“Rai, stretta di Renzi: niente nomine, solo tagli”, Marco Conti sul Messaggero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 Maggio 2014 9:41 | Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2014 9:41
La stretta di Renzi sulla Rai: ora niente nomine, solo tagli

Rai

ROMA – “Io lì non tocco nulla, facciano loro e contribuiscano come tutte le aziende pubbliche allo sforzo che stiamo facendo”. A differenza dei suoi predecessori, l’assetto interno della Rai, direttori compresi, non è certo tra i primi pensieri di Matteo Renzi che sinora è riuscito ad evitare ogni contatto con il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, malgrado quest’ultimo lo insegua da settimane.

Ad Antonello Giacomelli (viceministro con delega alle Tlc) e Luca Lotti (sottosegretario alla presidenza con delega all’Editoria) tocca quindi raccogliere sfoghi e richieste provenienti da viale Mazzini e da un’azienda che, nonostante il taglio di 150 milioni, continua a sfornare vicedirettori e ad assumere con concorsi e non.

Scrive Marco Conti sul Messaggero:

«Mi sono guadagnato la prossima copertina di Crozza», sosteneva ieri Renzi ironizzando sul braccio di ferro andato in scena la sera prima a Ballarò con Giovanni Floris. Malgrado il premier non sia arrivato ad usare nei confronti del conduttore gli argomenti a suo tempo addotti da Renato Brunetta (contratto da circa 500 mila euro annui e clausola di riassunzione in Rai dopo la parentesi da conduttore), il senso di una Rai che «deve tagliare gli sprechi» a partire da mega stipendi e mega contratti, è stato chiaro. Altrettanto chiaro il messaggio che Renzi ha inviato ancora una volta a Gubitosi: prima rendi concreto il cambio di passo che deve emergere anche in un’azienda pubblica come la Rai e poi discutiamo di nuova governance e piano industriale. D’altra parte, ha sostenuto ieri sera Renzi, «la Rai non è dei partiti o del governo, è dei cittadini, cambiamo verso anche per questo».

Il problema che ha ora Gubitosi è quello di dover far quadrare il bilancio e decidere se vendere Raiway per rientrare dei 150 milioni di taglio, salvo poi doverne spendere circa 80 ogni anno per l’affitto delle torri di trasmissione. Renzi, che non tifa affatto per la vendita dell’asset, non entra nel merito delle decisioni, ma pretende che viale Mazzini si adegui al budget disponibile evitando di mettere in atto quello che definisce un vero e proprio «assedio». D’altra parte il premier è convinto che risparmi siano possibili in un’azienda che conta circa duemila giornalisti, ha 25 sedi regionali e conta 13 mila dipendenti. Un vero e proprio record europeo per un servizio pubblico che però da quest’anno, e in pieno esercizio, dovrebbe intanto vedersela non solo con il taglio di 150 milioni deciso all’articolo 20 del ”taglia Irpef”, ma anche con quel 2,5% di risparmio sui costi previsto per tutte le aziende pubbliche e che ieri sera il viceministro all’Economia Enrico Morando ha promesso di stralciare in sede di conversione del decreto. In tutto oltre 200 milioni di euro che si sommano al mancato adeguamento del canone a suo tempo bloccato dall’allora ministro Zanonato.

Se a questo si sommano i dati dell’aumento dell’evasione del canone Rai – problema più volte denunciato dal consigliere De Laurentiis e da Di Trapani dell’Usigrai – il rischio che a settembre l’azienda debba portare i libri in tribunale è alto. Forte anche del largo seguito che ha nei vari tg della Rai, Renzi non ha nessun interesse ad intervenire. Attende segnali dal cda e dal direttore generale e, soprattutto, attende la scadenza del cda prevista per luglio del prossimo anno per poi proporre, grazie anche ai consigli di Antonio Campo Dall’Orto (attuale membro del cda delle Poste ed ex dirigente di La7) un nuovo modello di azienda divisa tra servizio pubblico e tv commerciale, in grado di stare da sola sul mercato.

In attesa di tutto ciò, consapevole che con questo Parlamento sia forse più facile ridimensionare il Senato che la Rai, un primo colpo dovrebbe avvenire oggi quando il cda voterà un ulteriore taglio dello stipendio del presidente Anna Maria Tarantola, portandolo da 366 mila euro annui ai 230 fissati dal governo per i manager pubblici. Un segnale chiaro al direttore generale che, in occasione di una recente audizione in Vigilanza, notificò che «su 300 dirigenti Rai, tre hanno uno stipendio sopra i 500 mila euro l’anno, uno tra 400 mila e 500 mila, 4 tra 300 e 400 mila, 34 tra i 200 e i 300 mila» (…)