Eder, presidente dell'associazione che quest'anno organizza il MoonJune Festival a Teramo. Blitz Quotidiano
Torniamo a parlare del MoonJune Festival, che si svolgerà a Teramo dal 22 al 25 luglio, perché si tratta di uno dei festival più importanti dell’estate in Italia. Questa volta ne parliamo con Eder, presidente dell’associazione culturale Music by Eder, organizzatrice del festival Let’s Get Lost – storie di uomini e di jazz, che quest’anno ospiterà il MoonJune Festival, in occasione dei 25 anni della MoonJune Music.
È sicuramente un festival importante, perché propone tre grandi concerti con artisti di eccezione: gli Osanna giovedì 23, a ingresso gratuito, i Soft Machine venerdì 24 e i Gong sabato 25. Ma anche perché ognuno di questi tre concerti sarà arricchito da ospiti di eccezione: David Jackson con gli Osanna, Gary Husband con i Soft Machine, Steve Hillage con i Gong. Ma si tratta di un festival importante anche per la grande quantità di concerti ed eventi, per la maggior parte a ingresso gratuito, che accompagneranno questi eventi principali nei quattro giorni di programmazione.
Il centro di Teramo si trasformerà in un crocevia culturale, con i concerti principali sul palco allestito in Piazza Sant’Anna, i concerti gratuiti del pomeriggio a Largo Melatino e una serie di incontri la mattina nella Sala Ipogea. Anche questi incontri saranno a ingresso gratuito, ma sarà necessaria la prenotazione per esigenze organizzative, dal momento che la sala ha una capienza massima di un centinaio di persone. Ci sarà la giornata dedicata ai 25 anni della MoonJune, quella dedicata ai Soft Machine e quella dedicata a Derek Shulman dei Gentle Giant, che presenterà il suo libro. La giornata iniziale del 22 prevede anche un’ulteriore mescolanza degli artisti presenti in una jam session, sempre, ovviamente, a ingresso gratuito.
Insomma, come nella migliore tradizione dei migliori festival di tutto il mondo, l’aspetto principale non sono tanto i grandi nomi dei concerti principali, che pure basterebbero a giustificare il viaggio, ma il clima di condivisione, di costruzione di uno spazio quasi utopico in cui musicisti e spettatori sono parte di un unico organismo, di una celebrazione ospitata dal centro di Teramo in nome della grande musica.
Così, fra una tavola rotonda e l’attesa per il concerto della sera, ci si potrà spostare per le strade del capoluogo abruzzese in cerca delle note dell’indonesiano Dewa Budjana, dell’uruguayano Beledo, dell’elettronica di Steve Hillage insieme alla compagna di sempre Miquette Giraudy, di Beppe Crovella, Boris Savoldelli, degli svizzeri Nicolas Meier e Stephan Thelen e del flamenco spagnolo di Diego Amador.
Approfittiamo quindi di questa occasione, intanto, per approfondire alcuni aspetti poco conosciuti dei retroscena dei concerti con Eder, presidente dell’associazione culturale Music by Eder, che da anni organizza concerti di artisti importanti a Teramo e in Abruzzo. Da alcuni anni la sua associazione organizza Let’s Get Lost – storie di uomini e di jazz, un’importante rassegna che ha già portato “in provincia” nomi di tutto rispetto. Quest’anno, Eder si è fatto promotore del MoonJune Festival, ospitandolo, insieme alla sua associazione, all’interno proprio del Let’s Get Lost.
Partiamo con il MoonJune Festival. Come hai conosciuto Leonardo Pavkovic e come è nata l’idea di organizzare il festival a Teramo?
Leonardo l’ho conosciuto in qualità di agente di alcune band e musicisti che mi interessavano da promoter. Il roster della MoonJune raccoglie alcuni musicisti che hanno fatto veramente la storia della musica, soprattutto del prog, ma non solo. Quindi c’è stato un primo contatto tra noi e poi è nata una collaborazione e un’amicizia. Prima di questo festival, con lui avevo già organizzato i Soft Machine, la David Cross Band, gli Stick Men, il Pete Roth Trio con Bill Bruford e Paqueando, un bellissimo spettacolo di flamenco dedicato a Paco De Lucia con Diego Amador e José Maria Bandera. Insomma, i rapporti con Leonardo esistevano già da qualche anno. L’anno scorso, durante l’edizione estiva del nostro festival Let’s Get Lost, Leonardo era a Teramo e mi ha proposto di valutare la possibilità di ospitare qui il MoonJune Festival. Nel 2026, in occasione dei 25 anni della MoonJune, sarebbe stata un’edizione molto ricca e particolare. Io da solo, come presidente di un’associazione culturale, non potevo garantire la fattibilità di una cosa del genere con un anno di anticipo. Per cui ho convocato una riunione con tutti gli enti locali, insieme a Leonardo. Ovviamente, che a me venisse riconosciuta la possibilità di realizzare il festival, mi poteva solo far piacere, ma poi ci volevano comunque tutti gli ingredienti per renderlo possibile. Quindi era necessario che tutti gli enti locali coinvolti decidessero unanimemente di ospitare il festival a Teramo. Da lì, si è partiti un anno fa con una serie di tappe di avvicinamento e una serie di riunioni. Gli enti coinvolti, che hanno accettato di sostenere il progetto e trasformato le riunioni in incontri operativi, sono: la Città di Teramo, la Provincia di Teramo, la Fondazione Tercas, l’Università degli Studi di Teramo, il Consorzio B.I.M. Vomano e Tordino di Teramo e la Camera di Commercio di Teramo.

