Liguria day after, tra migranti di Ventimiglia e caduta dell’impero Burlando

di Franco Manzitti
Pubblicato il 20 Giugno 2015 7:48 | Ultimo aggiornamento: 19 Giugno 2015 17:27
Liguria day after, tra migranti di Ventimiglia e caduta dell'impero Burlando

Liguria day after, tra migranti di Ventimiglia e caduta dell’impero Burlando

GENOVA – Il day after della Liguria non finisce più. Da quando la sconfitta elettorale ha sbattuto fuori dalle stanze del potere trentennale Claudio Burlando e la sua pulzella Raffella Paita, incominciando la frana globale del Pd in Italia, fino al veneziano Casson, come una maledizione sembra essersi abbattuto sull’arcobaleno ligure.

A Ponente i francesi hanno blindato la loro frontiera che una volta si chiamava “Porta Fiorita” per la leggiadria del passaggio tra la Cote d’Azur e le dolcezze rivierasche di Ponte san Ludovico e Ponte San Luigi e che ora è il muro dell’Europa davanti ai migranti, materializzato in quel posto da sogno. Stanno i migrantes racchiusi nelle loro coperte argentate sugli scogli a un passo da luoghi paradisiaci come “la spiaggia delle uova”, i leggendari Balzi Rossi, i giardini Hanbury di un paradiso terrestre tra Francia e Italia, a trecento metri dalla frontiera, si ammucchiamo nella vecchia stazione ferroviaria che sembra quella dell’ultimo avamposto di un film western, dove si ferma la ferrovia e di là, oltre lo sceriffo cattivo, c’ è il vuoto. Oppure tentano con successo, questi uomini e donne e bambini sbattuti dalla storia e dalla geografia da un’altra parte del mondo a questo luogo di passaggio tra una ricchezza e l’altra, la Costa Azzurra per eccellenza, il Principato di Monaco, tra casinò, ville da sogno, grattacieli e porticcioli di barche da favola, loro che sono arrivati sui barconi della morte, di entrare nella Francia matrigna e militarizzata attraverso i passaggi segreti.

La Francia ha chiuso una rete piena di buchi perché mentre a Ventimiglia va in scena lo spettacolo del capolinea non solo di un Paese, l’Italia, ma di una civiltà travolta dalle ondate dell’emigrazione del terzo millennio, nei sentieri “della morte”, sulle montagne della Valle Roya, gli sventurati trovano i buchi per passare nei reticolati tagliati con le cesoie, nei tratturi a picco sul mare blu dell’estate in rombante arrivo e arrivano dall’altra parte nel ventre multi etnico di Nizza, dove tutto diventa veloce, oltre il muro, la strada per entrare in Europa, per viaggiare, a gran vitesse appunto, sui treni freccia che in tre ore sono a Parigi e poi di là dove li portano gli indirizzi di una emigrazione che nessuno fermerà più.

La Liguria del day after è così, prima di tutto, il punto dolente e più visibile del muro alzato dai flik francesi a muso duro, con i mitra, le cartucciere, i caschi, gli scarponi chiodati, a Ponte san Luigi, a Ponte san Ludovico, il punto dolente della complicata assistenza della solidarietà italiana, la Croce Rossa, le organizzazioni umanitarie che si sbattono tra gli scogli e la stazione e il centro di Ventimiglia, dove il venerdì si alzano le tende dei settecento banchi del più grande mercato ambulante d’Europa, nel quale oramai i cinesi dominano il commercio e fanno diventare veramente la ex “porta fiorita”, con i suoi migrantes di passaggio, una vera Torre di Babele.

Su questa torre il leader che ha scacciato dal trono più alto, Giovanni Toti, il nuovo governatore, ancora in attesa di insediare la sua squadra, non ha messo piede, suscitando un vespaio di polemiche. Ma come chiederglielo, a lui che ha conquistato la Liguria attraverso l’alleanza chiave con i leghisti della ruspa anti immigrati, il loro 20 per cento di consensi?

