L’incredibile storia del Teatro di Roma: “Per salvare l’opera chiudiamo l’Opera”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 settembre 2014 11:03 | Ultimo aggiornamento: 26 settembre 2014 11:03
L'incredibile storia del Teatro di Roma: "Per salvare l'opera chiudiamo l'Opera"

L’incredibile storia del Teatro di Roma: “Per salvare l’opera chiudiamo l’Opera”

ROMA – L’incredibile storia del Teatro di Roma: “Per salvare l’opera chiudiamo l’Opera”. Per risolvere il pasticciaccio brutto del Teatro dell’Opera di Roma bisognerebbe ripartire da zero. In alto mare la programmazione dopo che il maestro Riccardo Muti ha sbattuto la porta per il semplice e drammatico motivo che in quella sede non ci sono le condizioni minime per fare musica e teatro, non si sa come ripartire.

L’ente lirico romano è spaccato a metà, comparto artistico e amministrativo sono in guerra permanente con i relativi sindacati che si accusano reciprocamente per l’abbandono del Maestro: si giungerà probabilmente al paradosso di uno sciopero contro lo sciopero di Muti, il sindaco di Roma Ignazio Marino assicura candidamente che l’Aida si farà sperando però che a dirigerla stavolta sia una donna.

Mancavano solo le quote rosa sul palco nel piatto delle rivendicazioni. Il sovrintendente Carlo Fuortes ascolta in silenzio gli strali della minoranza sindacale che addebitano a lui e alla dirigenza tutte le colpe: orchestra e direttore erano una Ferrari guidata da Schumacher, è il teatro che è rimasto indietro. Per questo si sono presentati in sala stampa esibendo buste paga e Cud degli orchestrali.

Intanto per Aida e Nozze di Figaro non si sa chi terrà la bacchetta in mano, non si sa nemmeno se saranno allestite. E forse non è un male, a proposito di azzeramenti. Alberto Mattioli su La Stampa propende per la soluzione drastica: per salvare l’opera chiudiamo l’Opera di Roma.

Salviamo cioè la musica, il servizio indispensabile di un teatro che funzioni, lasciando al suo destino questa gestione litigiosa, iper-sindacalizzata e poco produttiva (non è obbligatorio, basti guardare vitalità ed efficienza di altri enti lirici). Mattioli si rivolge idealmente al silenzioso Fuortes.

Adesso a Roma l’unica soluzione possibile è chiudere, azzerare tutto, ristabilire le regole, e magari un po’ di decenza, e poi, magari, un giorno riaprire. L’intrico degli abusi diventati usi è inestricabile. Quando la cattiva volontà viene elevata a sistema, riformare diventa impossibile. Si può solo tirare una bella riga e ripartire da capo.

Il bluff mediatico degli ultimi anni, i comunicati trionfalistici, le pagliacciate degli turiferari non possono più nascondere la realtà. I sindacati sfascisti contestano la legittimità del referendum che ha approvato il piano industriale? Bene, facciamo finta che abbiano ragione. Niente piano industriale, niente fondi della legge Bray, libri in tribunale e dipendenti in mobilità. Tutti a casa. Coraggio, ministro Franceschini: chiuda l’Opera di Roma. E salvi l’opera in Italia. (Alberto Mattioli, La Stampa)