Ventimiglia, migranti da un mese sugli scogli: “Non ce ne andiamo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 luglio 2015 9:54 | Ultimo aggiornamento: 8 luglio 2015 9:54
Ventimiglia, migranti da un mese sugli scogli: "Non ce ne andiamo"

Ventimiglia, migranti da un mese sugli scogli: “Non ce ne andiamo” (Foto LaPresse)

VENTIMIGLIA – I migranti resistono ormai da un mese sugli scogli di Ventimiglia, al confine tra Italia e Francia, e non hanno intenzione di desistere. “Non ho nulla da perdere”, dice uno di loro sperando di riuscire a passare la frontiera di San Lodovico. Erano 200 i migranti in protesta sulla scogliera del Balzi Rossi, dopo un mese sono rimasti in 20, ma sono almeno 30 quelli che ogni giorno si uniscono a loro per poi tornare la notte alla struttura di accoglienza a Ventimiglia.

Marco Menduni sul Secolo XIX scrive che ormai a protestare sulla scogliera sono rimasti circa 20 “irriducibili”:

“Sostenuti dal viavai di altri 30 stranieri che però, a sera, tornano nella struttura di accoglienza di Ventimiglia. Li trasportano avanti e indietro i 40 giovani dei centri sociali che si sono sistemati qui. E a un centro sociale assomiglia ormai la scogliera: lenzuola e striscioni con le scritte tracciate con la vernice spray. Ma in molti tratti, tra ombrelloni e tende improvvisate, promana un fetore insopportabile e solo i più coraggiosi si accoccolano lì sotto per dormire o ripararsi dal sole.

I più realisti tra i clandestini iniziano a capire che la loro protesta è destinata a sbattere contro un muro. Che l’attenzione dei media è calata. Che i francesi non mollano a loro volta. I gendarmi hanno arretrato i blindati dalla linea esatta del confine, dov’erano sistemati nei primi giorni. Ma i pulmini sono solo qualche metro più indietro, sotto la struttura metallica dell’ex dogana riassettata per l’occasione.

Gli uomini in divisa scrutano nelle auto. I furgoni non passano. Colpo di fischietto, accostare. Anche il mestiere del passeur, in queste condizioni, è diventato quasi impossibile. Così qualcuno perde la testa. Come Adnan Bakit, 25 anni, agricoltore del Darfur, in Sudan. L’altra sera si è arrampicato su una gru, a 15 metri di altezza, minacciando il suicidio. I carabinieri l’hanno convito a scendere.

Lui ha raccontato in lacrime: «Voglio soltanto raggiungere mia moglie e i miei due figli, in Inghilterra, che non vedo da nove mesi. Ma i francesi non mi fanno passare». Sono quasi tutti sudanesi dalle storie simili, gli ultimi irriducibili di Ventimiglia. Il viaggio in Libia, «in quaranta su una jeep». La sosta di giorni in un hangar vicino alla spiaggia; il barcone. Proprio in Sudan prospera il business dello sfruttamento: «A Khartoum mi hanno organizzato il viaggio», rivela un giovane.

Viaggi della speranza, tutto compreso, chiavi in mano. Molti migranti lasciano spontaneamente Ventimiglia. Altri continuano ad arrivare in Liguria. Solo negli ultimi giorni quasi 850, secondo le direttive del ministero dell’Interno. Nonostante la contrarietà del governatore Giovanni Toti. Che commenta: «Non posso mettere il filo spinato ai confini della Liguria, ma le proporzioni di questi nuovi arrivi mi sembrano squilibrate per noi».

Poi rinnova la linea dura: «A Renzi l’abbiamo detto: possiamo discutere di accoglienza solo se il governo dimostra di attivarsi per bloccare i flussi». Rilancia: «Non firmeremo nuovi protocolli e sosterremo le iniziative come quella del sindaco di Alassio». L’ordinanza anti migranti del sindaco Enzo Canepa, che vieta l’ingresso nel Comune a chi non ha un certificato medico che dimostri la sua buona salute.

Ma il nervosismo, in Liguria, dilaga. Ieri mattina si è diffusa la voce che un gruppo di migranti sarebbe arrivato alla palazzina della Croce Rossa di Biassa, borgo della Spezia di 650 abitanti. Cinquanta residenti sono scesi sulla strada: «Siamo pronti a respingerli con ogni mezzo. Non li vogliamo»”.