“Ridateci Benigni”, “Adriano Re degli ignoranti”: tutti contro Celentano

Pubblicato il 15 Febbraio 2012 10:52 | Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio 2012 11:03

Adriano Celentano nella prima puntata di Sanremo (Foto LaPresse)

SANREMO “Aridateci Benigni”, “Celentano il Re degli ignoranti”, “Lui o Monti, di profeti ‘Salva Italia’ ne vogliamo solo uno”: il giorno dopo l’inizio del Festival è un tutti contro Adriano Celentano. Il cantante durante la prima puntata ha sparato a zero su tutti: su ‘Avvenire’ e ‘Famiglia Cristiana’, rei di parlare troppo di politica e troppo poco di fede; sulla Corte Costituzionale che ha bocciato il referendum sulla legge elettorale; sul direttore generale della Rai, Lorenza Lei; su Aldo Grasso, sulla Francia, sulla Germania… Il giorno dopo gli editoriali sui giornali sono ricchi di riprovazione: dal “ridateci Benigni” della Stampa al “predicatore decadente” di Grasso sul ‘Corriere’ (che si vendica un po’).

Michele Brambilla su ‘La Stampa’ chiede “Ridateci Benigni”. L’ Italia è un grande Paese ma a volte grottesco, così ieri sera in poche decine di metri quadrati si sono consumate due fasi della nuova linea moralizzatrice: il blitz anti-evasori della Finanza e il sermone del profeta Celentano. Celentano era riuscito come al solito a creare un’attesa sproporzionata. Lo psicodramma del viene o non viene si è risolto nel modo più scontato. È venuto e ahimè più che il cantante ha fatto il predicatore tuttologo, passando dal paradiso alla cassa integrazione, dall’alta velocità alla Costituzione come al bar sport si passa dal fuorigioco alla difesa a tre. Il duetto con Pupo era degno di Gianni e Pinotto, certe invettive sulla politica del Bossi degli ultimi tempi. Celentano ha cercato anche di fare il comico, ma faceva più ridere al tempo dei film con Renato Pozzetto. La logica dei discorsi accavallati l’uno sull’altro era quella di un manicomio: con l’aggravante di una demagogia imbarazzante. Che nostalgia di Benigni.

Naturalmente quando si delira si dicono anche cose azzeccate, così come anche gli orologi guasti due volte al giorno segnano l’ora giusta. Celentano è partito con parole che ricordavano il Molleggiato del tempo che fu, quello che andava davvero controcorrente: in un periodo in cui tutti accusano le Chiesa per comportamenti sbagliati sulle cose terrene, lui ha criticato il clero perché ha smesso di parlarci della cosa più importante di cui dovrebbe parlarci: Dio, il soprannaturale, la vita eterna. Ha attaccato Avvenire e Famiglia Cristiana perché parlano troppo di politica e di problemi sociali e poco di Dio, ma a riprova della sua confusione mentale subito dopo ha santificato un prete, don Gallo, che parla solo di politica e problemi sociali.

Aldo Grasso sul ‘Corriere della Sera’ parla di “Predicatore decadente”.  Joan Lui è convinto di predicare meglio dei preti. Ma nel ruolo di profeta salva Italia ne vogliamo solo uno, due sono troppi: o Monti o Celentano. Dopo ieri sera ho scelto definitivamente. Ogni anno il Festival di Sanremo ci mette di fronte a un tragico dilemma: ma davvero questo baraccone è la misura dello stato di salute della nazione? E se così fosse, non dovremmo preoccuparci seriamente? C’è stato un tempo in cui effettivamente il Festival è stato specchio del costume nazionale, con le sue novità, le sue piccole trasgressioni, persino le sue tragedie. Ma tutto ha un tempo e questo (troppo iellato) non è più il tempo di Sanremo o di Celentano, se vogliamo rinascere.

Monti o Celentano? Se davvero il nostro premier vuole compiere il titanico sforzo di cambiare gli italiani («l’Italia è sfatta», con quel che segue), forse, simbolicamente, dovrebbe partire proprio dal Festival, da uno dei più brutti Festival della storia. Via l’Olimpiade del 2020, ma via, con altrettanta saggezza, anche Sanremo, usiamo meglio i soldi del canone. O Monti o Celentano. O le prediche del Preside o quelle del Re degli Ignoranti contro Avvenire e Famiglia Cristiana.

Curzio Maltese su ‘Repubblica’  lo definisce il “Re degli ignoranti”. Maltese parla del blitz del Fisco a Saremo e dice che a confronto la finta ribellione del Molleggiato è stata piuttosto deludente. Il solito ripasso di luoghi comuni (…) Il siparietto di Celentano e Pupo è stato da minimo sindacale, anche sul piano della qualità recitativa, così come l’attacco alla Consulta. La più celebre e azzeccata definizione di Celentano è di Giorgio Bocca, “un cretino di talento”. Quando canta è sempre un talento, anzi qualcosa di più. (…) Quando non canta, Celentano rimane uno che dice cretinate. Non sarebbe un grave problema, se non fosse che il suo modo di dirle ha ispirato una generazione intera di demagoghi della Seconda Repubblica. (…) Sarà anche per questo che le sue prediche ignoranti, trascorso il tempo della Seconda Repubblica, paiono oggi ancora più insensate, stucchevoli, molto lente e pochissimo rock.