Portare un festival ricco di nomi così importanti a Teramo, in una dimensione al di fuori del giro del business frenetico dei grandi concerti è, secondo me, un atto coraggioso ma anche molto intelligente, che valorizza le enormi ricchezze locali del nostro territorio invece di accentrare tutti i grandi eventi nelle grandi città. E trovo che sia in linea con quello che fanno centinaia e migliaia di festival in Italia, organizzati in miriadi di paesi e cittadine, che rappresentano probabilmente la parte più importante, numericamente e culturalmente, della musica dal vivo in Italia. Ed è fantastico che abbiate trovato un atteggiamento di collaborazione e supporto da parte delle istituzioni locali. È così anche da parte della cittadinanza?
Il nostro festival si chiama Let’s Get Lost – storie di uomini e di jazz e siamo alla quinta edizione tra winter e summer editions. Quest’anno il festival non prevederà la solita scelta di musicisti, ma ospiterà il MoonJune Festival, con tutto il roster MoonJune presente e tutte le attività che ci saranno a latere dei concerti. Personalmente, ho una storia molto lunga nell’organizzazione di concerti. L’associazione Music by Eder esiste da tre anni ed è nata dopo la pandemia. Abbiamo già fatto eventi importanti come John Scofield, Paolo Fresu, Kenny Garrett, non vorrei dimenticare alcuni grandi nomi, come Matt Schofield, il bluesman. L’associazione ha avuto un’attività intermittente, a causa di eventi come il terremoto dell’Aquila, quello di Amatrice e poi il Covid, ma tra una catastrofe e l’altra siamo riusciti a organizzare concerti di Lou Reed, Paolo Conte e Marcus Miller, tra gli altri. Tutte queste pause in qualche modo sono state false partenze per noi: ci siamo ritrovati in due terremoti in sette anni. A Teramo, con il terremoto di Amatrice, sono state evacuate 6000 persone su 60000 abitanti. Io stesso ho vissuto in albergo per cinque anni. Il centro storico di Teramo è ancora in una fase di ricostruzione dopo il sisma. Quindi, poter condividere nella mia città un festival del genere, in un territorio che mi appartiene e mi ha cresciuto, per me è un segnale importante. Che poi venga raccolto o meno non importa. Però pare ci siano tutti gli ingredienti perché possa essere raccolto. Abbiamo oltre 200 paganti che vengono da fuori dall’Abruzzo, da 30 nazionalità diverse, abbiamo musicisti da oltre 20 paesi. Queste sono cose che vanno al di là del fatto musicale, che creano una condivisione umana, di amicizia e di solidarietà. Ci sono persone che fanno voli transoceanici per venire a Teramo per tre giorni. Per me, da teramano, è importantissimo continuare a insistere su questo territorio, perché sono convinto che questo territorio non avrebbe nulla da invidiare a nessun altro territorio: basterebbe un cambio di mentalità. Fare un festival del genere è un modo per dimostrare che le cose sono possibili in provincia, che Teramo può essere una destinazione al pari di New York, Londra o Parigi.
Nel video, un brano tratto dall’esecuzione di Matt Schofield a Teramo nel corso del festival Let’s Get Lost nel 2025.
Con la tua società Music By Eder organizzi concerti in Abruzzo da molti anni e hai già portato molti nomi importanti a livello internazionale. Si vede che lo fai per passione, soprattutto, credo, passione per la musica e per i musicisti. In tutti questi anni, qual è il concerto che ti ha emozionato di più riuscire a organizzare?