Burlando, oramai quasi ritirato nel suo orto, che è una campagna, una specie di esilio agreste in quei paesi spogli dell’entroterra genovese e la Paita, incapaci per ora di elaborare il lutto e ancor più una vera analisi della sconfitta elettorale che continua a bruciarli come quei rovi biblici le cui fiamme non si fermano mai, non sanno neppure attaccare la latitanza istituzionale nel “luogo” dove naufraga appunto in Liguria, la solidarietà europea, lo spirito di gente come Altiero Spinelli, Adenauer, Delors, dove si cancellano, riga per riga le carte scritte dai padri dell’Europa, magari scritte con il sangue delle Resistenze di mezza Europa, negli esili di Ventotene e della stessa Nizza, dove l’operaio Sandro Pertini si nascondeva per scampare i fascisti che dell’Europa avevano ben altra idea.

Il day after di Burlando e Company è il fungo della superinchiesta che esplode a Savona con la accusa a 86 indagati per grave inquinamento ambientale della Centrale Tirreno Power, della quale Sorgenia aveva una quota chiave e che avrebbe provocato centinaia di casi di cancro nell’area del savonese. Ottantasei indagati a fine indagini,tra i quali lo stesso Burlando, la pulzella Paita, tutta la giunta regionale, oggi defunta per sconfitta elettorale, ma stuoli di amministratori pubblici della Provincia savonese dei Comuni, intorno a quel mostro che spicca tra l’autostrada e la costa di Vado Ligure, con le torri sputa veleno. Il documento dei magistrati è di una durezza spaventosa, perchè fotografa la storia di un’azienda che ha prodotto fino a pochi anni fa utili veramente lucrosi con i quali si poteva filtrare quel veleno e che invece hanno ingrassato il portafogli degli azionisti con dividendi boom.

Chi doveva vigilare, concedere permessi, autorizzare le emissioni, limitarle se non fermarle, se non la regione di Burlando che ha governato gli ultimi dieci anni?

Questa inchiesta della Procura di Savona è come un fungo atomico che sbuffa verso Genova, se si è partiti da quella frontiera blindata di Ventimiglia e si viaggia verso Levante, dove la derrota politica è ancora una piaga purulenta che non si sana, che sanguina e imputridisce nelle difficoltà del Pd sconfitto di farsi una ragione e di studiare una soluzione.

La candidata andata ko, Raffaella Paita per qualche giorno ha urlato il suo dolore in imbarazzanti interviste televisive sulle reti locali di TeleNord e Primo Canale, scaricando su tutti meno che su se stessa la responsabilità di una sconfitta che si allarga, si allarga e rischia ora di inghiottire non solo in burlandismo ma l’intero Pd, galleggiante tra le presunte dimissioni dei suoi segretari, il provinciale Alessandro Terrile e il regionale, il neo eletto in Regione Giovanni Lunardon. Si dimettono, non si dimettono, da Roma mandano un commissario?

Il vento che soffia dentro un post partito che aveva qualche decennio fa il controllo completo del territorio genovese e ligure è ancora un soffio malefico di odio, di resa dei conti, di perfino malvagità senza senso tra i democrat che non si perdonano nulla. Hanno crocifisso la Paita che con la sua camicia bianca delle ultime apparizioni fuori dalle righe, dei suoi annunci del tipo “Resto qua per far cadere Toti”, sembrava avvolta in un vero sudario prima che le metteseero un silenziatore.

Un big (decaduto) del Pd aveva definito così il finale della ex candidata: “ Paita è come una bomba, che se non le fermiamo sta per esplodere…”. E si narra delle riunioni post sconfitta, nelle quali la sua rabbia, la sua delusione, erano tanto clamorose da imbarazzare anche le vecchie volpi di un partito dalle radici antiche. Crollano le fondamenta di un Pd che i ministri di casa, cioè quello della Giustizia, Andrea Orlando e quella della Difesa, Roberta Pinotti, non riescono a tenere in pugno né a prendere per la coda.

