Bombe, pestaggi e risse costano al calcio malato solo 100mila euro

di Emiliano Condò
Pubblicato il 7 Dicembre 2009 - 16:22 OLTRE 6 MESI FA

Bepi Pillon

Bombe, pestaggi, insulti, risse  e testate. La “normale” guerra di calcio dell’ultimo fine settimana è appunto “normale”. Infatti costa ai belligeranti un pugno di euro di multa. In una delle sue “domeniche normali”, una delle tante, il calcio ha dato “spettacolo”. Spettacolo triste e feroce. Magari con una concentrazione insolita di eventi, ma analoga, nella sostanza, a tanti altri fine settimana dello sport più seguito nel nostro Paese.

Quello accaduto sui campi di mezza Italia nello scorso week end sembra eccezionale, ma in realtà è la regola. La regola di uno sport che ha, come sola “mission”, quella della vittoria ad ogni costo. Nel mondo del calcio la chiamano, non senza una punta di coraggio che sconfina nella sfrontatezza,  “cultura del risultato”.  Un  modo di vivere che non contempla eccezioni:  quando ci sono, non sono gradite. Se n’è accorto l’allenatore dell’Ascoli, Bepi Pillon che rischia, per un gesto di onestà, panchina e carriera.

Partiamo con ordine, da sabato e dalla serie B. Ad Ascoli c’è una partita tra due deluse, padroni di casa contro Reggina. Ai nastri di partenza della stagione le due squadre, specie i calabresi, coltivano sogni da alta classifica. Ma l’avvio di campionato è da incubo per entrambe e la partita del Del Duca ha già il sapore di spareggio salvezza. Anche perché la programmazione non appartiene al nostro pallone e le due squadre, ai primi balbettamenti,  hanno già cambiato tecnico: sulla panchina della Reggina, c’è Ivo Iaconi, subentrato a Novellino a fine ottobre. Su quella ascolana Bepi Pillon, ex sia di Ascoli sia di Reggina che ha collezionato due sconfitte nelle prime due uscite con i bianconeri.

Posta alta e tensione alle stelle, quindi.  Ovvero tutti gli ingredienti per la classica gara della cadetteria nostrana: poco calcio e tanti calci. E al minuto quindici ci si mette anche  l’imponderabile: il difensore della Reggina Valdez si fa male e butta, o almeno ci prova, la palla in fallo laterale. Arriva Sommese come un falco (viste le circostanze sarebbe meglio dire come un avvoltoio), se ne va in solitaria lungo la fascia destra e mette la palla in mezzo. I difensori dell’Ascoli sono tutti fermi e al centro dell’area Antonucci deposita comodo in porta. Nei cinque minuti che seguono succede il finimondo: Sommese, una carriera nel Torino, finisce a terra e racconterà a Sportitalia di essere stato preso a calci da tutti gli avversari. Alla fine il gol è valido e viene espulso uno dei protagonisti della rissa, il reggino Costa. Tutto finito? No: dopo 5 minuti la partita riprende e l’Ascoli su ordine di Pillon si ferma e fa pareggiare la Reggina che poi, ma questo interessa a pochi un po’ come la serie B, finisce per vincere 3 a 1 inguaiando proprio l’autore del gesto di fair play.

Tutto bene quel che finisce bene? Finalmente un bel gesto nel nostro “calcio malato”? No. Niente di tutto questo, anzi. Pillon, infatti, si prende la contestazione del pubblico e rischia l’esonero. Il presidente dell’Ascoli, Roberto Benigni, sfodera una dichiarazione che ha una vis comica degna del suo più noto omonimo: «La sua non è stata la scelta giusta, non la approvo».  Pillon incassa la solidarietà di circostanza del Presidente degli Allenatori Ulivieri, ma per il resto, attorno al tecnico, il clima è gelido. E non sono tanto i tifosi, il problema. È il “mondo del calcio”.

A cominciare dal presidente del Cagliari Cellino, che trova modo di sentenziare su una storia che non lo riguarda: «Il fair play è inadatto al calcio». Giudizio lapidario dalle conseguenze che forse sfuggono al presidente cagliaritano che evidentemente preferisce lo “stile Henry”. E poi la beffa che ha un vago gusto kafkiano: oltre agli insulti dei tifosi, le critiche degli addetti ai lavori, le accuse del suo presidente e di un suo giocatore potrebbe arrivare anche un’inchiesta della Figc. Troppo fair play, una cosa sospetta che manda fuori giri il mondo del pallone. Dopo il doping amministrativo irrompe con prepotenza il “doping morale”.

A leggere tra le righe poi si capisce cosa non è piaciuto del gesto di Pillon agli addetti ai lavori. Il fatto che sia avvenuto alla luce del sole. Dice l’ex laziale Vincenzo D’Amico che quello che è successo ad Ascoli «non si può vedere, in questi casi tutti sanno come si fa a subire un gol, basta una strizzatina d’occhio». Anche peggio il procuratore Claudio Pasqualin: «La storia del calcio è piena di gol fatti con la complicità degli avversari». Ovvero, le cose “sporche” fanno parte del gioco ma nessuno se ne deve accorgere. Il pubblico ha solo il dovere di pagare il biglietto.