Ti potrei dire Lou Reed, perché Lou Reed al Teatro Comunale di Teramo, il 5 marzo del 2006, era un disco volante atterrato in città, non era un musicista. Ho avuto anche il piacere di fare un doppio concerto al Teatro Comunale di Teramo con Paolo Conte. Stare due giorni di seguito vicino al maestro Paolo Conte è un’esperienza che non è commerciale, non ha nulla del commerciale. Come faccio a dirti qual è il meglio? Io ho dei ricordi fantastici: sono quelli dove vado a ritrovare la fiducia quando si fa notte. Lou Reed venne in Europa per il tour che partì dalle Olimpiadi di Torino in Piazza Castello e poi fece una serie di date italiane ed europee, tra cui riuscii a incastrare Teramo, non so neanche io come. Avevo 34 anni. Mi sono ritrovato davanti la colonna sonora della mia vita. È stata un’esperienza epica: non solo perché era Lou Reed, ma per tutto quello che è successo, gli imprevisti, quello che non sapevo affrontare. Quest’anno sono venti anni. E poi ci sono stati i Jethro Tull alla Fortezza di Civitella del Tronto, il primo luglio 2007. Adesso, dopo l’ennesima lunga pausa, cerchiamo di ricominciare e di mettere in campo la maggiore esperienza.

Dietro i grandi nomi della musica ci sono ovviamente sempre delle persone. Spesso si insiste nella stampa sul mito delle star che vivono di eccessi e fanno richieste assurde agli organizzatori. Ma io credo che la maggior parte delle volte quello che emerge per davvero nelle trattative è l’aspetto umano degli artisti. Tu hai qualche storia che puoi raccontarci al riguardo? Qual è la tua esperienza?
È chiaro che se avessi incontrato Lou Reed negli anni Settanta sarebbe stato diverso. L’ho incontrato nel 2006. Per quanto il catering fosse lunghissimo e articolato, non c’erano eccessi di alcun tipo nelle richieste. E poi lui a quell’età era già una persona molto cambiata e posata. È venuto a Teramo che aveva 64 anni, sette anni prima di andarsene per sempre. Nelle sette-otto fitte pagine dettagliate di catering di Lou Reed, a un certo punto si richiedevano “noci già sgusciate”. Nella nostra ingenuità, noi non avevamo nessuna idea che al supermercato si comprassero le noci già sgusciate. Per cui, la sera prima del concerto, comprammo le noci e due ragazze si misero a sgusciarle e a preparare la ciotola per Lou Reed. Quando poi ci accorgemmo che le noci si vendevano già sgusciate… quell’operazione comportò 2-3 ore di tempo per due persone. E quando arrivò lui, di quelle noci ne prese una. La raccontiamo ancora come una barzelletta tra noi. Eravamo veramente giovani e ingenui. Quelle sono state le nostre palestre formative per lavorare con le produzioni internazionali. Perché quando chiami queste persone in provincia, devi essere in grado di garantire la qualità che trovano nelle città grandi, altrimenti è inutile che le chiami. Sei tu che devi adeguarti al loro livello, non loro che per venire a Teramo devono adeguarsi al tuo. E questa è la difficoltà maggiore per una piccola realtà come la nostra: non fargli mancare nulla di quello che troverebbero altrove, a livello tecnico come di accoglienza. Questa è la grande sfida, perché questa gente suona in tutto il mondo, quindi farla arrivare a Teramo significa fare in modo che Teramo non abbia di meno di altre città dove vanno. Questa è la sfida immane di cui ci occupiamo.
In un periodo storico in cui i prezzi dei concerti hanno raggiunto cifre esorbitanti, fa estremamente piacere notare che al MoonJune Festival si può accedere con un biglietto dal costo ragionevole per le tre giornate, con il quale è possibile assistere all’esibizione di una enorme quantità di artisti internazionali. Qual è il segreto per riuscire a tenere i prezzi accessibili?
Noi siamo un’associazione culturale senza finalità di lucro. Per cui se tu hai una certa somma di contributi pubblici, non hai necessità di spingere gli incassi all’ennesima potenza. Anzi, proprio perché ce li hai, è giusto che si facciano dei prezzi calmierati e dei concerti gratuiti. Perché questo dà la possibilità al maggior numero di persone di poter fruire dell’evento. Poi, per le due serate principali c’è un biglietto, ma di 30 euro per il primo settore e 25 per il secondo. Non puoi prendere soldi pubblici e fare un utile come se si trattasse di un’azienda privata. È giusto che un’associazione spenda i soldi pubblici cercando di fare cultura e di renderla fruibile al maggior numero di persone possibile.