Mentre cade il burlandismo si prepara un mega spoyl sistem nella burocrazia regionale, con decine di colonnelli, direttori generali tutti fedeli all’ex imperatore, in primis il leggendario Gian Poggi, una figura chiave del potere burlandiano in Comune e in Regione, che stanno per lasciare il posto, si avvicendano, si allontanano, tornano in altri enti pubblici, in una specie di rivolgimento, manco fossimo nella Theran conquistata dagli Ajhatollah, mentre lo Scià e la sua corte scappano.

La caduta del sistema Burlando paradossalmente rafforza il re travicello della situazione ligure, cioè il sindaco di Genova, il marchese Marco Doria, perchè il Pd, trafitto non può permettersi di mettere in crisi chi in crisi lo era già, appunto il sindaco tenuto su con lo scotch e le zeppe di sughero rispetto ai democrat, che sono in maggioranza ma spesso in opposizione al p’rimo cittadino.

Così il day after vede anche l’agonia assistita del Comune, dove Doria fa il sindaco da tre anni, dopo avere sconfitto le regine del Pd alle maledette Primarie, Marta Vincenzi e la stessa Pinotti, battendole da sinistra, nel suo ruolo di indipendente Sel.

E’ proprio una agonia assistita questa sopravvivenza comunale con i soccorsi domiciliari ogni giorno e una questione di immigrazione che fa da contraltare a quella di Ventimiglia, ma è nel cuore di Genova, la ex Superba e mostra tutte le contraddizioni della sinistra di lotta e di governo.

Il Comune non riesce a governare l’emergenza di un suk abusivo di immigrati che invadono con il loro mercato ultra abusivo il cuore stesso della città, esasperando i commercianti, occupando zone sacre come quella di palazzo san Giorgio, la sede dell’Autorità portuale e quell’ area border line dei caruggi, confine tra il centro storico e il turistico porto antico. La bugna è diventata talmente esplosova che nel day after, mentre tutte le emergenze si intersecano, il sindaco è in totale scacco. “Non mi sento di sbattere via gente di questo mondo come quelli del suq “_ sostiene il magnanimo Doria, davanti alle proposte del Pd di risolvere una volta per tutto il problema del suq, sbaraccandolo o trasferendolo in un’area non limitrofa a quelle ombelicali o commerciali. Si studiano soluzioni ponte, legalizzazioni di una parte del mercato, pur di non sbaraccarlo e a Genova, travagliata da mille altre crisi, il problema unico di cui si parla sul filo di una crisi politica comunale è solo questo suq, queste povere cose posate su tappetini, fazzoletti, banchetti improvvisati, che occupano lo spazio pubblico, impegnano le forze dell’ordine, esasperando comitati spontanei di cittadini, armando la furia dei commercianti.

Il day after mette in crisi in questo modo tutto il blocco di potere che reggeva e che regge le autonomie locali genovesi e liguri. Toti, intanto, può anche prendersi il suo tempo nell’organizzare la sua giunta che a venti giorni dalla vittoria a sorpresa ancora non si profila. Si è già insediato nel Palazzo della Regione, addirittura piomabando nella stanza del governatore senza che nessuno lo avesse invitato allo scambio delle consegne. Ha fatto un ricorso per ottenere tre consiglieri in più rispetto ai 30 che toccano alla Liguria, per avere una maggioranza più solida di quella consegnatagli dalle urne. Ricorso respinto e nuovi calcoli per comporre un nuovo governo che tutti aspettano come un puzzle classico della politica politicante: nuovi assessori, che se già consiglieri appena eletti lasceranno il posto in Consiglio, tanto per allargare la mappa del nuovo potere. Così fan tutti e così fa anche l’ex speaker di Berlusconi che sembra calato sulla Liguria con uno stile soft, di soffice, appunto, diplomazia, di equilibrio tranquillo tra le rabbie di Ventimiglia, i migrantes alle frontiere chiusi nel sacco ligure, i migrantes del suk genovese e il Pd in una perfetta crisi di nervi.