Buffon e il fascismo: scivolate, citazioni e incidenti

Pubblicato il 8 Giugno 2011 18:17 | Ultimo aggiornamento: 16 Aprile 2013 21:24
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Buffon festeggia esponendo uno striscione “discutibile”

ROMA – Gigi Buffon, il portiere della Juventus e della Nazionale sbatte di nuovo contro il fascismo. Lo fa, almeno stavolta, in modo incidentale eppure consapevole, parlando di calcio scommesse e professando garantismo: “Siamo sempre l’Italia di piazzale Loreto, basta un nome in prima pagina e tutto viene infangato, quando il fatto per ora non è chiaro”.

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Buffon legge i giornali e teme processi sommari  visto che da qualche giorno a questa parte piovono nomi (quelli di Francesco Totti e Bobo Vieri sono gli ultimi, prima era toccato al centrocampista della Roma Daniele De Rossi) e sensazioni (come quella del pm Roberto Di Martino sul possibile coinvolgimento delle società di calcio delle combine).

Buffon teme la giustizia sommaria, quella che applica le sentenze prima che si arrivi a processo. Lecita e corretta posizione garantista. Quello che lascia un po’ più perplessi è l’orizzonte di riferimento. Il portiere della Nazionale vuole chiamare in causa  un “perseguitato” dalla giustizia e il suo pensiero corre a Benito Mussolini. Il duce. Quello che ha portato l’Italia ad allearsi coi nazisti nella tragedia della seconda guerra mondiale.

Un piccolo incidente verbale? Forse. Rimane il fatto che non è la prima “collisione” tra il portiere azzurro e il fascismo. A settembre del 1999, l’allora giovane portiere del Parma scende in campo al Tardini contro la Lazio. Il Parma vive un momento difficile, in campionato fatica. Buffon pensa di spronare i suoi scrivendo sulla sua maglietta: “Boia chi molla“, ovvero lo slogan neofascista utilizzato a Reggio Calabria durante i “fatti” del 1970.

Succede un finimondo e il caso finisce addirittura in Parlamento. A  Buffon viene inflitta una multa record da cinque milioni di record. Il portiere si scusa e racconta semplicemente di non aver avuto la benché minima idea del significato politico dello slogan: “Adesso che c’è internet ti documenti in fratta, ma a me quel motto era venuto dal cassetto di un tavolo in collegio. Lì, a tredici anni, avevo trovato quella scritta intagliata. Erano i primi anni che ero fuori casa, era un periodo difficile dal punto di vista psicologico. Feci mia la frase come incitamento a resistere, senza avere o sospettare ideologie politiche, e la tirai fuori sei, sette anni dopo quando la squadra stava attraversando un momento delicato…”

Passa qualche anno e si arriva al 2000, il primo anno in cui fanno capolino in Serie A i numeri personalizzati. E’ il calcio che cambia: niente più 3 per il terzino e 11 per l’ala: ogni giocatore ha il suo. Buffon sceglie l’ottantotto ed è di nuovo bufera. Per certi gruppi neonazisti, infatti, 88 sta per HH (l’acca è l’ottava lettera dell’alfabeto), e quindi vuol dire “Heil Hitler”. Buffon ha spiegato che lui voleva il numero doppio zero (che prosaicamente significa “due palle”) ma che, non potendolo avere ripiegò sull’88, ovvero su “quattro palle”. Dopo una sola partita ci fu la retromarcia e il portiere scelse il 77.

Non è ancora finita: 2006, l’Italia trionfa a Berlino e sfila a Roma. Buffon è sul carro dei vincitori, srotola uno striscione: “Fieri di essere italiani“. In basso a destra c’è un simbolo che evoca ancora l’estrema destra, una croce celtica.

Tanti piccoli incidenti, insomma. Sono solo coincidenze?