Il meno contento della decisione del suo allenatore  poi, sembra proprio Sommese che si limita a dire: «Se vedete le immagini io mi sono girato, non ho visto niente e ho continuato. Non vedo perché mi sarei dovuto fermare”. Non vede, Sommese. Come non vedeva l’edicolante di Udine che, nella stagione 2004-2005 raccoglieva le sue scommesse da centinaia di euro sulle partite di serie A. Non lo vedeva perché gli telefonava. Per quella storiella Sommese se la cavò con 5 mesi di squalifica (patteggiando, altrimenti rischiava un anno e mezzo) e una rescissione contrattuale che dal Mantova lo ha portato ad Ascoli dove, evidentemente, si distingue per una vista imperfetta. Consigliamo visita oculistica.  Morale della favola, da Ascoli Reggina esce bene Pillon che rischia di dover cambiare aria  e alla fine, dopo 48 ore di massacro mediatico sbotta: “Non so se lo rifarei”. Parola d’ordine, allinearsi o uscire.

Riguardando l’azione, a parte Pillon, escono male tutti gli altri: della miopia di comodo di Sommese che riceve palla da uno zoppo e finge di non vederlo abbiamo detto. Di Costa che si improvvisa pugile pure. E gli arbitri? Erano tre, sono diventati quattro, in alcune partite (vedi Europa League) anche sei, tra un po’ saranno più dei giocatori ma, in ogni caso, nessuno in tempi brevi sembra destinato a godere dell’aiuto della tecnologia. E nessuno dei quattro che viene colto dal “sospetto” che forse il gioco andava fermato. Perchè, per quanto sembri assurdo, regolamento alla mano ha ragione Sommese. Se l’arbitro non ferma il gioco ha il diritto di continuare.

Ascoli Reggina finisce ma il week end da orbi continua. Orbi per le botte dei giocatori, orbi chi i giocatori li dovrebbe “sorvegliare e punire”. La vetrina è luccicante che più non si può: Juventus – Inter. Terza contro prima, 46 scudetti vinti, televisioni di tutto il mondo collegate. Milan a parte, il meglio che il nostro calcio può offrire. Pronti via, segna la Juventus. Cose che capitano nel pallone. In fondo lo scopo del gioco è quello. Non per lo “special one” che, inspiegabilmente se la prende con l’arbitro e non con il suo portiere che su una palla colpita non si sa bene da chi (qui c’è quel poco di mistero e bellezza che rimane nel calcio contemporaneo) interviene lento, goffo e scoordinato. “Bravo” dice applaudendo teatralmente e provocatorio Mourinho all’arbitro e poi se ne va, cacciato per la quarta volta nel 2009. L’espulsione dell’allenatore, poi, rimane l’ennesimo mistero incomprensibile del calcio: Mou dovrebbe andare negli spogliatoi e rimane a due passi dal campo, non dovrebbe comunicare con la panchina  e comunica, non dovrebbe parlare nel dopo gara e, almeno questa cosa la rispetta e non parla. Alla fine ci rimette solo Sky che paga per avere i commenti dei tecnici e i tifosi della Juve che pagherebbero per vedere la faccia di Mourinho dopo la sconfitta.

Neppure Juve-Inter, però, finisce qui. I bianconeri conducono 2-1 ed entra l’uomo più atteso della gara: Mario Balotelli, quello che in un’intervista dell’Equipe, la sorella ha definito come “timido e bisognoso di affetto”.

Sarà un caso ma appena entra Balotelli la partita si scalda subito. E non per le giocate, ma per le botte. Sul piano delle giocate di “SuperMario” si ricorda solo uno scivolone mentre calciava una punizione. Per il resto, direbbe il suo allenatore, “zeru”.

Passa qualche minuto dall’ingresso di Balotelli che c’è subito lavoro extra per l’arbitro: Melo rifila una gomitata al centravanti e si merita il rosso. Vero. Peccato però che nella stessa azione si scatena un parapiglia dove Chivu rifila non visto una testata (torniamo agli orbi di cui sopra) a Sissoko. Peccato anche che le gomitate di Melo siano al petto e Balotelli, invece, crolla come colpito da una scarica di kalashnikov al volto. Esattamente quello che ci vuole per guadagnarsi la stima del pubblico ed evitare incidenti. Quanto a buon esempio i ventidue in campo sono rivedibili: nel parapiglia si distingue Buffon, uno di solito tranquillo, che ingaggia un match di lotta libera con Thiago Motta. Per Saccani, però, non è successo nulla: solo un paio di salomoniche ammonizioni e Melo, già ammonito in precedenza, se ne va. Finisce che vince la Juve e il campionato si riapre: in fondo è quello che volevano quasi tutti e di simulazioni, testate gomitate e insulti non si parla più. Come non si parla della cosa più bella della giornata, il gol partita di Marchisio, con un controllo di palla degno del miglior Cassano.

