita a 29 euro. Non le sembra troppo?

«Se li ha beccati davvero, magari lì ho toppato. Sbaglia chi fa, se poi vuole cercare solo gli errori…».

Anche i dolci del suo marchio «Sani e golosi» sono decongelati…

«Sono magnifici. I tiramisù se scongelati in un certo modo restano buonissimi».

Sugli scaffali i suoi prodotti, quelli di cui detiene il marchio, sono quelli meglio esposti.

«Nei singoli reparti assolutamente sì. Anche perché come pasta di Gragnano e come acqua vendo solo le mie».

E il vino?

«Le mie nove cantine rappresentano il 16% del fatturato complessivo. È vero che esponiamo bene, ma non ci vedo niente di male. Alla fine, le vendite dei nostri prodotti non superano il 20% del totale».

Nella sua biografia si parla di stagionalità dei vegetali e di filiera corta. Si legge anche: «Che provino a chiedermi un mango a dicembre ». Eppure io li ho visti sui banchi, come altra frutta esotica.

«Io voglio il massimo. Voglio poter mangiare il miglior ananas del pianeta, le migliori banane. Magari non tutti i giorni. Io sono contrario al concetto del km zero in senso radicale, io sono per lo scambio delle eccellenze. Non si può fermare la libera circolazione delle merci, altrimenti si ferma quella delle idee. Dobbiamo solo trovare mezzi di trasporto un filino più rispettosi dell’ambiente. Ma su questo punto non mi coglie in castagna, perché non ho mai recitato la parte del paladino dei chilometri zero».

I suoi amici di Slow food non saranno contenti. In ogni caso questi «alti cibi» a Eataly non sempre si trovano…

«Lei ha deciso di visitare i miei luoghi per cercare le cose brutte e le ha trovate. Bene, è il suo stile di comunicazione ».

Non ritiene, invece, che la sua, di comunicazione, sia parzialmente ingannevole, quando asserisce di offrire il meglio dell’Italia: cibo, cultura, poesia?

«Dietro ai nostri atti c’è buona fede. In questo momento andare a cercare il 10% di cose sbagliate in un’azienda che fa bene tutto il resto non è un bel servizio al Paese. L’Italia ha bisogno di crescere e avere fiducia. Per me la missione più importante è creare posti di lavoro e ridare vita a luoghi dimenticati come l’air terminal della stazione Ostiense di Roma, la fabbrica Carpano di Torino, il Porto antico di Genova, dove non andava più nessuno».

Beh, io sono genovese e le assicuro che grazie all’Acquario, i turisti al Porto antico non sono mai mancati, anche prima di lei.

«Ma dove c’è Eataly erano falliti tre ristoranti».

Quanto paga di affitti?

«Non lo so. Di certo non più del 5% del fatturato, se no ci perdo».

E gli oneri di urbanizzazione a quanto ammontano?

«Non me lo ricordo, ma le posso assicurare che pagare l’Ici sulle sedi Eataly mi fa incazzare. Quest’anno ho speso un milione di euro e non posso scaricare quasi niente. Queste cose ti fanno passare la voglia di lavorare. Come certi articoli di giornale. Altri se ne fregano, ma io ci patisco, glielo assicuro ».