Martin Castrogiovanni: “Malattia e non solo, ecco perché ho smesso di giocare”

Pubblicato il 2 novembre 2017 17:09 | Ultimo aggiornamento: 2 novembre 2017 17:09
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Martin Castrogiovanni: “Malattia e non solo, ecco perché ho smesso di giocare”
ANSA

ROMA – Martin Castrogiovanni, uno dei giocatori più importanti nella storia del rugby italiano, ha deciso di spiegare perché si è ritirato dall’attività agonistica ed è tornato a parlare della sua malattia.

Martin Castrogiovanni è stato l’uomo di prima linea più presente nella storia dell’Italrugby con i suoi 119 cap – secondo all-time dietro al solo Sergio Parisse – ha appeso gli scarpini al chiodo scendendo in campo nel Seven de los Gordos, il torneo di rugby a sette dedicato ai giocatori sopra i 100 chili che si gioca a Paranà, città natale del popolare ‘Castro’.

Il numero 3 dell’Italia, uno dei volti più noti del rugby mondiale dell’ultimo decennio, chiude una carriera che lo ha visto protagonista per quasi 14 anni sul grande palcoscenico internazionale, dall’esordio contro gli All Blacks appena ventunenne ad Hamilton nell’estate del 2002 all’ultima apparizione contro il Galles, il 19 marzo scorso al Millennium Stadium di Cardiff.

Nel mezzo 32 vittorie con l’Italia, due Trofei Garibaldi sollevati nel 2011 e nel 2013, il titolo di MVP (miglior giocatore) della Premiership inglese al debutto nel 2007, le tre mete messe a segno in un test-match contro il Giappone, i titoli di campione d’Italia con Calvisano (2005), d’Inghilterra con i Leicester Tigers (2007, 2009, 2010, 2013), di Francia con Tolone (2014) e quelli di campione d’Europa con Tolone (2014 e 2015).

Huffington Post riporta le dichiarazioni rilasciate da Martin Castrogiovanni ai microfoni del Corriere della Sera.

 “Avevo già pensato di smettere a Cardiff, nel 2015, dopo l’incontro del Sei Nazioni con il Galles. All’inno piango, poi prendiamo 70 punti e torno negli spogliatoi dove scopro che uno dei miei compagni più giovani sta postando una foto su Instagram e un altro già ha le cuffie con la musica a palla. Ho pensato che quello non era più il mio mondo, i tempi erano cambiati e io lì non c’entravo più nulla“.

“…Nel 2015, sono in ritiro con la Nazionale in Inghilterra per preparare il Mondiale. Mi fa male la schiena ma voglio giocare, non mi sono mai allenato così tanto, ci tengo, è la mia quarta coppa del mondo, un traguardo importante.

Mi dicono che ho il nervo sciatico infiammato, un bel punturone di antidolorifico e vado in campo. Gioco malissimo, arrivo sempre in ritardo, vengo criticato e mi sento vecchio come mai mi è capitato. Chiedo allo staff sanitario di vederci chiaro.

Mi portano in ospedale, mi fanno una risonanza e aspetto i risultati. Vedo i medici vaghi, nessuno che mi dice come stanno le cose, li chiudo in una stanza e urlo: “O mi dite che cosa ho o da qui non uscite!”.

Mi fanno leggere il referto e scopro di avere un neurinoma al plesso lombare, un tumore per il quale gli inglesi mi danno 6 mesi di vita.
Non crollo, in fondo penso che finché parli, giochi, ti svegli la mattina, puoi lottare. Vengo di corsa alla clinica Humanitas a Milano e lì mi dicono che è raro che quel tumore sia maligno, però l’operazione sarà rischiosa perché potrei perdere l’uso della gamba. Mi operano, muovo la gamba. Un mese dopo sono di nuovo in campo”.