Antonio Cassano condannato a pagare una cartella fiscale da 263mila euro evasa dei tempi della Roma

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Febbraio 2020 8:54 | Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio 2020 8:54
Antonio Cassano condannato a pagare una cartella fiscale da 263mila euro evasa dei tempi della Roma

Antonio Cassano (Ansa)

ROMA – Deve rendere 263mila euro al Fisco. Contro l’Agenzia delle Entrate non c’è partita in Cassazione per l’ex bomber di Bari Vecchia Antonio Cassano, ‘testa calda’ del calcio italiano, prodigo di ‘cassanate’ anche con la maglia dei galacticos del Real Madrid, nonostante il pugno di ferro di mister Fabio Capello. Con i supremi giudici non l’ha fatta franca, nemmeno con l’aiuto venuto dalla Procura del ‘Palazzaccio’ che gli ha lanciato un assist insperato appoggiando l’estremo tentativo del suo difensore, avvocato Pietro Litta, di vedere definitivamente stracciato l’avviso di accertamento.

Ma niente da fare. E potrebbe anche non essere l’ultimo. ‘Fantantonio’ deve rassegnarsi a pagare la cartella esattoriale che gli era stata recapitata perché non aveva pagato le tasse su 263mila euro di fringe benefit ricevuti, non si sa bene quando, dalla Roma. Squadra nella quale ha giocato per quattro stagioni piene prima di andarsene nel 2006, all’inizio del suo quinto campionato in giallorosso, rispondendo al richiamo irresistibile dei merengues.

Nell’avviso di accertamento, scrive la Suprema Corte che non ne svela l’entità, “veniva disposto il recupero a tassazione, nei confronti del calciatore Cassano Antonio, della somma di euro 263.393, a titolo di ‘fringe benefit’ goduti dal medesimo, in qualità di lavoratore dipendente della ‘A.S.Roma’”. Opponendosi all’esborso, Cassano aveva fatto ricorso alla Commissione tributaria di Bari che gli aveva dato ragione.

Stessa cosa è accaduta anche in appello, dove l’Agenzia delle Entrate ha trascinato l’ex bomber nel 2012 per sentirsi dire anche dai magistrati tributari di secondo grado che “c’erano i presupposti legittimanti l’esenzione dalle sanzioni” perché su questi ‘fringe benefit’ ci sono “condizioni di incertezza”, non si sa bene che pesce sia, ed è difficile “l’individuazione del presupposto d’imposta”, meglio lasciare tutto così.

Senza un battito di ciglia, la Commissione tributaria della Puglia, nonostante lo stesso Cassano non avesse contestato che i 263mila euro erano imponibili – in quanto “corrispostigli dalla società sportiva alla quale era legato da rapporto di lavoro subordinato, per prestazioni professionali resegli dal proprio procuratore” -, decide che no, quei soldi non è chiaro come considerarli né quali “disposizioni” applicare. Sull’orlo di una crisi di nervi, ma senza darsi per vinta, l’Agenzia delle Entrate ricorre in Cassazione.

Agli ‘ermellini’ chiede se sia mai possibile che davanti a tasse non pagate su “componenti del reddito da lavoro dipendente” – terreno d’elezione del drenaggio fiscale – si possano “riconoscere gli elementi di oggettiva incertezza legittimanti l’esenzione dalle sanzioni amministrative”. Non c’è “nessuna incertezza interpretativa”, risponde la Cassazione rassicurando il ‘braccio operativo’ del fisco, ma quali “rilevanti perplessità in merito all’individuazione del presupposto d’imposta”, la Commissione pugliese “ha errato”, gli è scappata una ‘cassanata’. (fonte Ansa)