Alberto Malesani: “Mi ricordo ancora quando Messi entrò in campo…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 marzo 2018 11:30 | Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2018 11:30
Alberto Malesani

Alberto Malesani

ROMA – Intervistato dal Corriere dello Sport, Alberto Malesani, ex allenatore tra le altre di Fiorentina, Parma e Panathinaikos, ora in affari con la sua azienda vitivinicola, ripercorre la sua carriera:

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“L’idea di aprire un’azienda vitivinicola – dice Malesani – mi era venuta in occasione di una trasferta di Coppa con il Parma, a Bordeaux. Era il ’99. La Giuva ha cominciato a prendere forma quattro anni più tardi: ho restituito alla mia terra molto di ciò che il calcio mi ha dato. Vivo fianco a fianco con mia moglie e con Giulia e Valentina, le mie figlie, il mio orgoglio. Ho dato occupazione ai giovani come Giacomo Dai Pré, 21 anni, il nostro cantiniere factotum e come il gruppo dei miei bravissimi dipendenti albanesi, altro che veronesi razzisti. Essi dimostrano quanto l’integrazione sia possibile, quando si è onesti e si ha voglia di lavorare. Quella che molti italiani non hanno più, se non proponi loro un incarico impiegatizio o dirigenziale, da colletto bianco, purchè stacchi il venerdì alle cinque del pomeriggio e riattacchi il lunedì mattina alle nove”.

Nel 2005, la sfuriata contro la critica ellenica che sparava a palle incatenate, bersaglio Malesani, il suo Panathinaikos e il suo presidente, ha fatto il paio con sette anni di ritardo rispetto allo show trapattoniano su Strunz. “Io dico sempre ciò che penso. Detesto gli ipocriti del calcio. Soprattutto, i detrattori di chi cerca di lavorare al meglio delle proprie possibilità. Al Panathinaikos cambiavano gi allenatori come i fazzoletti. Il primo anno siamo arrivati secondi, entrando in Champions League: lo sa che io ho tenuto a battesimo Messi? Me la ricordo ancora quella partita fra il Barcellona e il mio Panathinaikos: ho visto entrare in campo Messi, Xavi, Iniesta, Eto’o e mi son detto: è una squadra di picccoletti. Che però giocava un calcio divino. Non ci fu niente da fare, nemmeno per noi che lavoravamo 24 ore al giorno”.

Quattro anni senza allenare devono essere stati lunghi da passare. Il calcio non le manca? “Sì, mi manca. Se ricevessi una proposta allettante, l’accetterei: Giulia e Valentina sono talmente brave da guidare La Giuva anche senza di me. Sa che cosa mi piacerebbe? Allenare una Nazionale, anche piccola: completerebbe il mio bagaglio professionale. La mia ultima esperienza a Sassuolo è stata traumatica, ma conosco bene gli incerti del mestiere, anche se avrei voluto avere più tempo rispetto al poco che mi è stato concesso. Una domanda, però, mi porto dietro e, se potessi, la rivolgerei al signor Squinzi, persona eccellente, che stimo e rispetto. Proprio per questo, mi ha fatto molto male leggere la sua risposta al quesito di un cronista: qual è stato l’errore pù grande che lei abbia commesso nel calcio? E Squinzi: Prendere Malesani come allenatore del Sassuolo. Se mi ritrovassi di fronte al patron nervoverde gli chiederei semplicemente: perché? Perché ha detto questo?”.

La stessa che traspare dalle sue parole, quando ripensa al Sassuolo. “A volte mi chiedo da dove nasca il pregiudizio. Evidentemente, affonda la sua origine nel mondo del calcio che pullula anche di invidiosi e di luoghi comuni. Dopo l’esperienza di Sassuolo, un procuratore mi ha detto: “Alberto, rassegnati, non allenerai più”. Sulle prime non ho capito le ragioni della sua affermazione, ma il tempo passa e quelle parole a volte mi ritornano in mente. Eppure, in ventitré anni di carriera, dal Chievo al Parma al Panathinaikos, credo di avere dimostrato ciò che valgo e, quando ho vissuto momenti no, ho sempre ricominciato, senza dimenticare mai che, nella vita, prima di tutto bisogna essere umili”.

Appese al muro della cantina, occhieggiano le biciclette di Malesani. “Il ciclismo è un’altra mia grande passione. Ha visto come le ho disposte? Una in direzione salita, l’altra verso la pianura, la terza in discesa: è una metafora della vita, delle pedalate che dobbiamo fare ogni giorno. Senza arrendersi mai. Ne parlo spesso con Giulia e con Valentina. Condividono i miei pensieri”.

“La cultura – continua Malesani – ha un valore assoluto. Prezioso. Come l’umiltà, la lealtà, il rispetto. Sa perché la scomparsa di Astori ha suscitato un’emozione collettiva tanto profonda, così come la morte di Frizzi? Perché se ne sono andate due persone molto, molto per bene. Due persone ricche di valori autentici, che hanno saputo parlare al cuore della gente e la gente le ha riconoscute, le ha apprezzate per il modo in cui hanno vissuto. Siamo anime fragili e, in quanto tali, abbiamo bisogno di esempi come Astori e di Frizzi”.

Su Buffon: “Gigi è un fenomeno. No, non mi riferisco alla sua longevità sportiva, al fatto che a quarant’anni sia ancora uno dei più forti portieri del mondo. Sarei banale se dicessi: io che l’ho avuto giovane al Parma, sapevo che sarebbe diventato il migliore. Mi riferisco alla metamorfosi di Gigi: un fenomeno quanto a leadership, comunicazione, senso di responsabilità, capacità di arrivare immediatamente al nocciolo delle questioni, senza se e senza ma. L’ho ammirato la sera con la Svezia a San Siro: ci ha messo subito la faccia, da vero capitano. Spero che, il giorno in cui lascerà l’attività agonistica, il nostro calcio sappia valorizzare l’enorme patrimonio a nome Buffon”.

Prima di fare l’allenatore del ChievoMalesani lavorava alla Canon. “È lì che ho imparato quali siano i quattro punti cardinali cui fare riferimento. Me li ha indicato un manager giapponese: 1) la passione: se non ce l’hai, non vai da nessuna parte; 2) lo spirito d’iniziativa: se resti con le mani in mano o ti accontenti di fare il compitino, rimani un mediocre; 3) la condivisione perché a vincere è sempre il gioco di squadra; 4), avere chiaro in testa l’obiettivo che vuoi raggiungere”. I suoi li ha raggiunti, signor Malesani? “Assolutamente sì”.