Ci tengo tantissimo a sottolineare un punto sui concerti gratuiti. È chiaro che quando un insieme di enti ti finanzia un progetto del genere, questo progetto va condiviso il più possibile con la città e con il territorio. Avere tutti questi concerti gratuiti nel pomeriggio, oltre a quello del 23 anche la sera in piazza Sant’Anna, vuol dire che tutti i ragazzi si possono avvicinare tranquillamente a questo tipo di musica. E non è una cosa da poco. Noi ogni anno, all’Università di Teramo, nell’Aula Magna, 560 posti, nell’edizione winter di Let’s Get Lost, facciamo un concerto dedicato ai ragazzi delle scuole. Lo mettiamo a budget e invitiamo i trienni di tutte le scuole superiori della provincia di Teramo, con presidi e professori. Quest’anno abbiamo fatto vedere Bosso e Mazzariello, Omaggio a Pino Daniele, a ragazzi di sedici-diciassette anni che non hanno mai visto una tromba o un pianoforte. Perché i ragazzi ascoltano la musica che ascoltano oggi? Perché non c’è nessuno che gli ha fatto da ponte. Un genitore non è tenuto ad avere una competenza musicale complessa e accurata da trasmettere al figlio. Ma uno che fa questo mestiere ha l’obbligo di andare incontro ai ragazzi, dandogli la possibilità di trovarsi di fronte a quel tipo di musica, che sia con un concerto per le scuole o con un concerto gratuito nel centro storico. Trovarsi lì davanti è un’esperienza che può anche cambiare la vita di un ragazzo. Questa è la chance che mi sento la responsabilità di dover trasmettere. Basta lamentarsi che ai concerti non vengono i ragazzi: siamo noi che dobbiamo fare il primo passo verso di loro. Quindi, i concerti gratuiti hanno lo scopo di far rivivere il centro storico, martoriato dal terremoto e dalla ricostruzione, ma anche di fare questo passo verso i giovani. Non si tratta solo di fare concerti, ma anche di usare il festival come volano per far vivere per quattro giorni il centro storico di Teramo, in una maniera forse mai vista prima.
Se parliamo di concerti pop e rock, io ricordo prezzi di artisti negli anni 2009-2010 che oggi sono decuplicati, anche per il costo di allestimento. Piazza Sant’Anna a Teramo è un allestimento medio, ha 550 posti a sedere ed è una specie di teatro all’aperto. Se tu vai ad allestire uno stadio o una di queste piazze gigantesche, oggi, con le normative di sicurezza necessarie, ti partono decine di migliaia di euro solo per allestire l’area concerti. Io non mi occupo di quel tipo di concerti, quindi non mi rendo neanche conto di cosa possa significare avere tutte quelle transenne, quella security, eccetera. A me piace che lo spettatore possa godersi il concerto a una distanza dignitosa, non certo a cento metri di distanza dal palco: questi sono i concerti che organizziamo noi.
Da quel che ho potuto vedere, il MoonJune Festival si propone come un luogo di incontri, uno spazio in cui per alcuni giorni artisti e pubblico animano una città insieme, costruendo una sorta di tribù, come se ci fosse una sottintesa comunione di intenti. Quanto è stato laborioso e complicato progettare un contesto che creasse questa possibilità?
Con la somma che ci hanno garantito una serie di enti del territorio, noi abbiamo cercato di gestire la logistica nella maniera migliore dal nostro punto di vista: 44 voli aerei, una rooming list di quasi 200 camere in cinque giorni, 40-50 persone al giorno, un incastro di trasporti locali degno di un sudoku, con una gran quantità di persone che vanno e vengono ogni giorno dall’aeroporto. Questo è il lavoro underground e di cui non si accorge nessuno. Ma è quello che, se tutto va bene, in quei quattro giorni rende possibile il naturale svolgimento del programma. Senza contare la parte burocratica. Noi abbiamo un allestimento medio-piccolo, mentre i grandi eventi hanno costi che io nemmeno riesco a comprendere fino in fondo, a volte faccio anche fatica a comprendere come si riempiono quegli stadi. Noi ragioniamo su centinaia di persone, non decine di migliaia, ma va bene così. Perché a me interessa proporre quello che mi ispira, non quello che per forza deve fare utile. Questo penso sia il mio compito. Inoltre, sento la necessità di sottolineare che questa associazione esiste da tre anni e senza il supporto continuo della mia compagna Barbara, che mi ha affiancato, sostenuto, ha fatto nottate insieme a me, interi weekend, ha sputato insieme a me sudore lacrime e sangue, senza di lei, tutto questo di cui stiamo parlando non avrebbe avuto senso e possibilità di stare in piedi. Ed è un lavoro oscuro che non vede nessuno, ma che merita tutta la mia più grande gratitudine.
Il messaggio che questo festival intrinsecamente dà è quello dell’integrazione. Da qualsiasi parte del mondo si arriva si può condividere la stessa bellezza, senza diversità e differenze: siamo tutti la stessa specie. Anche sul palco ci saranno molti esempi di integrazione fra artisti di diverse provenienze, e questo per me è ricchezza culturale.

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