Riccardo Ruggeri su Italia Oggi: “L’Olivetti non poteva che fallire. E così fu”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 Novembre 2013 - 13:16 OLTRE 6 MESI FA
Adriano Olivetti, la fiction su Rai Uno: "La forza di un sogno"

Adriano Olivetti, la fiction su Rai Uno: “La forza di un sogno”

ROMA – Adriano Olivetti e la sua azienda, dopo la fiction su Rai Uno, sono la moda, il trend del momento nei talk show, nei bar, nelle radio. Tutti a celebrare l’azienda, lo spirito, la missione imprenditoriale di Olivetti. Riccardo Ruggeri, di Italia Oggi, ribalta la visione, il punto di vista, l’opinione comune e racconta un’altra storia:

Alla metà degli anni ’50 lavoravo alla Fiat Mirafiori come operaio di seconda categoria, un giorno ricevetti una lettera dell’Olivetti che mi invitava a Ivrea per un colloquio. Incontrai Nicola Tufarelli, allora giovane capo del personale delle produzioni. Mi spiegò il motivo della convocazione: una proposta di assunzione come operaio, disegnò un affascinante scenario sul futuro dell’Olivetti e, al termine, con squisita delicatezza, mi diede una busta con delle banconote, che rappresentavano il rimborso del viaggio da e per Ivrea, e di un pasto al ristorante. Dato l’importo pensava, di certo, che fossi venuto in taxi, e che ogni giorno pasteggiassi, come Cavour, al ristorante del Cambio di Torino.

Mi fece una sola domanda: «Cosa pensa della politica dei cento fiori di Zhou En lai?» (lo pronunciò alla cinese, non all’europea, Ciu En Lai). Come lettore appassionato di politica estera, parlai senza essere mai stato interrotto per mezz’ora. Annuì compiaciuto, non mi fece altre domande, si complimentò, mi preannunciò una lettera di assunzione, non più come operaio, ma come impiegato tecnico di seconda categoria a 68.000 lire al mese (gli avevo detto che in Fiat ne guadagnavo 33.000). Sul treno, mentre tornavo a Torino, come avrei fatto sempre durante tutta la mia vita professionale di fronte a snodi importanti, presi una decisione, immediata e definitiva, basata esclusivamente su sensazioni: non avrei accettato la sontuosa proposta, avevo vent’anni, la vita davanti, sarei rimasto operaio nella Fiat di mio nonno, dei miei genitori, qualcosa sarebbe successo. Nella proposta c’era un che di innaturale, di intellettualmente volgare, la rimossi, non ci pensai più. La sera, con i quattrini di Tufarelli, con la mamma andammo a cena fuori, non sapevo il perché, ma ero felice di aver detto no alla proposta che «non si poteva rifiutare».

Capii anni dopo che l’Olivetti di Adriano, piena di sociologi, di urbanisti, di letterati, di architetti, che curiosamente si occupavano di meccanica, non avrebbe mai potuto essere il mio mondo. Allora, non sapevo che, quindici anni dopo, in Fiat, mi sarei occupato di organizzazione aziendale, avrei studiato a fondo il caso Olivetti, mi sarei convinto che con una gestione di tal fatta, l’Olivetti non poteva non fallire. Certo, all’apparenza, era un’azienda metalmeccanica di macchine da scrivere, ma Adriano la trasformò in uno «spazio» multiculturale e cosmopolita (secondo me anche ermafrodita), in una fucina di talenti, che lui stesso e il capo del personale assumevano e facevano crescere, indipendentemente dalle esigenze dell’azienda. Fu l’inventore della panchina manageriale lunga, scelta che si rivelerà suicida, perché il business e il management sono concepiti per rispondere agli azionisti, non a un presidente-mecenate che ripiana le perdite della squadra del cuore.

Col senno di poi, tutti convennero che fu la sciagurata, come intuizione e come modalità realizzativa, acquisizione negli Stati Uniti di Underwood ad avviare l’Olivetti verso il fallimento. Era certamente vero dal punto di vista dell’hardware, ma importante fu anche il contributo conseguente all’eccesso di software che questa politica, senza ritegno, di acquisizione di intelligenze comportò sul conto economico e sullo stato patrimoniale. E soprattutto sulle modalità di funzionamento, con le naturali, conseguenti lotte intestine che ne seguirono, dilaniandola. Troppi individui intelligenti e colti, che di norma lavorano poco e chiacchierano molto, di natura rissosi, concentrati in piccoli spazi, creano caos, disturbano chi lavora.

Quando un’azienda metalmeccanica sceglie di avere come direzione guida, non quella tecnica o quella commerciale, ma quella del personale, e vi mette a capo, in successione, personaggi certo di straordinaria cultura, come Berla, Tufarelli, Volponi, Lunati (a prima vista pare una quartina del Campiello) significa che ha una visione del management, di certo romantica, ma suicida. Vent’anni dopo, Tufarelli verrà in Fiat come amministratore delegato dell’Auto, le nostre strade si rincontrarono. Seguendo l’ideologia postsessantottina allora in voga, concepì il prodotto automobile come un puro mezzo di locomozione, che doveva costare poco, ed essere alla portata di tutti; il trasporto vero l’avrebbe fatto la mano pubblica. Una follia. Le auto Fiat della sua gestione furono anonime, tristi, alcune da realismo sovietico, erano politicamente corrette, ma non si vendevano. Tufarelli fu un disastro, fortunatamente arrivò Carlo De Benedetti, nei suoi cento giorni in Fiat diede incarico a un giovanissimo Giugiaro e ai tecnici interni di fare un’auto nuova: sarà la Panda, c’è tuttora.

L’insegnamento del caso Olivetti? Un imprenditore vero gestisce l’azienda secondo le regole del mercato, del business, del management, consuntiva i profitti, li distribuisce agli azionisti, che sono liberi, dopo, solo dopo di spenderli come vogliono, anche mantenere, in club a parte, dei perdigiorno, intellettuali, artisti, politici o calciatori che siano. Guai però a mischiare i due piani, come si diceva allora in officina: «as fa nen parej».

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