Un sabato da dimenticare, proprio perché assolutamente normale. E se qualcuno dovesse dubitare basta aspettare 24 ore per capire che è davvero la prassi. Domenica: le partite più importanti sono due, Genoa Parma e il derby di Roma. E nessuna delle due, per motivi diversi è una partita e basta. A Genova la partita è persino divertente. Finisce due a due e il Parma di Ghirardi si gode un inaspettato quarto posto. L’inverosimile succede fuori dal campo, appartiene al dominio del “paracalcistico”. Il presidente del Parma Ghirardi si avvicina a quello del Genoa Preziosi per stringergli la mano e parte il “siparietto”: Preziosi rifiuta la stretta di mano e volano parole grosse. Dietro c’è una storia tutta italiana di impegni e accordi sulla parola non rispettati. Al centro un giovane difensore danese, Magnus Troest, sconosciuto fuori dalle mura della città ducale.

Il difensore interessa al Parma che non ha la liquidità per comprarlo: interviene il Genoa che lo acquista e lo gira ai gialloblù che, secondo Preziosi, si impegnano a comprarlo l’anno successivo. La cosa non succede e i grifoni si trovano nella rosa un calciatore e uno stipendio di cui non sanno cosa fare. Per la cronaca Troest, nazionale danese under 21, è finito in prestito in Spagna, ma il rancore resta. Lo stesso rancore che anima il difensore Christian Panucci. La partita è la stessa come l’altro protagonista, sempre il presidente Preziosi. A fine gara il difensore che ama (sotto tutti i punti di vista) il colpo di testa si scaglia contro il patron genoano. Il lessico, rispetto ad altri colleghi, è quasi  oxfordiano: “Ti faccio una testa come un pallone, ti spacco la faccia con uno dei tuoi giocattoli”. Quindi l’esortazione: “Impara a parlare italiano”. Dietro c’è il mancato arrivo di Panucci, uno che in carriera ha litigato, elenco incompleto,  con Lippi, Capello e Spalletti, in maglia genoana. Anche qui una storia di promessa su carta non mantenuta nei fatti. Chi di mancata promessa ferisce, di mancata promessa perisce.

La domenica maledetta domenica, poi, finisce col botto. O meglio coi botti. Tanti, più di venti. Lo stadio è l’Olimpico di Roma e di scena c’è il derby. Una partita “tranquilla” che non si ferma quando ci sono i morti veri ( Vincenzo Paparelli ucciso da un razzo durante il derby del 28 ottobre 1979) e invece si rimanda quando ci sono i morti finti, come nella stagione 2003-2004 quando la gara fu posticipata perché la polizia avrebbe ucciso un bambino. Cosa mai accaduta, ovviamente, ma partita spostata. Giusto per far capire chi comanda.

Domenica sera la partita comincia e piovono i “bomboni”. Come riescano ad entrare, poi, è un altro mistero del calcio. Porte chiuse, tornelli, documenti, fotocopie di documenti anche per i  minorenni, biglietti nominali e tessere del tifoso. Niente. Le bombe carta sono sempre là con la sensazione, sgradevole, che tutti i paletti servano solo a demotivare le “persone normali”. Allo stadio ci vanno, coi “bomboni”, quasi solo quelli che il tifoso lo fanno di lavoro. I tifosi normali, invece,  nella maggior parte dei casi si arrendono quando scoprono che comprare un biglietto per una partita è quasi più difficile che ottenere un’udienza a San Pietro.

Il risultato è che dopo una manciata di minuti il derby viene sospeso per ordine pubblico. Sembra una cosa seria, un segnale forte. Macchè, è una comica. Innanzitutto perché si attende un annuncio per far riprendere la gara. O la piantate o non si ricomincia. Una roba normale e quindi non adatta al nostro calcio. Succede l’esatto contrario: non arriva nessun annuncio, la partita riprende e i “bomboni” continuano, solo con un po’ di pudore in più. Abbiamo scherzato, in fondo sono solo petardi e il derby è il derby. Bruttissimo, quasi quanto tutti gli ultimi derby. Lo vince la Roma con un tiro di un difensore, Marco Cassetti, che neppure doveva giocare. Uno di quelli che la Snai, come marcatore quota “altro”. Ma questo sarebbe calcio, e quindi non va bene. Deve esserci il veleno, l’accenno di rissa, sennò non c’è gusto. Fischio finale e tutti “accontentati”. La Roma festeggia, Totti fa il pollice verso alla sua curva. Cosa non gradita ai laziali, ne nasce un altro parapiglia l’ennesimo del week end. Con buona pace dello sport.

Se non consiglio, infine, il lunedì porta sentenze. E i bomboni, rigorosamente bipartizan, costano 40 mila euro di ammenda a Roma e Lazio. L’altro Olimpico, quello di Torino, con i suoi cori contro Balotelli costa 25 mila euro alla Juventus e 15 mila all’Inter, per scoppio di petardi. Multe che sanno di inutilità e impotenza: inutilità perchè bomboni e cori continueranno finchè non si applicheranno sul serio le leggi e impotenza perchè queste sanzioni, di piccola entità, colpiscono in misura minima chi responsabile non è perchè non si riesce a mettere le mani sui veri colpevoli.