Al pronto soccorso a Roma: l’attesa in barella nel girone dantesco del San Camillo

di Carlo Picozza
Pubblicato il 24 agosto 2018 11:10 | Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2018 11:10
Al pronto soccorso a Roma: l'attesa in barella nel girone dantesco del San Camillo

Al pronto soccorso a Roma: l’attesa in barella nel girone dantesco del San Camillo (Foto archivio Ansa)

ROMA – Sanità. Ospedale di Roma. Carlo Picozza, un giornalista racconta la sua esperienza‎ in barella al pronto soccorso. Carlo Picozza [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] per anni ha raccontato su Repubblica fatti e misfatti della sanità in Italia. In questo articolo ne scrive dall’interno, come paziente.

Cose belle, ma anche errori, incidenti e accidenti. Poi finisci su una barella per una malattia “professionale”, chiamiamola così, e, in codice giallo (condizioni gravi), ti accorgi che basta questo letto con le ruote a farti cambiare la prospettiva del mondo. È l’angolatura giusta, quasi una messa a terra, per collocarti sul filo della sbarra che ti divide dal vicino (troppo vicino) di lettiga, che ti tende la mano invocando pietà.

Sono le 22,30 del 29 luglio e dal triage del Pronto soccorso del San Camillo, in barella, entro nella “Sala Emergenza Uno” da dove uscirò (senza riscontro di patologia alcuna) due ore dopo.

È un territorio di battaglia. Qui si combatte, 24 ore al giorno. Un cimento per la vita, che strappa alla “Falce” pezzi di umanità dolente. Quando ci riesce. Meno, con il passare degli anni: erano 64 le morti in Pronto soccorso nel 2000, sono state 400 l’anno scorso nonostante gli accessi siano stati poco più della metà. E nel primo trimestre di quest’anno siamo già a quota 150.

Da qui, da questo avamposto dell’Emergenza tra le più assediate (160 assistiti al giorno), con l’andirivieni di medici, infermieri, tecnici e qualche parente fatto entrare di soppiatto per l’eventuale ultimo saluto al malato ridotto peggio, tocchi con mano la fragilità di tutti. E quella del sistema sanitario, dio pagano dal quale dipendono le sorti della scommessa sull’incolumità pubblica. Di quella dell’anziano ai piedi della mia lettiga: con dolori all’addome per una recidiva del tumore al rene, mi chiede l’ora ogni cinque minuti esatti. I minuti sembra contarli e viverli con la tenacia di continuare a essere presente a se stesso.

Ti consegni rassegnato nelle mani di medici e infermieri che mi chiedono, ascoltano il respiro, mi sottopongono all’elettrocardiogramma dopo avermi infilato un ago-cannula nel braccio per i prelievi e una possibile terapia. Alzi le mani tue. Arreso davanti al filo tenue cui ti accorgi di essere appeso scrutando il dolore e l’angoscia dei tuoi vicini di barella. E oggi non è giorno di “buriana”, del caos che attraversa il lavoro (e la vita) dell’equipaggio dell’Emergenza. C’è calma relativa.

“Sto meglio in piedi”, dico ai medici che annuiscono dopo aver letto i referti arrivati dal Laboratorio analisi e dalla Radiologia. Mi aggiro tra le barelle cercando di non incappare nello sguardo dei sanitari assorti nel loro via vai. Dirigo verso i bagni. Li doppio. Entro nella “Sala verde”. Un reparto che non dovrebbe essere lì. Un altro girone dantesco con una quarantina di barelle attaccate l’una all’altra, Ospita malati che aspettano, alcuni da giorni, di essere trasferiti nella divisione giusta per le cure appropriate.

Anche da quest’altro loggione sulla malattia, partono lamenti e richieste di aiuto. C’è un sessantenne che invoca l’acqua, una quarantenne chiama la mamma. Nella fila in fondo un’anziana chiede a gran voce che le si cambi il pannolone. Un’altra, con il volto scavato da anni e fatiche, ripete: “Aiuto, pietà”.

Già, la pietà. Sembra la grande assente dalle sale dell’Emergenza. Non c’è tempo. Si corre. Avanti un altro. I pazienti scendono dalle ambulanze nella “camera calda” del Pronto soccorso. Dal triage, dove una infermiera assegna il codice di gravità, si affacciano altri pazienti. Persone. Che qui diventano cose, complici la carenza di operatori e lo stress di un lavoro con carichi pesanti di ore e tensione. Non c’è tempo per regalare una parola a tutti e a ognuno. “Eppure”, confida un medico della prima linea, “il riconoscimento della dignità per un malato dovrebbe essere la prima medicina per la guarigione”.